Utente non registrato

scheda n. 1511 letta 1003 volte

San Paolo in Alpe

inserita da    Bruno Roba bruno@appenninoromagnolo.it "
Comune : Santa Sofia
Tipo : rudere
Altezza mt. : 1009
Coordinate WGS84: 43 52' 44" N , 11 47' 48" E
Toponimo nell'arco di
notizie :

Antico insediamento abbandonato, restano i ruderi della chiesa di Sant'Agostino ed il bel campanile a vela.
scheda approfondita su questo sito sezione Borghi dimenticati.

Nell'aprile 1944 fu scelto dal Comando del Gruppo brigate Romagna per effettuarvi gli aviolanci Alleati di armi, vestiario, denaro e viveri per i partigiani .
Il campo di lancio venne attaccato e conquistato dalle truppe tedesche che bruciarono la Chiesa e le abitazioni civili.

----------------

Testo di Bruno Roba (27/10/2018 - Agg. 13/1/2026) - Presso tutti i popoli del mondo le montagne erano considerate i luoghi delle divinità, così era anche per l’Appennino e il significato del suo nome riporta alle antiche religioni preromane e politeiste della penisola adoratrici del Dio Penn (Pennina, secondo Catone), profondamente connesse con la natura e la ciclicità delle stagioni. Le radici linguistiche del toponimo probabilmente sono celtiche o liguri, per l’appartenenza alle lingue di quei popoli dei termini 'pen(n)' o 'ben'. La radice indoeuropea pen pend, che ha il significato sia di 'montagna' o 'cima' sia di 'essere appeso' o 'essere in pendenza', rifletterebbe la natura scoscesa della catena montuosa, caratterizzata da cime e pendii. Inizialmente, il nome potrebbe aver indicato solo l'Appennino settentrionale, per poi estendersi a tutta la catena montuosa. In latino classico: Appenninus, in romagnolo: Epinẽ’.

Nel contesto del sistema montano del versante emiliano-romagnolo dell’Appennino Settentrionale, la testata dell’Alta Valle del Fiume Bidente nel complesso dei suoi rami di origine (delle Celledi Campignadi Ridràcolidi Pietrapazza/Strabatenza), assieme a quella delle vallate collaterali, occupa una posizione nord-orientale, in prossimità di una piega di crinale adiacente al Monte Fumaiolo. È parte del sistema orografico dei «[…] tanti contrafforti, i quali, staccandosi dall’Apennino, vanno paralleli a finire nei piani della Romagna Pontificia, solcati da altrettanti fiumi e torrenti, molti dei quali scaricano le acque direttamente nell’Adriatico.» (G. Mini, 1901, 1978, p.2, cit.) riguardo al quale già il Repetti aveva precisato che: «Tutta quella porzione della sinistra costa dell’Appennino che acquapende nelle Valli del Savio, del Bidente, del Rabbi, del Montone, del Tramazzo, del Marzeno, del Lamone, del Senio e del Santerno, appellasi ROMAGNA GRANDUCALE […]» (E. Repetti, 1841, p. 809, cit.). Se l’appellativo Romagna di questo territorio risale ai tempi della donazione di epoca carolingia allo Stato della Chiesa, la parte poi incorporata alla Repubblica di Firenze divenne dalla fine del Quattrocento fino al 1923 prima Romagna Fiorentina poi Romagna Toscana.

GEOLOGIA

Ancora nel XIX secolo si riteneva che: «[…] quel vasto tratto di terreno sollevato, che attualmente comprende la Romagna Toscana, fosse in antico un largo seno di mare […]. Volendo ora assegnare una ragione al sollevamento […] questa è giuoco forza riconoscerla in una di quelle, che più volte obbligarono la crosta consolidata del globo a corrugarsi, e farsi ineguale. – L’Alta Romagna ha in passato grandemente patito per la violenza dei terremoti. […] tutto prova a mio senso, che nelle secrete viscere di questa porzione di terreno vi ardesse in passato, come tutt’ora vi arda, un fuoco, che energicamente dilatandone le materie racchiusevi, e liquefatte distraesse, slogasse gli strati petrosi, depositi tranquilli del mare antico, sollevasse, rendesse verticali, e spezzasse i più ribelli, lasciando ricader sopra sé stessi, e ripiegarsi a zig zag i più cedevoli, e per tal modo si creasse un gran vano ove meglio potesser bollire, e gonfiarsi in seguito quelle da lui fuse materie.» (L. Fabbroni, 1854, 1978, pp. 11-13, cit.). Se risale al 1590 la prima ipotesi del cartografo olandese A. Ortelius sullo spostamento e allontanamento reciproco dei continenti, dopo varie formulazioni occorre attendere il 1912 per l’introduzione della teoria della deriva dei continenti da parte di A. Wegener, ovvero che i continenti in passato fossero tutti uniti in un unico blocco e che, nel corso dei milioni di anni, con il movimento interno della Terra, si siano pian piano allontanati. La grande quantità di dati geofisici sulla morfologia e composizione dei fondali oceanici ottenuti nella prima metà del XX secolo e le scoperte scientifiche tra gli Anni ’50 e ’70 del secolo scorso hanno permesso alla scienza moderna di individuare il modello di dinamica della Terra, sviluppando e consolidando la teoria della tettonica delle placche, o a zolle, secondo cui la litosfera (crosta terrestre) è suddivisa in circa venti frammenti definiti placche, che si muovono in varie direzioni almeno da 3,5 miliardi di anni. Le Alpi e gli Appennini sono stati generati dallo scontro tra la placca Africana e la placca Euroasiatica, prima separate dalla diramazione di un vasto oceano (Tetide) apertosi a partire dal Giurassico medio (180 milioni di anni BP, Before Present, anni dal presente, inteso per convenzione il 1950). I sedimenti depositati in questa diramazione oceanica (Oceano Ligure) nel Cretaceo superiore (circa 95 milioni di anni BP) vennero coinvolti nei movimenti di avvicinamento di Europa Africa fino all’Eocene medio (circa 45 milioni di anni BP) e la progressiva compressione provocò intense deformazioni facendo assumere alle rocce argillose, più duttili, l’assetto fortemente caotico che le contraddistingue, mentre i calcari marnosi hanno in parte mantenuto l’originario ordine stratigrafico. Nelle successive Epoche geologiche proseguì una contemporanea attività di sedimentazione e orogenesi della catena paleo-appenninica sotto il livello del mare con processi di rotazione iniziati 35-30 milioni di anni BP e sollevamento 14-10 milioni di anni BP, con sovrapposizione di masse rocciose nei punti di contatto tra placche. Durante questa fase, tra 8 e 2 milioni di anni BP, la crosta terrestre continentale ha subito anche un assottigliamento che spiega altresì l’origine di un’importante attività vulcanica. A partire dall’Oligocene superiore (circa 26 milioni di anni BP) iniziò il riempimento, con sedimenti erosi dai paleo-Appennini e dalle Alpi, di una profonda depressione sottomarina, detta avanfossa, che fronteggiava l’embrione di catena paleo-appenninica settentrionale emersa. La sedimentazione avvenne soprattutto grazie a veloci flussi sottomarini, detti correnti di torbida, composti da sabbie, ciottoli, limo e argilla ad alta densità che prima si depositano poi vengono rimossi velocemente sui fondali marini. C. Migliorini nel 1943 per primo illustrò con chiarezza il modello geologico delle Torbiditi, prodotto dal processo di trasporto dei sedimenti della piattaforma continentale a grandi distanze e della loro risedimentazione in un ambiente marino profondo. Il progressivo riempimento dell’avanfossa e i processi di corrugamento e sollevamento determinarono la formazione, tra Miocene inferiore e Miocene medio (18-10 milioni di anni BP), di una nuova porzione di catena appenninica corrispondente all’incirca all’attuale dorsale romagnolo-umbro-marchigiana e di una nuova avanfossa, con ripetizione dello stesso fenomeno evolutivo. La Formazione Marnoso-Arenacea oggi nota è costituita dal riempimento dell’avanfossa più recente, l’Arenaria del M.Falterona è costituita dal riempimento dell’avanfossa più antica, quando «[…] le stratificazioni inferiori si sedimentarono in epoca di ancora forti movimenti tettonici collegati al corrugamento appenninico, per cui continuano ad ospitare potenti banchi di arenaria che infatti affiorano sugli alti versanti fino al crinale Termini-monte Falco al contatto con le due formazioni arenacee toscane (con le quali fanno graduale passaggio)» (M. Sorelli, L. Rombai, Il territorio. Lineamenti di geografia fisica e umana, in: G.L. Corradi - a cura di, 1992, pp. 23-24, cit.). Tra il Miocene medio e il Pliocene inferiore (8-4 milioni di anni BP) masse rocciose sono avanzate fino all’attuale margine appenninico-padano per poi essere quasi completamente asportate dall’erosione nelle ultime centinaia di migliaia di anni, lasciando lembi “relitti” salvaguardati dallo smantellamento erosivo; infatti, se gli strati torbiditici derivanti da questi processi e dominanti nei due versanti del crinale tra MugelloCasentino Romagna appenninica, sono generalmente costituiti da un’alternanza di arenaria per lo più sabbiosa e grossolana e marne argillose e finissime, non mancano affioramenti risalenti alle fasi più antiche di questo tratto appenninico. Per il parziale sovrascorrimento dell’unità Cervarola-Falterona e della Falda Toscana sulla Marnoso-Arenacea, un banco geologico risalente all’Eocene (50-27 milioni di anni BP), la Linea di Monte Falco, affiora infatti sul versante romagnolo del Monte Falco, tra Il Poggione (a quota 1217) e Prato Bertone, e continua ad estendersi riaffiorando sotto il crinale tra i Passi del Porcareccio (è evidente presso la Fonte a quota 1384) e dei Fangacci. Fino al Pliocene il territorio della provincia e della Romagna rimase allo stato di vasto penepiano (quasi piano) inclinato da SO a NE appena ondulato e inciso solo dagli alvei dei principali fiumi attuali, ma ancora senza le notevoli deviazioni che saranno prodotte dalle ultime fasi orogenetiche del Quaternario da cui è conseguita la definitiva morfologia della catena appenninica attuale e le vallate del Casentino e del Mugello, tra cui le alluvioni terrazzate dovute ai depositi alluvionali della prima parte del Quaternario, ovvero del Pleistocene medio e superiore (800.000-10.000 anni BP), che caratterizzano i fondovalle della Romagna, determinando ripiani posti a decine o centinaia di metri più in alto degli alvei fluviali. Nel tardo Pliocene e nel Quaternario un intenso processo erosivo ha inoltre interessato l’Appennino romagnolo; riguardo ad esso P. Zangheri scrive: «[…] cercai di calcolare (basandomi sullo spessore della coltre alluvionale padana) […] e trovai che non poteva considerarsi inferiore al valore medio di circa 650 metri (sulla superficie occupata dalla montagna e dalla collina) […] calcolato in un millimetro annuo circa, si ottiene come quoziente il periodo di 650.000 anni, […] corrispondente […] con buona approssimazione, alla durata del Quaternario, cioè di quel periodo geologico nel quale qui si è avuto per cause diverse […] il più potente effetto erosivo. Anzi è pensabile che l’erosione abbia superato le cifre esposte […]. Si tratta di erosione imponente che ha prodotto la colmata (dello spessore medio di un chilometro e mezzo) che costituisce l’attuale pianura, mentre un altro forte quantitativo di tale prodotto di erosione trasportato dai corsi d’acqua è finito e finisce nel fondo dell’Adriatico.» (P. Zangheri, 1961, rist.anast. 1989, p. 40, cit.). In particolare, le erosioni, unitamente ai fenomeni collegati alle oscillazioni glaciali, comportarono la formazione dei terrazzi orografici (antichi piani fluviali) a partire dal Periodo interglaciale Mindel-Riss, 350-300.000 anni BP fino a poche migliaia di anni fa. «L’importanza dei terrazzi è notevole a livello antropico, in un territorio geologicamente e tettonicamente “giovane” dove la morfologia dominante offre pendici scoscese e terreni instabili, anche per colpa dell’uomo, e quindi difficili condizioni ambientali. È sui terrazzi del Mindel-Riss che si trovano ubicati numerosi dei più antichi nuclei abitati alpestri, come Poggio alla Lastra, Strabatenza, Castel dell’Alpe, Pian del Grado-Celle, Biserno, Sasso ecc., oppure i più recenti insediamenti sparsi legati alla diffusione della mezzadria in montagna nel corso del’Ottocento-Novecento – e significativamente segnalati dal toponimo iniziante con “pian” […]» (M. Sorelli, L. Rombai, Il territorio. Lineamenti di geografia fisica e umana, in: G.L. Corradi - a cura di, 1992, p. 28, cit.).

