Sezione realizzata in collaborazione
con
Gianluca Carboni speleologo e alpinista forlivese
www.gianlucacarboni.it |
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I
GESSI DI BRISIGHELLA
Paesaggio e grotte
Vi proponiamo un paio di itinerari,
il primo in auto ed il secondo a piedi, che spesso si incroceranno,
toccheranno più o meno le stesse zone e vi permetteranno
di apprezzare alcune delle peculiarità di queste colline.
Partiamo in auto. |
Subito
dopo la stazione ferroviaria di Brisighella, risalendo la
valle Lamone, la strada curva bruscamente a sinistra. In
questo punto incontriamo la deviazione che porta in salita
alla rocca (vari cartelli fra i quali quelli per Zattaglia,
Riolo Terme e la grotta la Tanaccia); la prendiamo ed azzeriamo
il contachilometri parziale.
Dopo alcuni tornanti lasciamo a destra la poderosa fortezza
ed immediatamente (km. 1,0) individuiamo la stretta stradina
a sinistra per il santuario del Monticino; la seguiamo fino
a parcheggiare in un grande spiazzo a destra. Da qui a piedi
raggiungiamo in breve la cava del Monticino.
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Rocca dei Veneziani |
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Cava del Monticino
La sterrata permette di apprezzare a destra la notevole valle cieca della tana della Volpe, e di arrivare mantenendosi a sinistra, in pochi minuti, alla cava (attenzione: sono ambienti ben attrezzati per la visita, ma pur sempre un poco ostili, perciò è fondamentale guardare bene dove e come si mettono i piedi). |
La scavo ha creato una parete rocciosa, una vera e propria sezione geologica, che ha facilitato lo studio del sottosuolo; perfettamente riconoscibili sono alcuni degli strati gessosi che compongono la Vena.
In alcuni crepacci intercettati dalle attività estrattive è stato inoltre scoperto un giacimento paleontologico di eccezionale ricchezza: le ossa fossili recuperate appartengono a decine di specie di vertebrati terrestri vissuti alla fine del Messiniano (almeno 40 sono i mammiferi differenti identificati).
L’importanza del sito dal punto di vista scientifico e ambientale e il suo aspetto certamente pittoresco hanno favorito la creazione di un parco-museo geologico volto a favorire l’accesso al pubblico; brevi sentieri attraversano l’area e numerosi cartelloni esplicativi guidano il visitatore alla scoperta delle sue peculiarità. |
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Continuando
lungo la strada principale si riconosce facilmente a sinistra
la grande dolina della tana della Volpe.
Tana della Volpe
La valle è molto caratteristica: se la si guarda
con attenzione ci si rende conto che non ha sbocco, è cieca.
Si tratta, infatti,
di un'enorme dolina nel cui punto più basso
troviamo l'ingresso della grotta.
Il terreno è recintato
e privato, la zona dove l'acqua scompare nel sottosuolo è fangosa
e pericolosa a causa della presenza di un pozzo e cielo aperto
e di profonde buche, perciò è assolutamente
sconsigliabile l'avventurarvisi.
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Nonostante
ciò credo si tratti di uno splendido esempio di paesaggio
carsico proprio perché facilmente leggibile anche
dalla strada: si vede, infatti, il crinale in alto a destra,
poi davanti il colle con la cava, quello col santuario e
nuovamente lo sguardo è sulla strada; è chiaro
come manchi l'uscita per l'acqua piovana che correndo lungo
i pendii può solo andare ad immettersi nell'inghiottitoio
e continuare, lentamente, a modellare la grotta.
Quest'ultima tocca
gli 800 metri di sviluppo e si presenta come un lungo, alto,
a tratti stretto meandro, estremamente fangoso; il ramo principale
attraversa il colle dominato dalla rocca e raggiunge il sottosuolo
di Brisighella. |
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| Lungo
il percorso, riservato solo a speleologi tecnicamente preparati,
abbiamo superato una fastidiosa strettoia e 3 pozzetti di
6-7 metri. |
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Ancora un paio di
tornanti e ci troviamo sul crinale; il panorama si apre anche
a destra ed è possibile riconoscere bei calanchi.
