La storia:
La storia di questo fortilizio è sicuramente molto antica.
La posizione favorevole e dominante, la conformazione del luogo che consentiva l'insediamento di una sicura struttura difensiva
e di controllo protetta dalle pareti scoscese, fanno di San Leo un caposaldo strategico utilizzato fin dall'antichità per il controllo del territorio circostante.
Certo è che nel 961 in San Leo esisteva già una inespugnabile fortezza nella quale Berengario II (ultimo re del regno longobardo d’Italia) sconfitto a Pavia da Ottone I di Germania trovò riparo prima di capitolare definitivamente due anni dopo (secondo lo storico Liutprando per fame), consentendo a Ottone I di riunire le corone d’Italia e di Germania sotto l’egida di quella imperiale .
In questi due anni si può quindi affermare che San Leo assunse il titolo di capitale del regno Italico.
Nel dicembre del 963 quindi la fortezza capitola e viene ceduta al controllo della Chiesa che la infeuda a Ulderico conte di Carpegna, la cua famiglia tra le più potenti della regione fu successivamente insignita del titolo di Conti di Montefeltro (1226) prima, e di Duchi di Urbino poi (1443).
Retta nel 1084 da Matilde di Canossa, assoggettata nel 1155 da Federico Barbarossa alla famiglia dei Montefeltro, questa rocca posta in posizione geografica di confine e di forte attrito politico, viene nei secoli successivi a trovarsi al centro della contesa fra le due famiglie dei Montefeltro e dei Malatesta di Rimini.
Nel 1350 viene conquistata dai Malatesta, ma nel 1441 i soldati di Federico da Montefeltro (futuro duca di Urbino) con un'ardita scalata alle pareti a strapiombo su cui poggia il forte riescono a riappropiarsene.
Ed è proprio sotto il dominio di Federico da Montefeltro che si apportano i più importanti interventi di ricostruzione e ampliamento che vengono affidati all'ingegnere militare Francesco di Giorgio Martini.
La fortezza con la sua struttura medioevale, composta di semplici torri quadrangolari e dal mastio centrale, non era più in grado di sostenere l’avvento delle armi da fuoco.
La nuova forma progettata dal Martini prevede una risposta al fuoco secondo i canoni di una controffensiva dinamica potendo garantire direzioni di tiri incrociati da qualunque parte provenga l’attacco.
Il fabbricato nella sua connotazione attuale si può quindi far risalire al 1463, anno in cui furono aggiunte le cinte murarie fortificate, realizzate le tre piazze d'armi e i due torrioni circolari che racchiudono la seconda piazza d'armi.
Estintasi nel XVII secolo la dinastia dei Montefeltro, San Leo passa per successione ai Della Rovere, signoria comunque discontinua e tormentata per i contrasti e le ambizioni degli Imperatori, dei Papi, dei Medici di Firenze e dei Malatesta di Rimini, che si contendono la città di San Leo.
Nel 1502 Cesare Borgia, figlio del Papa Alessandro VI, intenzionato a crearsi un proprio stato in Romagna sottomettendo o togliendo di mezzo i vari signorotti dello Stato Pontificio riesce a conquistare il forte solo grazie al tradimento di un soldato.
Nel 1516 Lorenzo de' Medici, nipote del Papa Leone X si impadronisce di San Leo dopo mesi di dure lotte. Lo storico assedio verrà poi fu raffigurato dal Vasari in un dipinto tuttora visibile nella sala di Leone X a Palazzo Vecchio in Firenze.
Tornata sotto il controllo dei Della Rovere nel 1521, alla morte di Francesco Maria II Della Rovere (1631) in mancanza di discendenti maschi, il ducato viene devoluto al dominio diretto della Chiesa, la quale lo detiene , salvo la parentesi napoleonica (1797-1814), fino al 1860.
In questi due secoli il forte perde di importanza e si vede progressivamente degradato alla funzione di carcere. Nelle sue celle languirono, soprattutto al tempo dei moti rivoluzionari di Romagna, centinaia di patrioti, ma anche molti reclusi comuni.
Fra i rivoluzionari qui imprigionati sono da ricordare Felice Orsini, più tardi attentatore a Serajevo di Napoleone III, Aurelio Saffi quadrumviro della Repubblica Romana nel 1849 ed Alessandro Serpieri di Rimini.
Il carcerato più illustre però, al cui nome si legherà in maniera indissolubile la fortezza, è il Conte di Cagliostro, pseudonimo di Giuseppe Balsamo da Palermo.
Anche dopo l’Unità d’Italia, la fortezza continua ad assolvere la sua funzione di carcere, fino al 1906.
In seguito e fino al 1914 , ospita una "compagnia di disciplina".