Dal Pleistocene, oltre al sollevamento regolare dell’Appennino, si accentuarono fino alla seconda fase del Quaternario, ovvero l’Olocene (11.700 anni BP, connotato dalla scoperta dell'agricoltura e dallo sviluppo storico della civiltà umana fino ai tempi odierni – N.B.: è in corso il dibattito scientifico se ritenere concluso l’Olocene con il XX secolo e considerare il nuovo millennio come inizio dell’Antropocene, ovvero l'era dell'uomo che impatta enormemente sull'ecosistema terrestre), processi tettonici di sollevamento degli strati e di corrugamento che hanno generato un sistema di pieghe che si susseguono quasi parallele dal Tirreno all’Adriatico, caratterizzando la provincia e la Romagna ed attenuandosi progressivamente ma senza esaurirsi del tutto, come testimoniano gli eventi tellurici recenti. Il profilarsi delle pieghe assieme all’ultimo sollevamento delle terre ed il ritiro definitivo del mare anche a N di Cesena conferirà gradualmente al territorio provinciale e romagnolo l’assetto attuale, con aumento delle pendenze e restrizione degli alvei fluviali, dando origine alle grandi incurvature dei fiumi e dei contrafforti che li dividono. L’assetto orografico principale orientato SO-NE e le rotazioni terminali testimoniano della genesi di queste montagne evidentemente sottoposte più a valle da un movimento tettonico esercitato da SE mentre le spinte considerate principali provenivano da SO. Cinque pieghe interessano la Toscana e la sesta, ovvero il primo inarcamento degli strati sedimentari romagnoli, interessa il Casentino e l’Appennino dal Monte Falterona fino all’Alpe della Luna e oltre. La piega successiva segue le linea S.Benedetto in Alpe-M.Gemelli-M.Guffone-Piano d’Arcai-Berleta-Biserno-M.Frullo-S.Piero-M.dell’Incisa. Altre si susseguono. Questi ondulazioni, costituite da un succedersi di anticlinali (ripiegamenti convessi) e sinclinali (ripiegamenti concavi), si profilarono in senso trasversale rispetto allo sviluppo delle valli principali sostanzialmente ormai tracciate, così da sbarrare il deflusso delle acque, con formazione di bacini e conseguenti depositi alluvionali oltre che di meandri fluviali, che comunque non riuscirono a modificare la direzione dei fiumi ormai impostata, secondo un fenomeno detto della sovraimposizione. I fenomeni erosivi hanno poi comportato l’asportazione delle sommità (cerniere) delle anticlinali come è stato individuato p.es. alla base di Poggio Scali presso Ciriegiolino, fra Ridràcoli Biserno e fra Biserno ed Isola. La costituzione geologica a pieghe parallele a volte ha lasciato qualche traccia visibile superficiale non ancora compromessa dall’erosione in corrispondenza dei rialzamenti dei nodi montani (che emergono con formazione di picchi a volte piramidali nello sviluppo digradante dei contrafforti verso la pianura) quando si incrociano con le linee degli anticlinali, quali sono p.es. i Monti RitoioGuffone Castelluccio lungo la suddetta linea da S.Benedetto in Alpe, dove peraltro si evidenzia un notevole parallelismo nel ripetersi di tali rialzamenti tra i contrafforti adiacenti del tratto casentinese-romagnolo. Tali coincidenze sono significative tettonicamente, così come gli incroci tra i rialzamenti e gli avvallamenti delle linee di sinclinale sono significativi quali assestamenti delle rocce a seguito di ribaltamenti di sommità delle pieghe. 

OROGRAFIA

Probabilmente all’interno di uno dei primordiali avvallamenti sopra descritti potrebbe essersi originato l’assetto orografico dell’Appennino tosco-romagnolo e quindi attinente all’Alta Valle del Fiume Bidente, quale parte del sistema montano accennato da Mini nella citazione sopra riportata, laddove la catena appenninica presenta evidenti inflessioni alle quali si accompagna un vario orientamento delle diramazioni montuose che si staccano ad oriente dividendo i sistemi vallivi, con una regolarità morfologica che conferma quanto siano geologicamente recenti, a differenza dei territori circostanti, specie toscani, dove le catene montane sono disposte nelle più varie direzioni con datazioni di rocce che possono risalire fino a 300 milioni di anni BP, ricadendo pertanto nel Paleozoico

Schematizzando, la linea del crinale appenninico ai due estremi del tratto tosco-romagnolo, in coincidenza del Passo della Futa e del Passo di Viamaggio, presenta due nette inflessioni dove si modifica la direzione di sviluppo dello Spartiacque rispetto ai tratti precedente e successivo. Anche i contrafforti che da esso si distaccano proiettandosi verso l’area padana presentano un diverso orientamento a seconda del rispettivo tratto di origine: «[…] il crinale appenninico della nostra Provincia (e della Romagna) ha la direzione pressoché esatta da NO a SE […] hanno […] orientamento, quasi esatto, N 45° E, i contrafforti (e quindi le valli interposte) del territorio della Provincia di Forlì e del resto della Romagna. […] tale direzione non continua uniforme fino a raggiungere le ultime propaggini dei contrafforti stessi verso la pianura, e cambia invece alla distanza di 25-35 chilometri dalla dorsale, per piegare verso la direzione N 25° E […] passando progressivamente a N […]» (P. Zangheri, 1961, rist.anast. 1989, pp. 9, 59 cit.). Queste serie di rupi dai profili spesso frastagliati per la velocità del disfacimento roccioso che si snodano come un bastione naturale tra le valli denominate contrafforti terminano nella parte più bassa con uno o più sproni mentre le loro zone apicali fungenti da spartiacque sono dette crinali, termine che comunemente viene esteso allo stesso rilievo cui appartengono. Nei documenti storici per indicare i crinali, specie se costituenti elementi morfologici evidenti del territorio era spesso utilizzato il termine radiumraggio, forse in quanto netti e lineari (come quelli solari), allorquando erano parte di un itinerario (che consentiva collegamenti più diretti e rapidi tra luoghi altrimenti raggiungibili tramite lunghi tragitti) e/o costituenti confine di un’area. Per rilevanza o consuetudine a volte il termine diviene esso stesso toponimo o ne fa parte (Il RaggioRaggio del FinocchioMaestà del RaggioRaggio alle SeccheRaggio dei PicchiRaggio GrossoRaggio LungoRaggio MozzoFosso del RaggioRaggio di Sopra, etc.).