Parcheggiamo
nella seconda piazzola a destra (km. 2,1) e scendiamo a
lato per qualche metro verso una recinzione che seguiamo
verso sinistra (utile un paio di stivali o di scarponcini
adatti a terreni scoscesi); davanti a noi un boschetto in
discesa nasconde la dolina del buco del Noce, facilmente
individuabile anche dal punto in cui abbiamo lasciato l'auto. |
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Buco
del Noce |
Nonostante
l'aspetto impervio è semplice raggiungere l'ingresso
della grotta: si trova alla base della parete rocciosa verticale
che delimita in parte la piccola dolina ed esiste un sentierino
battuto che vi conduce.
Occorre
non dimenticare che in luoghi di questo tipo esistono sempre
buchi ed infidi crepacci perciò vi preghiamo di seguire
alcuni consigli: occhio a dove mettete i piedi, tenete per
mano i bambini e lasciate a casa, o tenete al guinzaglio,
i cani.
L'antro è interessante,
sembra un piccolo riparo adatto all'uomo preistorico; a destra
(attenzione!!) il pozzo profondo una decina di metri che
permette a speleologi tecnicamente preparati la discesa nella
grande sala sottostante, e poco più in là uno
scivolone roccioso (attenzione!!) che termina nella stessa
sala.
Da notare l'evidente
rapporto fra la dolina che convoglia verso il basso l'acqua,
e l'inghiottitoio, scavato dalla stessa nella roccia carsificabile
(il gesso); sotto i nostri piedi, per voi solo immaginabili,
gli ambienti ipogei.
Peculiarità di
questa grotta il fatto che in pratica si tratta semplicemente
di un imponente salone formatosi in un'area di contatto fra
due banchi gessosi. Vi si trova inoltre uno stretto meandro
alto al massimo un metro e lungo una quindicina che utilizziamo
per consentire a speleologi alle prime armi di fare un poco
di esperienza in ambienti angusti. |

pozzo

meandro
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Riprendiamo
l'auto e proseguiamo fino alla terza piazzola a destra (km.2,3)
dove parcheggiamo.
Attraversiamo la strada e saliamo
sull'evidente argine: sotto di noi, profonda, cupa, selvaggia, la
dolina della grotta Rosa-Saviotti; se la si rasenta a sinistra è facile
individuare il sentiero che inoltrandosi nella fitta macchia ne raggiunge
il fondo.
Dirigendosi invece a destra è possibile
inerpicarsi sul colle (tracce di passaggio); il pendio è a
tratti ripido e un poco scivoloso, ma bastano un paio di minuti di
fatica per arrivare ad un bivio: 100 metri a sinistra, in piano,
e siamo sul sentiero di crinale che congiunge Brisighella alla zona
del monte di Rontana (descritto in seguito), nel punto in cui si
trova, subito a destra e protetto malamente da una recinzione in
parte abbattuta, il pozzo d'ingresso dell'abisso Casella.
Retrocediamo fino al bivio,
quindi proseguiamo brevemente in salita lungo il percorso principale
e sarà semplice riconoscere l'elegante, insidiosa dolina dell'abisso
Acquaviva. |
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Grotta Rosa-Saviotti
Il sentierino ben battuto scende allontanandoci rapidamente dalla civiltà: diventiamo temerari esploratori in un angolo misterioso di foresta primordiale. L’ambiente è infatti integro, il bosco fitto, a tratti impenetrabile, e risulta evidente già dall’argine la funzione della dolina, un vero e proprio imbuto che costringe ogni goccia d’acqua a correre verso l’antro che sul fondo nasconde il pozzetto d’accesso della grotta.
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Vi consiglio di arrivare fino a questo punto, ma come sempre d’essere prudenti: il bucanotto a destra, quasi invisibile, stretto fra un grande masso e la parete rocciosa, permette a noi speleologi la calata negli ambienti interni, ma è anche una scivolosa trappola per chi sottovalutasse luoghi di questo tipo in cui, fra l’altro, sono sempre possibili piccole frane o crolli.
Si tratta di una grotta di 900 metri di sviluppo, che sono diventati 1200 dopo che si è riusciti a collegarla, grazie ad ostinate esplorazioni e faticose disostruzioni, all’abisso Acquaviva (descritto in seguito); è impegnativa, bagnata, fangosa, ma senza dubbio bella per la complessità degli ambienti, le diverse difficoltà che propone e le eleganti, rare concrezioni che la impreziosiscono, e importante perché l’acqua dei suoi torrentelli sotterranei si perde in strettoie al momento impraticabili, ma ricompare in un ramo della grotta di Alien per finire nella grotta la Tanaccia (entrambe descritte in seguito) e nella risorgente a valle di quest’ultima (*). Risulta evidente, quindi, che ci si trova di fronte ad un solo grande sistema carsico che parte proprio da qui ed interessa tutte le maggiori cavità della zona.