Cagliostro
Come detto più sopra il forte di San Leo fu la prigione dove fu rinchiuso Cagliostro.
La cella si trova all'interno di una torre quadrata medievale, per accedervi si transita attraverso due piccoli ambienti, ma in realtà la terza stanza non comunicava in origine con le altre due.
L'unico accesso era la botola nel soffitto dalla quale venivano calati i prigionieri nella cella conosciuta come “Pozzetto”.
Giuseppe Balsamo (Palermo 2 giugno 1743, San Leo 1795) alchimista, esoterista, farmacista, massonico e avventuriero.
Dotato anche del potere della chiaroveggenza, si racconta che abbia aiutato molti potenti nelle loro scelte.
Dotato di poteri assolutamente misteriosi, sembra si sia anche dedicato alla guarigione degli infermi
Cagliostro viaggiò tantissimo, spostandosi in molti paesi d'Europa e d'Africa, visitando persino l’Asia minore.
In Francia aderisce alla Massoneria, a Bordeaux fonda la Massoneria Egizia assumendo il titolo di Gran Cofto e accettando - in contrasto con la tradizione massonica anglosassone- la presenza di donne alla cerimonia.
Tornato in Italia viene denunciato all'inquisizione dalla moglie Lorenza, le imputazioni contro Cagliostro sono gravissime: consistono nell'esercizio dell'attività di massone, di magia, di bestemmie contro Dio, Cristo, la Madonna, i santi, contro i culti della religione cattolica, di lenocinio, di falso, di truffa, di calunnia e di pubblicazione di scritti sediziosi.
Il sant'uffizio emise la sentenza il 7 aprile del 1791:
"Giuseppe Balsamo reo confesso e respettivamente convinto di più delitti, è incorso nelle censure e pene tutte promulgate contro gli eretici formali, dommatizzanti, eresiarchi, maestri e seguaci della magia superstiziosa, come pur nelle censure e pene stabilite tanto nelle Costituzioni Apostoliche di Clemente XII e Benedetto XIV contro quelli che in qualunque modo favoriscono e promuovono le società e conventicole de' Liberi Muratori, quanto nell'Editto di Segreteria di Stato contro quelli che di ciò si rendano debitori in Roma o in alcun luogo del Dominio Pontificio.
A titolo però di grazia speciale, gli si commuta la pena della consegna al braccio secolare nel carcere perpetuo in una qualche fortezza, ove dovrà essere strettamente custodito, senza speranza di grazia. E fatta da lui l'abjura come eretico formale nel luogo della sua attual detenzione, venga assoluto dalle censure, ingiungendogli le dovute salutari penitenze."
Dopo aver abiurato viene rinchiuso nella fortezza di San Leo nella cella chiamata il Pozzetto, perché priva di porta, di dieci metri quadrati, munita di una finestrella con una triplice serie di sbarre.
All'nizio della prigionia mostrò grande devozione, ma ben presto iniziò a dare segni di instabilità psichica, segnata da violente ribellioni e da crisi mistiche.
Per oltre quattro anni nella cella il recluso ha urlato la propria disperazione con bestemmie, preghiere, insolenze, implorazioni, profezie sinistre.
Il 23 agosto 1795 viene trovato semiparalizzato nella sua cella, il cappellano delle carceri scrisse:
"Restò in quello stato apoplettico per tre giorni, ne' quali sempre apparve ostinato negli errori suoi, non volendo sentir parlare né di penitenza né di confessione. Infine de' quali tre giorni Dio benedetto giustamente sdegnato contro un empio, che ne aveva arrogantemente violate le sante leggi, lo abbandonò al suo peccato ed in esso miseramente lo lasciò morire"
Dell'atto di morte, dell'Agosto 1795, conservato in originale nell'archivio della Parrocchia, viene mostrata una copia nella stanzetta accanto:
“A lui, quale eretico, scomunicato, impenitente, si nega la sepoltura ecclesiastica. Il cadavere viene tumulato sull'estremo ciglio del monte dalla parte che volge ad occidente, a mezza strada circa fra i due edifici destinati alle sentinelle,quelli che il popolo chiama il palazzetto e il casino, in un terreno di proprietà della romana camera apostolica, il giorno ventotto del mese suddetto, alle ore ventitre-Luigi Marini Arciprete”.
La tomba e la salma del Cagliostro però non sono mai state ritrovate, secondo alcune testimonianze locali sembra che la salma sia stata ritrovata dalle truppe polacche, alleate dei francesi, che nel dicembre del 1797 conquistarono senza incontrare resistenza la Rocca, liberando i prigionieri, dandogli forse una più decorosa sepoltura.
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