All’interno dell’assetto orografico descritto il complesso montano inerente all’Alta Valle del Fiume Bidente è costituito dal tratto compreso tra il Monte Falterona e il Passo dei Mandrioli e dalla sequenza di ramificazioni primarie strutturate a pettine che da esso si distaccano prolungandosi secondo linee continuate e parallele verso Forlì Cesena, fino a raggiungere uno sviluppo di 50-55 km. La testata è delimitata da due contrafforti principali che hanno origine, a NO, «[…] dal gruppo del M. Falterona e precisamente dalle pendici di Piancancelli […]» (P. Zangheri, 1961, rist.anast. 1989, p. 14, cit.) e, a SE, da Cima del Termine così sviluppandosi per circa 18 km; in tale ambito si staccano due contrafforti secondari e una ramificazione di dorsali e controcrinali di minore sviluppo ma non inferiore importanza delimitanti le singole vallecole del bacino idrografico. 

Il contrafforte principale NO, presa origine dal gruppo del Monte Falterona tramite le pendici di Pian Cancelli, prosegue per il promontorio tondeggiante di Pian delle Fontanelle e precipita con la Costa Poggio Corsoio. Tende quindi a stabilizzarsi intorno a Poggio Bini per poi manifestare una piega a oriente con il Monte Ritoio, già ricordato per l’interesse come nodo montano, ed un sollevamento di cresta fino al Monte Guffone comprendendo il Monte dell’Avòrgnolo. Riprende poi l’andamento principale verso Forlì e termina presso la chiesa di Collina sopra Grisignano dopo circa 47 km, non prima di avere evidenziato un’ulteriore sequenza di rilievi (il Monte della Fratta, i Poggi Penna e Montironi, i Monti PrignolaiaAltaccioSpinodelle ForcheMartellinoGrossoFusoBrucchelle Velbe, i Colli delle Caminate e di Lardiano).

Il contrafforte principale SE si stacca da Cima del Termine, presso il Passo dei Mandrioli, diretto verso Cesena. Subito precipita tramite le Rivolte di Bagno fino al Poggiaccio proseguendo più regolare con l’alternanza dei modesti rialzamenti dei Monti Carpano e Castelluccio e la sella di Macchia del Cacio fino al Monte Piano (che offre una panoramica completa dello Spartiacque). Prosegue con il Monte Frullo, il Passo Colle del Carnaio, i Monti AiolaCalbanodella FaggiaValnestaAltelloNavacchio, gli attraversamenti di S. StefanoRivoschio S. Matteo cui seguono i Monti Cavallodella Rovere o dei Feriti, i Colli di CollinelloMadonna di Cerbiano e di Bracciano, infine raggiunge Casa TombaMassa Monticino «[…] per finire sulla via Emilia presso Diegaro.» (P. Zangheri, 1961, rist.anast. 1989, p. 16, cit.) dopo circa 49 km.

Tra dette ramificazioni orografiche primarie si interpongono due ramificazioni secondarie. Il contrafforte secondario NO si distacca da Poggio Scali e precipita ripidissimo disegnando la sella “a corda molle” di Pian del Pero, serpeggiante evidenzia una sequenza di rilievi (i Poggi della Serra e Capannina, il Monte Grosso, l’Altopiano di S.Paolo in AlpePoggio SquillaRonco dei PretiPoggio Collina e Poggio Castellina) fino a digradare presso Isola dopo circa 14 km. Il contrafforte secondario SE si distacca da Poggio allo Spillo, scende a Poggio della Bertesca, risale a Croce di Romiceto, evidenzia i Monti MoriccionaLa RoccaMarinoPezzoli Poggio Busca, già Croce La Lastra e il Monte Carnovaletto per concludersi con il Raggio delle Rondini presso Capaccio a valle di Isola dopo circa 15 km.

Questi contrafforti racchiudono le valli dove scorrono le 4 ramificazioni altomontane del Fiume Ronco, detto Bidente da Isola Meldola, e Bidente di Corniolo da Corniolo Isola. Tra i primi tratti dei contrafforti NO principale e secondario scorrono il Bidente delle Celle e il Bidente di Campigna (nelle descrizioni spesso ignorati nelle loro specificità e considerati ramificazioni anonime del Bidente di Corniolo) a loro volta separati dal contrafforte terziario che in fase di distacco è collegato dalla sella di Pian dei Fangacci alla morfologia piramidale di Poggio Martino ed al Monte Falco. A Poggio Martino fa seguito la geometrica sequenza di creste di altri quattro rilievi, detti (alcuni secondo l’antico oronimo) Poggio di ZaccagninoPoggio di MezzoPoggio del Palaio e Poggio delle Secchete, oggi Poggio Palaio, che si sviluppa divaricandosi dallo Spartiacque Appenninico secondo un evidente fenomeno tettonico. Con la Costa Poggio dei Ronchi la cresta precipita fino alla sella dei Tre Faggi, riprende la risalita come crinale di Corniolino fino a innalzarsi con il Monte della Maestà per poi scemare terminando presso Lago dopo circa 8 km. Tra i due contrafforti secondari scorre il Bidente di Ridràcoli e tra il contrafforte secondario SE e il primo tratto del contrafforte principale SE scorre il Bidente di Pietrapazza-Strabatenza.

Il tratto di Spartiacque pertinente all’ambito descritto corre su altitudini tra le più elevate dell’Appennino forlivese, minime poco inferiori ai m. 1300 e massime fino ai m. 1500-1650, con abbassamenti in corrispondenza dei valichi e rialzamenti in coincidenza con i nodi montani da cui si distaccano le diramazioni montuose. L’inclinazione degli strati, immersi a SO, spiega la ripidità dei versanti esposti a settentrione della Bastionata di Campigna-Mandrioli, dove le pendenze, mediamente pari al 35%, raggiungono acclività del 70-100%, dando alla montagna il noto aspetto di imponenza e invalicabilità, con pareti evidenzianti la stratigrafia “a reggipoggio” modellata dall’erosione e la formazione di canaloni fortemente accidentati, con distacco detritico e lacerazioni della copertura forestale. A tale asprezza morfologica si contrappone la generale morbidità del crinale dovuta alla lentezza dell’alterazione delle bancate arenacee, la cui superficie coincide, appunto, con quella della stratificazione. 

Il primo e principale rilevo di questo tratto dello Spartiacque giogo appenninico è costituito dal gruppo del Monte Falterona (m 1653,5), con il Monte Falco (m 1657,4) posto sulla linea del crinale tosco-romagnolo che, limitatamente alla testata delle valli bidentine, si prolunga a N anche quale stacco del contrafforte principale NO evidenziando Poggio Piancancelli (m 1576,7) e Pian delle Fontanelle (m 1524,4), tagliato a O dalle Balze delle Rondinaie. Dal Monte Falco verso SE emergono lievi dal crinale Poggio Sodo dei Conti (m 1573,6 // +1,104 km LDA = in linea d’aria) e Poggio Lastraiolo (m 1490 // +0,985 km LDA), con i prati della Burraia, mentre l’innalzamento del Monte Gabrendo (m 1538,2 // +0,640 km LDA) prelude alla prima importante sella valicata dal Passo della Calla (m 1295,7 // +0,946 km LDA). Dal passo inizia il tratto centrale dello Spartiacque e il crinale si innalza velocemente fino al poggio detto Il Poggione (m 1432 // +1,190 km LDA) dove inizia un lungo tratto in gran parte in penepiano, anticamente detto Raggio Lungo, fino a Poggio Pian Tombesi (m 1463 // +1,070 km LDA). Una nuova e decisa risalita prelude alla seconda maggiore vetta del tratto, Poggio Scali (m 1521,2 // +1,743 km LDA) a cui segue la netta discesa fino alla sella del Passo Sodo alle Calle (m 1334,3 // +1,784 km LDA), oltre il quale il crinale mostra modeste variazioni di quota nel lungo sviluppo fino al passo di Prato alla Penna (m 1250 // +3,130 km LDA), dove termina la parte centrale dello Spartiacque che, dopo un veloce rialzamento fino a Poggio Tre Confini (m 1395,2 // +1,070 km LDA), sviluppa il suo ultimo e articolato tratto bidentino, infatti subisce una serie di disallineamenti, selle e rialzamenti costituiti da Poggio allo Spillo (m 1448,8 // +1,823 km LDA), Poggio Rovino (m 1393,4 // +1,065 km LDA) e Monte Cucco (m 1330,9 // +1,100 km LDA), per terminare con la rotazione a 90° di Cima del Termine (m 1277 // +2,160 km LDA), che di fatto costituisce asse di allineamento N/S tra il contrafforte principale SE e la prosecuzione verso i Poggi di Lombardona dei Mandrioli e Magiovanna. La cresta procede verso meridione per circa 1,8 km, con tali picchi che superano di poco i 1280 m e saliscendi limitati che mantengono una quota non inferiore ai 1235-1250 m fino alla depressione a SE di Poggio di Lombardona, tagliata in trincea (1173 m) dal Passo dei Mandrioli. In questo tratto è particolarmente evidente il caratteristico profilo dei crinali romagnoli, con il versante toscano movimentato dalle propaggini che si distaccano dai picchi variamente distese ed il versante romagnolo con tratti ad acclività prossime alla verticale, aspetto ben evidenziato dalla cresta denudata di Poggio di Lombardona dove la frattura dell’emergente stratificazione diviene affaccio naturale e panoramico. L’ampia ed alta valle del Fiume Savio, generata da una più facile erosione fluviale su una formazione dove predomina la componente argilloso-marnosa, separa il contrafforte principale che si stacca da Cima del Termine dal massiccio del Monte Còmero e dalla “placca” del Monte Fumaiolo, mentre l’assetto geomorfologico assume nuovi aspetti. Su un versante predomina un esteso affioramento di interesse stratigrafico e paesaggistico, molto noto per la valenza paesaggistico-scenografica e, a livello stratigrafico, per la successione di strati della Marnoso-Arenacea ad orientamento orizzontale, particolarmente ben esposti e costituenti il Geosito di rilevanza regionale Le Scalacce, o Gli Scalacci, e le Tavole di Mosé, ad orientamento verticale, mentre sul versante opposto le arenarie tipo macigno del Còmero e i blocchi calcarenitici del Fumaiolo emergono permeabili da un letto di argille scagliose la cui imbibizione e successiva plastificazione da un lato rende questa zona una delle idrogeologicamente più instabili di tutto l’Appennino dall’altro crea pendici dolci ed omogenee e genera ricche sorgenti come quella del Savio.