Nota (*): in realtà esistono due risorgenti praticamente alla stessa quota e distanti l’una dall’altra poche decine di metri; non è ancora chiaro come si sviluppi il percorso ipogeo delle acque e all’ipotesi più ovvia della presenza di un bacino imbrifero con una serie di torrentelli sotterranei che convergono in un unico collettore si contrappone quella della possibile curiosa presenza di due bacini distinti (sistema Casella-Acquaviva-Rosa Saviotti-Alien-Leoncavallo e sistema Varnello-Biagi-Brussi-Tanaccia), vicinissimi, ma mai comunicanti fra loro, le cui acque vanno ad alimentare autonomamente solo una delle due sorgenti.
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traverso su corda

concrezioni
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Abisso Casella |
In pratica è solamente
un pozzo profondo quasi 30 metri. Per questo motivo non ha importanza
speleologica, ma credo sia ugualmente meritevole di menzione e visita
perché mostra come in terreni
di questo tipo il suolo possa improvvisamente sprofondare:
si passeggia lungo un tranquillo sentiero e quasi non ci
si accorge di avere a fianco un'impressionante voragine.
(attenzione, assolutamente
non oltrepassare la recinzione!!). |
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Abisso Acquaviva
La dolina è molto bella,
delimitata da un'alta parete rocciosa alla cui base arriva un ripido
pendio argilloso.
E' interessante vederla dall'alto,
magari girarle attorno per poter meglio apprezzare la sua eleganza
ed il particolare ambiente che la circonda, ma vi sconsiglio la discesa
verso il fondo perché il terreno è estremamente scivoloso,
infido, ed una perdita di aderenza si può trasformare in una
pericolosa caduta verso il pozzo che si apre insidioso nel punto
più basso (attenzione!!).
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Si tratta di una grotta utilizzata
per i corsi di introduzione alla speleologia: parte con
un salto di oltre 20 metri, al quale ne seguono due vicini
di 4 e 15 metri.
Sotto si incontra un'inquietante fessura abbastanza selettiva,
poi, dopo uno stretto meandro, si raggiunge una saletta dalle
pareti verticali: siamo in realtà alla
base di un pozzo di quasi 10 metri che riusciamo a risalire
grazie ad una corda che scende dall'alto e viene sempre
lasciata sul posto. |

dolina |
Ancora un canyon
fossile reso sicuro da protezioni fisse, un saltino, un acrobatico
passaggio appesi ad una corda ed inaspettatamente ci si rende conto
di essere giunti nel ramo principale della grotta Rosa-Saviotti (descritta
sopra).
La congiunzione delle
due cavità ha reso possibile a speleologi esperti una piacevole
ed intrigante traversata (si entra dall'ingresso alto per uscire
dopo diverse ore da quello basso) capace di attrarre un certo numero
di appassionati anche da fuori regione.
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Di nuovo in auto raggiungiamo il parcheggio a destra (km.2,6) riservato ai visitatori del parco carsico della Grotta Tanaccia (sbarra ed evidente cartello turistico). Aldilà della strada, verso monte, un cancello chiuso impedisce il libero accesso a un’interessante ex-miniera di gesso (cava Marana); in fondo alla piazzola, invece, parte il comodo sentiero che permette di scendere in un paio di minuti al capanno speleologico, quindi in una decina alla suggestiva, imponente caverna preistorica della Tanaccia e all’ingresso artificiale della stessa.
E’ possibile visitare grotta e cava rivolgendosi a:
Associazione Culturale Pangea
www.pangea-faenza.it
info@pangea-faenza.it
T. 0546 681585 |
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Grotta di Alien
Procedendo verso l’ingresso della grotta turistica si nota a sinistra, oltre lo steccato che delimita il sentiero, una piccola dolina invasa dalla vegetazione.
Nel suo punto più basso si apre una cavernetta al cui interno si trova una fessura verticale piuttosto impegnativa: è solo la prima delle tante che caratterizzano la grotta di Alien, difficile, faticosa, a mio parere molto bella, ma certamente capace di logorare i nervi anche a speleologi esperti.