CENNI STORICO-MORFOLOGICI

Le indagini archeologiche fanno presumere che questa area appenninica costituisse un’interconnessione tra i popoli italici risultando una visione unitaria sulle strategie insediative e assemblaggi di cultura materiale, per quanto complessi. Il confine fisico della catena montuosa non costituiva ostacolo al passaggio di persone e merci, di conseguenza impedimento al commercio tra versante adriatico e tirrenico. Inoltre, secondo gli studi paleo-ambientali l'area intorno al Monte Falterona era ricca di abeti rossifaggi e pini silvestri fin dal IX millennio a.C., che davano il legname ideale per l’edilizia o altri sottoprodotti come la pece. L'importanza di quest'area per la presenza della risorsa lignea è testimoniata dalle fonti classiche (Plinio il Vecchio, Plinio il Giovane, Strabone) che dimostrano come l’attività di sfruttamento forestale dal versante casentinese, lignum (combustibile) e materia (legname per le costruzioni), fosse presente nel periodo romano almeno dalla tarda età repubblicana, ma poche ed interessanti tracce risalgono fino all'epoca pre-romana, tanto da far ipotizzare che lo sfruttamento forestale fosse iniziato già dal IV secolo a.C. «Il fatto che i frati di Camaldoli e di Vallombrosa abbiano dovuto avviare una lunga opera di rimboschimento del territorio casentinese a partire dall’XI secolo, potrebbe essere un forte indizio dell’intensivo taglio di legname avvenuto in epoca romana. A mio parere alcuni abitati posti in altura […], alle pendici della Falterona, potrebbero essere stati costruiti proprio per lo sfruttamento dei boschi montani.» (C.M. Dominici, L’archeologia casentinese d’epoca romana. Uno studio topografico, in: Giornale di Bordo di storia letteratura e arte, Serie III, n. 36/37, 2014, p.17, cit.).

La più antica descrizione dell’Appennino risale al 145-140 a.C. ed è contenuta nelle Historiae in cui Polibio individua la catena appenninica tosco-romagnola come spartiacque culturale e politico tra le terre popolate dai Galli e l’Italia romana: «[…] questa pianura appare nel complesso triangolare. E il vertice di questo disegno lo forma l'incontro delle Alpi e delle montagne chiamate Appennini, a non molta distanza dal Mar di Sardegna sopra Marsiglia. Sul lato di questo triangolo rivolto a settentrione corrono le Alpi […] sul lato rivolto a mezzogiorno invece gli Appennini per tremilaseicento stadi [ca. 640 km.]. Infine si dispone come base dell'intera figura la linea della costa adriatica […] (1) Abitano l'Appennino, dal suo inizio al di sopra di Massalia e dalla sua intersezione con le Alpi, i Liguri, sia sul versante di esso rivolto verso il mar Tirreno, sia su quello verso la pianura sia lungo la costa fino alla città di Pisa, che è la prima della Tirrenia verso occidente, nell'entroterra, invece, fino al territorio degli Aretini. Di seguito ci sono i Tirreni; e, immediatamente dopo di loro, gli Umbri occupano entrambi i versanti di queste montagne. In seguito l'Apennino, tenendosi ad una distanza di circa cinquecento stadi [ca. 87,5 km - ndr] dal Mar Adriatico, abbandona la pianura piegando a destra, poi, correndo al centro del resto dell'Italia raggiunge il Mar di Sicilia. […] Il fiume Po, reso famoso dai poeti come Eridano, ha le sue sorgenti nelle Alpi, all'incirca presso il vertice della figura geometrica prima ricordata, e cala poi verso la pianura, dirigendo il suo corso verso mezzogiorno. Giunto alle zone pianeggianti, dopo aver piegato con la corrente verso est, le attraversa; si getta nell'Adriatico in due foci. […] È ricco di un volume di acque non inferiore a quello di alcun fiume d’Italia, perché in esso confluiscono da ogni parte, dalle Alpi e dagli Apennini, tutti i corsi d’acqua che discendono alla pianura. La sua corrente è più bella e imponente verso il sorgere della costellazione del Cane [24/28 luglio - ndr], quando cresce in seguito allo scioglimento delle nevi sui monti già ricordati.» (Polibio, Historiae, II, 14-16). Plinio visitò l’area romagnola dedicandole un brano: «Octava regio determinatur Arimino, Pado, Appennino. […] Padus […], omni numero XXX flumina in mare Hadriaticum defert, celeberrima ex iis Appennini latere Iactum, Tanarum, Trebiam Placentinum, Tarum, Inciam, Gabellum, Scultennam, Rhenum […]» (Plinio il Vecchio, Naturalis historia, III, 115, 117, 118) (Trad.: L'ottava regione è delimitata da Rimini, dal Po, dall’Appennino. … Il Po … in tutto porta 30 fiumi nel mare Adriatico, famosi tra questi dalla parte degli Appennini Iatto, Tanaro, Trebbia Piacentino, Taro, Incia, Gabello, Scultenna, Reno). I riferimenti della letteratura geografica antica (oltre ai citati, Strabone e Livio) sono peraltro prevalentemente centrati sull’area costiera rendendo difficoltoso ricostruire la morfologia dell’appennino romagnolo nell’antichità.

Occorre attendere i secoli XIII e XIV, quando Firenze raggiunge uno stato di floridezza tale da indurla alla costruzione di una nuova cattedrale per vedere affidate all’Opera di Santa Maria del Fiore le risorse forestali di quel “dosso d’Italia” che già ai tempi di Dante è l’Appennino, risorse disponibili alla comunità dal 1380 dopo la sottrazione ai conti Guidi. L’organizzazione dell’attività per portar fuori dalla foresta il prezioso e ingombrante materiale arboreo necessitante per la “fabbrica del Duomo” comportò, tra l’altro, la redazione di una corposa documentazione, custodita nell’Archivio dell’Opera e purtroppo in gran parte andata perduta con l’alluvione fiorentina del 1966, che contiene un’abbondante descrizione del crinale appenninico e delle aree di Campigna Lama. Lo studio archivistico di Gabbrielli e Settesoldi (cit.) effettuato negli anni precedenti alla catastrofe e il saggio di Becattini (cit.) sulla documentazione dell’Archivio, resa disponibile anche tramite link ipertestuali (cit.), consentono comunque una lettura comprensiva del contenuto del materiale perduto con utili approfondimenti. Occorre ricordare che fino alla metà del XV secolo gli introiti derivanti dalle vendite di legname erano pari a meno del 5% delle entrate complessive ma, a partire dalla fine del Quattrocento, divennero sempre più consistenti fino a rappresentare, nel Seicento inoltrato, oltre la metà del totale del bilancio dell’Opera. Dalla donazione fatta dal Comune a favore dell’Opera: «[…] la foresta divenne per la fabbriceria una vera e propria ‘cava’ di materiale, tanto che i documenti parlano di ‘estrazione’ dei tronchi dalla Selva, ponendosi in netto contrasto con le istanze di sostentamento della popolazione locale.» (I. Becattini, 2015, p. 35, cit.). 