Da segnalare il fatto che più o meno a 70 metri di profondità, aldilà di un minuscolo sifone, la cavità è collegata con la grotta Leoncavallo.
Anche quest’ultima è di non semplice percorrenza; il suo ingresso, ora chiuso artificialmente dal proprietario del terreno, era in una dolina che si trova
nella campagna coltivata a valle del buco del Noce (descritto in precedenza)"
Alien e Leoncavallo raggiungono insieme quasi un chilometro di sviluppo. |
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Complesso della Tanaccia
Il sentiero scende fino alla caverna preistorica dove negli anni ’50 alcune campagne di scavo permisero di
individuare due livelli archeologici: il primo con reperti dell'età del ferro e il secondo con materiali risalenti all'Eneolitico-Bronzo antico.
Risultarono evidenti anche tracce di un utilizzo dell’antro a scopo funerario.
A destra, nascosto fra i massi, si trova lo scomodo ingresso che tempo addietro permetteva di raggiungere i rami sotterranei… ora è chiuso da una grata metallica.
(attenzione, la zona non è sicura come sembra e spostandosi dal percorso obbligato dallo steccato si rischiano pericolose cadute!!)
L’ambiente è pittoresco, ha senza dubbio un fascino particolare e una certa importanza naturalistica.
Ancora qualche minuto di cammino e superato un ponticello di legno (a valle si trovano i buchi del Torrente Antico, notevole gola scavata nel gesso, con settori ipogei e altri a cielo aperto, che precede la risorgente) si arriva alla galleria artificiale che consente lo sfruttamento turistico della grotta: la mancanza di concrezioni appariscenti la rende meno bella esteticamente di quelle nel calcare, ma in compenso facilita il riconoscimento delle sue caratteristiche morfologiche, per cui risulta molto interessante la visita se accompagnati da una guida preparata.
L’itinerario proposto è semplice: si risale passeggiando il torrente, che spesso è asciutto, si tocca la sala delle Sabbie, ricca di pseudo-stalattiti prodotte dall'erosione del gesso, poi per un breve tratto si a procedere a carponi, e qui è facile infangarsi, e nuovamente ci si alza per terminare l’escursione nella sala del Guano, un rilevante salone “di crollo” (per capire il significato della definizione, osservare gli enormi massi che ne occupano la base e immaginarsi come ci sono finiti…) dove se non li si è visti fino ad ora ci si accorge ugualmente che un discreto numero di pipistrelli frequenta la zona... quello che imbratta gli indumenti non è fango...
Esistono altri ambienti di una certa importanza: un settore superiore al quale si accede passando
da una saletta che si apre sulla destra idrografica della galleria principale, una caratteristica sala bassa e piatta formatasi in seguito a un vasto "scollamento" di due banchi gessosi e infine la fangosissima sala del Laghetto.
Speleologi dotati di un certo senso di autolesionismo possono continuare a risalire il corso del torrente fino al momento in cui si troveranno appiattiti in un laminatoio largo qualche metro, alto una trentina di centimetri e lungo non so quanto... ma almeno un centinaio di metri! Chi lo attraversò (a causa di riempimenti alluvionali successivi probabilmente non è più possibile ripetere il tragitto), controcorrente, semisommerso nel fango, scavando per procedere e forzando fessure, riuscì a sbucare nella grotta Brussi, a sua volta collegata con la Biagi , portando così a quasi 2 km lo sviluppo del complesso ipogeo. |
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Siamo quasi giunti al confine della zona carsica identificata col nome di "gessi di Brisighella".
Ripartendo in auto si tocca la località Manicomio (qualche casa e un ristorante), oltre la quale è possibile
osservare in basso a destra, a fianco di un frutteto, il fitto boschetto che nasconde la dirupata dolina in cui
si aprono le grotte Brussi e Biagi (il complesso della Tanaccia parte da qua); subito dopo si arriva a un
bivio (km. 3,2): alcuni cartelli segnaletici indicano che deviando a sinistra si sale verso Rontana e il parco
del Carnè.
Da questo punto parte il secondo itinerario, quello che ci permetterà di scoprire alcuni dei segreti dei "gessi di Rontana e di Castelnuovo".
(Gianluca Carboni) |
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