Per avere un primo testo descrittivo di questo territorio appenninico occorre risalire alla donazione del Campo Maldoli del 1012 e interpretarne i confini, limitati al crinale della Giogana a N, al Monte Faggiolo a O, al Monte Cotozzino e alla strada che conduceva in Romagna a Est, alla confluenza dei Fossi di Camaldoli e della Duchessa a S. Dopo la confisca del vasto feudo forestale da parte della Repubblica di Firenze a danno dei conti Guidi,  prima l’alpe del Corniolo, la selva del Castagno, poi la selva di Casentino ovvero di Romagna che si chiama la selva di Strabatenzoli e Radiracoli tra il 1380 e il 1442 furono donate all’Opera del Duomo di Firenze in Romagna (il termine contenuto in atti è “assegnato in perpetuo” - A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 15-16, cit.). «Il vasto territorio ricevuto in dono si estendeva soprattutto nelle valli del Bidente, allora Romagna Toscana, per circa 13.000 ettari. Su questa parte di terreno iniziò ben presto una fitta antropizzazione: dato che la vita dei contadini era molto dura, si cercò di usare la maggior parte dei terreni disponibili per le colture agricole, consumando gran parte del manto forestale con un progressivo innalzamento del limite delle foreste sulle zone con forte pendenza e non adatte alla coltivazione. Si spiega così il progressivo espandersi dei “ronchi” e della messa a coltura dei terreni, che l’Opera in un primo momento cercò di arginare, ma senza risultato a causa della distanza dai centri di amministrazione e della scarsità del personale di sorveglianza. Ciò creò un impoverimento dei suoli che, per chi si affaccia oggi dal Monte Penna, è ben evidente in quei “ronchi” e nella “biancheria” formatasi nel tempo in quei territori dove si è venuto a esporre il sottosuolo agli agenti atmosferici con messa in vista della formazione marnoso-arenacea sottostante.» (M. Ducci, G. Maggi, B. Roba, 2024, p. 37, cit.). Nel 1610 Cosimo II affidò all’Opera la Faggeta di Sua Altezza Serenissima il Granduca, che il principe utilizzava per le necessità militari, ovvero una striscia di bosco adiacente alla linea di crinale che si estendeva fino a Poggio Lastraiolo e ai Monti Gabrendo e Giogarello per mezzo miglio in larghezza e fino a un miglio dal crinale. Da un documento del 1637: «[…] in Casentino vicino alle macchie e boscaglie di detta Opera si trova una macchia o faggeta propria di S.A.S. della quale faggeta per servizio massime dei remi da galera sin dall’anno 1610 dal Serenissimo Granduca Cosimo II fu data la cura e custodia a detta Opera e sua guardie e di nuovo poi nel 1613, per il medesimo rispetto, fu dalla prefata Altezza Serenissima comandato al Signor Soprintendente di detta Opera che la faggeta facesse riguardare massime […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 25, cit.). Se già dagli anni 1559 e 1564 la Legge dell’Alpe, fino alla decadenza nel XVII secolo, obbligava con disappunto locale al rispetto della faggeta secondo le suddette distanze dal giogo, fin dal 1619 sorsero controversie con i confinanti Conti di Urbech e le comunità locali non tanto sul riconoscimento dei confini quanto per i nuovi controlli posti in essere da nuovi affidatari: «[…] cercando di proibire alle guardie di detta Opera la cura e custodia di detta parte di faggeta et il referire all’Opera i danni dati in essa, ne occuparono poi e di continuo ne occupano, il possesso nonostante anco che da altri giudici, già deligati in questa causa, ciò fusse loro proibito […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 25, cit.).  Nel 1785 l’Opera acquistò dall’Ospedale di S. Maria Nuova di Firenze l’Abetina di Poggio Corsoio, rinomata per la particolare dimensione delle sue “antenne” da marina. Nel 1818 e nel 1840, a causa dell’abbandono e malgoverno in cui versavano, le foreste gestite dall’Opera vennero affidate in enfiteusi per 100 anni ai monaci di Camaldoli e nel 1857 Leopoldo II le acquisì a titolo personale unendole alla tenuta di Badia Prataglia, acquistata nel 1846. I rilievi appenninici ricadenti nei territori dell’Opera si trovano citati in occasione della riconfinazione della Bandita di Campigna, con bando del 1645, e della suddivisione amministrativa della foresta, operata nel 1655, in parti da assegnare alle guardie delle selve, alcuni con utilizzo di toponimi in disuso e di difficile identificazione. Il crinale era detto Giogo, o Giogo appennino o Giogana, quindi venivano citati i Poggi MartinoZaccagninodi MezzoPalaiodelle Secchete (oggi Palaio) e la Calla di Giogo o a Giogo; in documenti successivi si trovano menzionati inoltre la FalteronaPian delle FontanelleMonte Corsoio, le Rivolte di Bagno, estremo limite sud-orientale presso Cima del Termine e il c.d. Poggio di S.Paolo in AlpePoggio Scali e Sasso Fratino vengono citati nelle “lettere di taglio” del 1701. La lettura dei confini contenuta nei contratti del 1818 e del 1840 tra l’Opera e i monaci di Camaldoli è infine utile per un ragguaglio toponomastico su rilievi e luoghi principali quali Sodo dei ContiGiogo di ScaliGiogo SecchetaPrato al SoglioPrato BertonePrato alla PennaGioghetto (presso il Passo dei Fangacci), crine dei Beventi e dei SegoniMonte Cucco, elencati in ordine verso oriente. Di interesse è la lettura dei verbali conseguenti ai sopraluoghi o “visite” degli “operai” o funzionari dell’Opera, di cui si riportano di seguito alcuni brani. Dalla “visita” del 1605: «Visita fatta questo dì Primo d’Ottobre 1605 […] prima s’è visto e considerato il l.d. la Fonte de Beventi et La Penna; in questi luoghi è necessario far aggirare faggi e stirpare per fare delle posticce d’abeti per essere questi luoghi assai commodi e vicini» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 224-225, cit.). Dalle relazioni di due “visite” del 1677: «Il giorno di martedì montammo a cavallo assai per tempo e arrivammo alla Stradella dove cominciammo a vedere parte della nostra grandissima selva […] e tirando su arrivammo fino al Prato dei Conti il quale dicono essere il più eminente luogo di quelli Appennini e passando da Monte Corsoio luogo di nostro confino con lo spedale di S. Maria Nuova scesimo abbasso sino alla Chiesa delle Celle nel qual viaggio molto disastroso per li cattivi passi […]. La mattina di giovedì […] arrivati nella Calla di Giogo tirammo per quella Giogana per riconoscere i nostri confini; nel tempo in cui andavamo vedendo le nostre grandissime campagne d’abeti chiamate sotto diversi vocaboli […] salendo dalla Calla a Giogo si proseguì per Giogo al Poggio di Scali dove è la via di Scali che scende a San Paolo in Alpe […] e sempre camminammo per quella strada che da una parte per quanto acqua pende in Casentino verso mezzogiorno resta la faggeta di S.A.R. e per quanto acqua pende in Romagna verso tramontana restano le nostre mentovate abetie. […] seguitando per Giogo […] si osservò un gran buon terreno in una amena valle situata in mezzo agli orri di montagna […] si visitò la faggeta del Porchereccio proposta dal Ministro per farvi una piantata d’abeti che veramente sarebbe moto commoda et utile […]. Si ritornò poi per giogo e si giunse al Prato del Soglio […]. Venerdì 24 […] si camminò molte miglia sin presso le Rivolte di Bagno ultimo termine a levante della provincia di sotto e si vedde da più parte del Giogo le vaste provincie dell’abetio della Lama, Forconali, Bertesca, Aguti, Castagno, Sasso di Bosco, et altri dove sono abeti fino alle Rivolte di Bagno […].» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 320-322, 328-329, cit.).

LA CARTOGRAFIA

Solo dal XV secolo, con l’affermazione delle signorie e in seguito con lo stabilizzarsi degli Stati sovrani, per la necessità di acquisire maggiore formalismo e precisione nella rappresentazione del territorio ai fini della delimitazione confinaria rispetto all’impreciso sistema descrittivo degli atti notarili in uso fino ad allora (limitatamente accompagnati da disegni), iniziarono le prime rappresentazioni grafiche del territorio, ma occorrerà attendere il XVIII secolo per giungere ad un’apprezzabile precisione nella redazione delle mappe grazie ai progressi della tecnica cartografica - che comunque si limita ad evidenziare i caratteri ambientali più vistosi tramite uno stile pittorico misto planimetrico-prospettico per cui le zone montane erano disegnate secondo l’approssimativo metodo dei “mucchi di talpa” - e soprattutto il XIX secolo con l’affermazione del sistema catastale, per la nostra area su iniziativa napoleonica proseguita dal Granducato di Toscana.

Il documento cartografico storico forse più antico dove si può trovare una rappresentazione del nostro tratto di appennino tosco-romagnolo è una mappa francese del 1648 Estats del l’Eglise et de Toscane par N. Sanson d’Abbeuille Geogr. Du Roy Auecq Privilege Pour vint Ans 1648 (pubblicata in A. Anceschi, 2018, p. 28, cit.) riguardante gli interi Stati della Chiesa e della Toscana, quindi poco particolareggiata, dove accanto alla sua rappresentazione schematica a “mucchio di talpa” compare la scritta Monte (Falterona) da cui nasce il fiume Bedese (Bidente) che scorre rasentando Soffia (S.Sofia). Una rappresentazione particolareggiata è invece contenuta in una mappa di disegno probabilmente della stessa epoca riproducente i possedimenti dell’Opera al 1637 ed allegata con modifiche ad una relazione del 1710 del provveditore Gio. Batta Nelli, pare realizzata a china con orografia a tratteggio e sfumo ad acquerello principalmente verdastro o seppia, enfatizzazione dell’idrografia e della viabilità oltre a rappresentazione prospettica delle rare case coloniche. È custodita nell’Archivio dell’Opera e si trova riprodotta in A. Gabbrielli, E. Settesoldi (p. 20, cit.) e a colori in A. Bottacci, P. Ciampelli (p. 35, cit.). Nella sua approssimazione grafica la mappa riproduce l’area orientale romagnola interessata dalle selve dell’Opera, all’interno della quale sussistevano controversie con il Comune di Valbona, con punto di vista rivolto da Settentrione verso il crinale appenninico e interessante toponomastica che aiuta ad individuare i luoghi rappresentati. Nella mappa il Giogo, che delimita l’area a Mezzogiorno, è raggiunto presso la Croce di Guagno (Passo della Crocina) dalla Via Maestra che vien dall’Eremo e dalla Via del Rovino sicuramente tramite la selletta presso presso le pendici orientali di Poggio RovinoLe Rivolte delimitano l’area a Levante mentre a Ponente al Raggio di S.Paolo fa seguito la Via di Giogo di Scali che ancora oggi si conclude sul poggio omonimo.

Al XVIII secolo risalgono diverse mappe di iniziativa granducale (tutte conservate presso il Nàrodni Archiv Praha in quanto trasportate in Boemia al seguito di Leopoldo II, partito precipitosamente da Firenze la mattina del 27 aprile del 1859 e consultabili sul portale CASTORE della Regione Toscana https://www502.regione.toscana.it/searcherlite/cartografia_storica_regionale_start.jsp) le quali, nel rappresentare l’area casentinese e/o romagnola, inquadrano con vario schematismo il territorio montano e la catena appenninica. La carta del Giachi del 1780, Il Granducato di Toscana diviso in tre provincie, cioè stato fiorentino, stato senese e stato pisano, contiene un tentativo di rappresentazione planimetrica dell’orografia a sfumo completa e d’effetto del tratto appenninico con segnalati il Falterona e le Alpi di Serra. La Descrizione delle provincie del Casentino e del Mugello, della Romagna, del granducato di Toscana, del territorio aretino, del piano di Cortona e del corso di tutta la Chiana, il tutto disegnato in faccia dei luoghi da Padre Antonino De Greyss dell'Ordine dei predicatori del convento di S. Spirito di Siena del 1776, è una carta ufficiale con stemma lorenese dove il territorio è inquadrato con discreta precisione d'insieme ma con un certo schematismo planimetrico anche nel poco evidente sfumo orografico ed è forse una delle rare mappe dove nell’ambito di un ampio tratto appenninico compare l’oronimo La Giogana, insieme a La Falterona e Alpi di Serra. Anche nella Pianta di una parte della Romagna granducale e della provincia del Casentino divisa in cancellerie ed ogni cancelleria divisa nelle sue comunità del 1796, i cui contenuti sono quelli consueti della cartografia amministrativa con disegno misto planimetrico/prospettico e l’orografia è tratteggiata convenzionalmente con le indifferenziate serie a disegno prospettico di 'monticelli' a “mucchio di talpa”, ombreggiati con acquerello grigio ma senza oronimi e, mentre il crinale non compare come confine, si trovano trascritti, tra gli altri, la Colla di Campigna e Sodo delle Calle, attribuiti alla Cancelleria Comunità di Pratovecchio e S. Agos.no in Alpi attribuito alla Cancelleria di Rocca S. Cassiano e alla Comunità di Premilcuore. Nella Carta geografica della Provincia del Casentino, disegnata da De Greyss databile 1760-1780, piuttosto precisa e particolareggiata rispetto ad altri prodotti della metà del XVIII secolo con aspetti di modernità, l’orografia planimetrica a tratteggio e sfumo si limita al territorio casentinese ma il confine appenninico è dettagliato con gli oronimi Alpi della FalteronaAlpi dell’OperaAlpi di Camaldoli, nonché (correttamente) Calla di CampignaSodo delle CallePrato alla PennaCrocina di Bagno e Le Rivolte di Bagno. Nella Carta del Casentino e parte del Valdarno di Sopra divisa nelle loro comunità, della seconda metà del XVIII sec. si comincia a riportare le coordinate geografiche. Nella Pianta del Casentino, Mugello, Val d’Arno di Sopra, e contorni di Firenze (1760-1780) tra la fitta trama prospettica di 'monticelli', ombreggiati con acquerello grigio sono evidenziati i monti del Falterona sia come dimensione grafica sia con l’oronimo, unico riportato. Nella Pianta della diocesi del Borgo S. Sepolcro, con la porzione della Romagna granducale che appartiene alle diocesi di Forlì, di Bertinoro e di Sarsina, del 1794, i contenuti sono quelli consueti della cartografia ammnistrativa e l’orografia è resa con lo sfumo ma è (ovviamente) disinteressata agli oronimi. Si può chiudere la rassegna del XVIII sec. con due mappe amministrative del noto Ing. Ferdinando Morozzi risalenti al periodo 1770-1783, Vicariato di Bagno di Romagna e Vicariato di Poppi o Casentino, la prima dove l’orografia, resa con tecnica mista a tratteggio e sfumo, è disegnata fino al crinale accompagnato nel suo sviluppo dalla scrittura Sommità dei Monti Appennini che dividono la Romagna dal Casentino, la seconda è completata da riquadri nella cornice con varie vedute tra cui quella del Castello di Stia, ovvero del borgo nel suo aspetto settecentesco a cui fa da sfondo la catena appenninica disegnata a tratteggio e sfumo con acquerello grigio.

Come detto, i veri progressi della tecnica cartografica si manifestano nel XIX secolo e la Carta del Casentino, e parte delle Provincie limitrofe per servire all’itinerario dei Santuari celebri di dette Provincie, disegnata nel 1803 da autore ignoto, nell’evidenziare l’impostazione planimetrica moderna, con l'orografia a sfumo resa in modo plastico, strade, corsi d’acqua, edificato e molti toponimi, apre la strada ai successivi sviluppi catastali e topografici.

Nel 1765 Pietro Leopoldo Granduca di Toscana promulgò il Catasto Generale di Terraferma, noto anche come Catasto leopoldino ma l'idea di un catasto generale fu abbandonata nel 1785, per essere poi ripresa da Ferdinando III nel 1817 con decreto granducale che prevedeva sia di creare una solida rete geodetica e trigonometrica patrocinata dagli Asburgo-Lorena, sia di condurre un rilevamento topografico sistematico e regolare di tutta la Toscana. Nacque così il Catasto generale toscano, definitivamente attivato nel 1832-35 e rimasto in vigore per un secolo fini alla redazione del Nuovo Catasto Terreni (N.C.T.), ma le mappe relative all’area appenninica recano date di esecuzione del 1824 nel lato toscano e del 1826 in quello romagnolo. Per le loro caratteristiche geometrico-particellari di estrema precisione i catasti ottocenteschi costituiscono uno strumento fondamentale per lo studio e la restituzione dell'assetto territoriale prima delle grandi trasformazioni avvenute a partire dalla fine del XIX secolo. A seguito del decreto si concretizzò la possibilità di realizzare il progetto di Giovanni Inghirami della Carta Geometrica della Toscana in scala 1:200.000 che, dopo 14 anni di lavoro, venne pubblicata nel 1830 sotto il patronato di Leopoldo II. La Carta, fortemente ispirata da esigenze tecnico-amministrative, della mobilità e della scienza, si differenziò da molti progetti cartografici europei dello stesso periodo, mossi principalmente da necessità militari, e rappresentò un riferimento fondamentale per tutte le imprese cartografiche e topografiche successive, relative alla Toscana e poi al nuovo Regno d'Italia, stimolando l’elaborazione di un’ampia gamma di carte da essa derivate. L’opera prevedeva una versione a stampa destinata al commercio (di cui si trovano copie nel mercato antiquario), completa dell’orografia (assente nel Catasto generale toscano) realizzata a tratteggio artistico che, tra l’altro, consente una comprensione immediata del sistema appenninico tosco-romagnolo, composto dalla catena appenninica da cui si staccano i contrafforti proiettati verso l’area padana, come sopra descritto. Alla carta a stampa dell'Inghirami fecero seguito alcune incisioni ridotte anche a fini della stampa alla scala di circa 1:400.000, tra cui nel 1932 la Pianta geometrica della Toscana accresciuta d'indicazioni con imperiale e reale privilegio incisa da Girolamo Segato e la Carta geometrica della Toscana del 1839, nitidissima incisione di Vittorio Angeli.

Con l'unificazione, lo Stato si dotò di una cartografia nazionale unitaria tramite l’Istituto Geografico Militare (I.G.M.) che nel 1882 iniziò la realizzazione, durata oltre trent'anni, della Gran Carta d’Italia alla scala 1:100.000. La Carta era formata da 4 quadranti rilevati in scala 1:50.000 da cui ebbe origine la Carta Topografica d'Italia, che però non giunse allora a coprire l’intero territorio statale, ma arrivò ad interessare l’area del nostro tratto di Spartiacque, conseguentemente compresa in due fogli con datazione della rilevazione 1893-94 (F.° 107-I, F.° 107-II). In seguito, fu stabilito di estendere all’intera penisola la realizzazione della Carta d’Italia in scala 1:25.000 come carta di base italiana; la realizzazione iniziò nel 1931 e venne conclusa nel 1937, data quest’ultima a cui risalgono i 6 fogli di grande precisione riguardanti la nostra area (F.° 107-I N.O., F.° 107-I N.E., F.° 107-I S.E., F.° 107-I S.O., F.° 107-II N.O., F.° 107-II N.E.). Le mappe sono reperibili presso l'ufficio cartografia storica dell' I.G.M. a Firenze.

Oltre alla cartografia citata sono di interesse la schematica Carta della Romagna Toscana Pontificia (1830-40 – scala 1:40.000), le Bozze di mappe catastali della Foresta Casentinese e Campigna (1808-1830 – scala 1:5000), probabilmente di impianto napoleonico e la Carta Geometrica della Regia Foresta Casentinese e adiacenze, L’Anno 1850 (1850 – scala 1:20.000) che consente di conoscere, tra l’altro, il tracciato della viabilità antica dell’area, tra cui le Strade dette dei legni per il trasporto dei medesimi, dette anche vie dei legni o anche bordonaie se munite di “bordoni” (tronchetti lignei infissi tipo “paracarro” in modo da trattenere i traini dei tronchi), utilizzate per il trasporto del legname attraverso i valichi appenninici tosco-romagnoli fino al Porto di Dicomano o al Porto di Moscia sulla Sieve se provenienti dalla selva di Castagno, dalla Macchia dell’Opera detta le Buche del Piano del Grado o dalla Pastura detta di Monte Corsojo, o fino al Porto sull’Arno di Badia a Poppiena a Pratovecchio se provenienti dall’alpe del Corniolo o dalla selva di Casentino ovvero di Romagna (cfr. M. Ducci, G. Maggi, B. Roba, 2024, cit.). Il Monastero di Camaldoli utilizzava un tragitto che dall’Eremo giungeva al Porto di Ponte a Poppi, presso lo sbocco del Torrente Sova. Infine, è utile confrontare detta Carta Geometrica con la Pianta Geometrica della Regia Foresta Casentinese per dimostrare il progressivo avanzamento dei lavori, e dei rapporti forestali che dall’anno 1837 segna l’epoca della sua ultimazione, pare risalente al 1850, dalla esauriente titolazione. Anche dette mappe sono conservate presso il Nàrodni Archiv Praha e consultabili sul portale CASTORE della Regione Toscana.

LA VIABILITÀ

L’ampia rete di percorsi naturali dell’intero sistema dei crinali, già nel Paleolitico (tra un milione e centomila anni BP) permetteva muoversi e di orientarsi con sicurezza senza richiedere opere artificiali, tanto da avere un ruolo cardine nella frequentazione del territorio da parte di gruppi nomadi di pastori-raccoglitori-cacciatori Liguri (Apuani, Frinati, Mugelli, Clausentini), nei loro spostamenti giunti sino a qui dalla Provenza attraversando le Alpi e percorrendo la dorsale appenninica, per poi arrestarsi in Casentino e nell’alta Val Bidente«[…] circa tremila anni fa, tutto il centro Italia era accumunato da culture simili per costumi ed abitati, denominate come appartenenti ad un’unica civiltà appenninica. Probabilmente furono proprio tali popolazioni dedite alla pastorizia che, seguendo i loro greggi durante la transumanza, tracciarono i primi tratturi che univano i due versanti appenninici.» (M. Ducci, Di qua e di là dall’Appennino: antichi percorsi tra Casentino e Romagna, in: F. Trenti, a cura di, Bibbiena, 2015, p. 5, cit.). Risalgono all’Eneolitico (che perdura fino al 1900-1800 a.C.) i ritrovamenti isolati di epoca umbro-etrusca di armi di offesa (accette, punte di freccia, martelli, asce) attestanti una frequentazione a scopo di caccia o di conflitto tra popolazioni di agricoltori già insediati; afferma C. Beni «Nel 1883 trovai una bellissima punta di freccia di selce rossa proprio sulla vetta della Falterona.» (C. Beni, 1889, p. 9, cit.). Tra i siti, il ritrovamento in Campigna nella prima metà del XIX secolo, attestato dall’archivio archeologico Gamurrini e dalle memorie del Siemoni, di una sepoltura attribuibile al III millennio a.C. ed appartenente forse ad un capo tribù o un pastore-guerriero ligure corredata da una lancia con impugnatura carbonizzata e punta in selce disposta sulla destra dello scheletro, mentre i resti evidenziano che la mano sinistra stringeva un corno di capriolo. Recentemente (2020, grazie alla segnalazione da parte dei Carabinieri Forestali) sulle sponde dell’invaso di Ridracoli è stato rinvenuto un sito con abbondanti nuclei per la produzione di lamelle, costituiti da vari strumenti lavorati, schegge di lavorazione e lamelle stesse, che può far pensare ad una strutturata stazione preistorica, databile provvisoriamente al Paleolitico finale (facies Epigravettiana) o al seguente Mesolitico, fra i 15.000 e i 12.000 anni BP. È pertanto da ritenere che sulle sponde dei torrenti che oggi formano il lago si siano spinti cacciatori paleolitici alla ricerca delle prede che abitavano i rilievi appenninici circostanti, quali cervi, caprioli e cinghiali, ma anche l’orso, scomparso da circa un secolo, e i castori, scomparsi nel ‘600 (M. Ducci, 2020, p.12, cit.; https://www.parcoforestecasentinesi.it/it/news/sulle-tracce-di-cacciatori-preistorici-nel-parco - controllato 18/6/2025). Anche le frequentazioni etrusche si sarebbero spinte fin qui come attesterebbe il ritrovamento casuale da parte di Siemoni di una statuetta in bronzo di VII-VI secolo a.C. con elmo e cimiero, probabile raffigurazione di divinità guerriera, riportato nella Guida di C.Beni: «[…] è degno di particolare menzione […] il ritrovamento (Campigna c.s.) di una statuetta di bronzo rappresentante un guerriero con elmo a grande cresta, oggetto preziosissimo perché sta a indicare qual fosse l’armatura particolare nella regione Casentinese […]» (C. Beni, 1881, rist. anast. 1998, pp. 11-12, cit.). Non è nota la collocazione dei reperti citati. «Già dall’età etrusca arcaica (almeno dal secolo V a.C.). alla luce soprattutto delle scoperte degli ultimi decenni, la conca casentinese appare come un’area privilegiata di transito […]. Si trattava certamente di percorsi spontanei. […] Percorsi secondari sembrano risalire le valli dei torrenti Rassina e Archiano verso i valichi appenninici, dai quali scendono inclinate verso nord-est in direzione dell’Adriatico quelle romagnole del Savio (Sarsina-Cesena) e del Bidente (Galeata, l’antica Mevaniola e Forlimpopoli) abitate dagli Umbri» (A. Fatucchi, La viabilità storica, in: AA. VV., 1995, p. 27, cit.). Altri ritrovamenti a Rio Salso e S. Paolo in Alpe, anche con resti di sepolture. In epoca romana i principali assi di penetrazione si spostano sui tracciati di fondovalle, che tuttavia tendono ad impaludarsi e comunque necessitano di opere artificiali, mentre i percorsi di crinale perdono la loro funzione portante, comunque mantenendo l’utilizzo da parte delle vie militari romane

Dal gruppo del Monte Falterona passava probabilmente una delle possibili varianti della Via Flaminia militare (o minor), fatta costruire dal Console Caio Flaminio nel 187 a.C., con lo scopo di rendere più veloce il collegamento tra Bologna Arezzo, realizzata «[…] sfruttando tratti di percorsi etruschi preesistenti […]» (A. Fatucchi, La viabilità storica, in: AA. VV., 1995, p. 27, cit.) ed utilizzata dalle legioni romane per valicare l’Appennino al fine di sottomettere Celti, Liguri e Galli Boj che stanziavano nella pianura padana: «Per l’epoca romana si deduce dalle fonti letterarie, soprattutto Tito Livio, il transito abituale per il Casentino delle legioni dalla grande base stabile di Arezzo, importante soprattutto nei secoli III e II a.C. per le operazioni militari nella direttrice N-W di Bologna-Cremona-Piacenza, contro i Liguri e i Galli Boi.» (A. Fatucchi, La viabilità storica, in: AA. VV., 1995, p. 27, cit.). Si può aggiungere che … «[…] da Arezzo partiva la Flaminia minor, voluta nel 187 a.C. dal console Gaio Flaminio, una via secondaria, importante per il controllo militare degli Appennini e per collegare rapidamente Arezzo a Rimini. Sappiamo che passava per Bologna, attraversando il territorio fiesolano, e che utilizzava diversi passi appenninici, ma non ne conosciamo con certezza il tracciato. In Mugello ne sono state trovate diverse tracce, soprattutto attorno al Passo della Futa, ma per la porzione fra Arezzo e Fiesole sono state avanzate soltanto ipotesi. Appare poco probabile che il tracciato originario passasse per il Casentino, data la natura montuosa e la presenza di numerosi corsi d’acqua. Certo vi doveva esistere una direttrice accessoria, probabilmente parallela alla Flaminia minor, alla quale si ricongiungeva in Mugello. Il Casentino dovette risentire positivamente della presenza di questa via consolare secondaria.» (C.M. Dominici, L’archeologia casentinese d’epoca romana. Uno studio topografico, in: Giornale di Bordo di storia letteratura e arte, Serie III, n. 36/37, 2014, p.17, cit.). Secondo l’ipotesi prevalente la direttrice, ritenuta il più antico itinerario di valico, risalendo dal Casentino fino al Monte Falco, percorreva quella che oggi è nota come Pista del Lupo lungo la Costa di Pian Cancelli, transitava da Pian delle Fontanelle, così detta per la presenza di polle d’acqua, da Poggio Corsoio e dal Valico dei Tre Faggi, quindi discendeva verso Castel dell’AlpePremilcuore Faenza per immettersi nella Via Aemilia. In alternativa da Poggio Corsoio si poteva raggiungere Forlì Ravenna transitando dal crinale del contrafforte principale sul limite settentrionale della Valle delle Celle, con le vette emergenti dei Monte Ritoio e Guffone; questo itinerario era anche una delle Vie del Sale maggiormente utilizzate per il contrabbando. Lo stesso toponimo Campigna potrebbe avere un’origine romana, dal latino campilia (campus – ilia) ovvero un insediamento con principale funzione di approvvigionamento di una circoscrizione territoriale militare di età imperiale: «[…] in prossimità di Campigna doveva passare una strada militare romana che da Castel dell’Alpi, per la fonte dei Conti che esiste tuttora, conduceva a Stia. Secondo alcuni cronisti medioevali per essa sarebbero passati S. Ambrogio, arcivescovo di Milano, e poi nel secolo XIV il papa Martino V, quando tornava dal Concilio di Basilea […]» (D. Mambrini, 1935 – XIII, pp. 271- 272). Sicuramente questo territorio era noto ai romani sia per le foreste (come sostenuto da Dominici nella citazione sopra riportata), dalle quali si procuravano il legname per le necessità delle flotte di ClasseRimini Ravenna, sia per le sorgenti: alla fine del I secolo d.C. l’Imperatore Traiano fece costruire l’acquedotto che riforniva Ravenna e la flotta stanziata a Classe.

In età romana l’alta Val Bidente ricadeva sotto il controllo del Municipio di Mevaniola, situato presso Galeata, centro cittadino dotato di teatro e terme, cosiddetto per i rapporti con gli umbri di Mevania, l’odierna Bevagna. L’economia locale, prevalentemente pastorale, e le consuetudini religiose caratterizzavano la piccola Mevania già dalla protostoria in rapporto al Casentino con i pellegrinaggi ai santuari delle acque medicamentose sul Falterona. Tra IV e V secolo d.C. questo centro istituzionale viene a mancare, decaduto e abbandonato per la stasi dei mercati e l’insicurezza dei traffici successivamente alla guerra greco-gotica (535-553 d.C.) e alla calata dei Longobardi (568 d.C.). Tra la fine del V secolo e l’inizio del VI sec. d.C. il re goto Teodorico restaura l’acquedotto traianeo. Lo stato di guerra permanente porta alla creazione nella seconda metà del VI secolo di una larga fascia militarizzata - richiamata poi dalle fonti come Alpes Appenninae, voluta dai Bizantini quale sbarramento dei transiti appenninici verso la Toscana longobarda - e all’inizio di quella lunghissima epoca in cui l’intera l’area appenninica diventerà anche spartiacque geo-politico, assistendo al diffondersi di una serie di strutture difensive, anche di tipo militare/religioso o militare/civile, oltre che dei primi nuclei urbani o poderali, dei mulini, degli eremi e degli hospitales. Tra il VI ed il XV secolo, a seguito della perdita dell’equilibrio territoriale romano ed al conseguente abbandono delle terre, inizialmente si assiste ad un riutilizzo delle aree più elevate e della viabilità di crinale con declassamento di quella di fondovalle. Sotto il dominio dei Bizantini e degli Ostrogoti sorgono torri di altura per arrestare l’avanzata dei Longobardi in direzione di Ravenna e nell’alta Valle d’Arno, con scarso successo.

Uno dei percorsi forse più praticati nella Valle del Bidente fu la Strata petrosa Langobardorum«La strada che percorreva la valle corrisponderebbe con la “strata petrosa Langobardorum” che conduceva ai valichi appenninici per i quali si scendeva alla Tuscia e sarebbe stata percorsa dal re dei longobardi, Grimoaldo, per dirigersi su Forlimpopoli, che venne da lui messa a ferro e fuoco fra il 661 e il 671. È in questa temperie che nacque Galeata, sotto il colle su cui sorgeva l’abbazia di sant’Ellero, fondata dal santo eremita sul finire del V secolo; quest’ultima costituì una delle prime comunità monastiche in Occidente. […] Al contempo il territorio era calato in quella fitta trama di pellegrinaggio che diverrà romeo con l’undicesimo-dodicesimo secolo, come documentano le fonti duecentesche: gli Annales Stadentes e l’Iter de Londinio in Terram Sanctam. La via bidentina, costellata da hospitales, che uniscono agli aspetti materiali, legati alle comunicazioni, gli elementi tipici della pietas religiosa medievale, si specializza come via romea al punto da assumere l’appellativo Romipetarum: via dei pellegrini diretti a Roma.» (C. Mambrini, Il territorio dell’alta Val Bidente tra Tardoantico e Alto Medioevo, in: F. Trenti, a cura di, Bibbiena, 2015, pp. 14-15, cit.).

Dopo la morte di Carlo Magno si insediarono signorotti di origine longobarda e franca spesso apparentati con aristocratici bizantini, come nel caso dei Conti Guidi. Il loro coinvolgimento nelle lotte tra Guelfi e Ghibellini e il conseguente contrasto con la Repubblica di Firenze comportò la loro caduta e l’ascesa della dominazione fiorentina. Ormai sfumate da alcuni secoli le Alpes Appenninae, con l’acquisizione da parte della Firenze, comunale poi signorile, del controllo di un esteso territorio appenninico sul versante romagnolo, tra XIV e XV secolo si va a consolidare la Romagna Fiorentina, ma con la successiva formazione di uno stato interregionale governato dalla stessa dinastia dei granduchi di Toscana diviene preferenziale l’espressione Romagna Toscana soprattutto quale area di libera circolazione di uomini, merci e idee non più impedita dalla catena appenninica, ormai scemate le insidie invasive dal Nord. 

Il quadro territoriale più omogeneo conseguente al consolidarsi del nuovo assetto politico-amministrativo cinquecentesco vede gli assi viari principali, di fondovalle e transappenninici, sottoposti ad intensi interventi di costruzione o ripristino delle opere artificiali cui segue, nei secoli successivi, l’utilizzo integrale del territorio a fini agronomici alla progressiva conquista delle zone boscate. In questo periodo si verifica una rinascita delle aree di fondovalle con un recupero ed una gerarchizzazione infrastrutturale con l’individuazione delle vie Maestre, pur mantenendo forte vitalità le grandi traversate appenniniche ed i brevi percorsi di crinale.

Sul contrafforte principale da Cima del Termine il Regesto di Camaldoli documenta una Via de Monte Acutum, probabilmente esistente già dal 1084, come peraltro «[…] conferma un’opinione espressa nel 1935 dal Mambrini circa l’esistenza di una strada percorribile fra i boschi di quel perfetto triangolo, il Monte Acuto, costantemente rilevato nella documentazione medievale come punto di confine fra la Romània e la Tuscia […].» (C. Dolcini, Premessa, in: C. Bignami, A. Boattini, A. Rossi, a cura di, 2010, pp. 7-8, cit.). Mambrini fa un altro riferimento a tale strada nel trattare del Castello di Riosalso«Il cardinale Anglico così lo descrive nel 1371: “Il castello di Riosalso è nelle Alpi in una certa valle sopra un sasso forte. Ha una rocca ed una torre fortissima ed è presso – circa un miglio – alla strada che mena in Toscana.” […] La strada qui ricordata era sul crinale del monte sopra il castello e per Nocicchio, passando a destra di Montecucco, per Badia Prataglia conduceva in Casentino. Qua e là restano gli avanzi di questa strada.» (D. Mambrini, 1935 – XIII, p. 288, cit.). Nel Catasto toscano tale via diventerà la Strada che da Montecarpano va alla Badia a Pretaglia.

La sopracitata Via Maestra che vien dall’Eremo nel Catasto toscano riguardo al tratto di contrafforte fino al Passo della Bertesca viene riclassificata Strada che dal Sacro Eremo va a Romiceto (oggi sent. 207 CAI), per il tratto dal passo a Casanova dell’Alpe diviene Strada Maestra di S. Sofia e Strada che dalla Casanova va a Santa Sofia in riferimento al tratto oltre il Monte Moricciona compreso tra la Ripa di Ripastretta e il Passo del Vinco: quest'ultimo interessava il Monte La Rocca e raggiungeva il Passo della Colla, aggirava i Monti Pezzoli e Marino sul versante SE e scendeva a Poggio alla Lastra divenendo di fondovalle fino a S.Sofia

Nel Settecento, chi voleva risalire l’Appennino da S.Sofia, giunto a Isola su un’arteria selciata larga sui 2 m trovava tre rami che venivano così descritti: per Ridràcoli «[…] composto di viottoli appena praticabili […]», per S.Paolo in Alpe «[…] largo in modo che appena si può passarvi […]» e per il Corniolo «[…] è una strada molto frequentata ma in pessimo grado di modo che non vi si passa senza grave pericolo di precipizio […] larga a luoghi in modo che appena vi può passare un pedone […]» (Archivio di Stato di Firenze, Capitani di Parte Guelfa, Numeri Neri, 1707, citato da: L. Rombai, M. Sorelli, La Romagna Toscana e il Casentino nei tempi granducali. Assetto paesistico-agrario, viabilità e contrabbando, in: G.L. Corradi e N. Graziani - a cura di, 1997, p. 82, cit.). Inoltre, «[…] a fine Settecento […] risalivano […] i contrafforti montuosi verso la Toscana ardue mulattiere, tutte equivalenti in un sistema viario non gerarchizzato e di semplice, sia pur malagevole, attraversamento.» (M. Sorelli, L. Rombai, Il territorio. Lineamenti di geografia fisica e umana, in: G.L. Corradi, 1992, p. 32, cit.). La viabilità di crinale e traversale che doveva essere ritenuta di rilievo a metà ‘800 si ritrova cartografata nella schematica Carta della Romagna Toscana Pontificia. Un breve elenco della viabilità ritenuta probabilmente più importante nel XIX secolo all’interno dei possedimenti già dell’Opera del Duomo di Firenze è contenuto nell’atto con cui Leopoldo II nel 1857 acquistò dal granducato le foreste demaniali: «[…] avendo riconosciuto […] rendersi indispensabile trattare quel possesso con modi affatto eccezionali ed incompatibili con le forme cui sono ordinariamente vincolate le Pubbliche Amministrazioni […] vendono […] la tenuta forestale denominata ‘dell’Opera’ composta […] come qui si descrive: […]. È intersecato da molti burroni, fosse e vie ed oltre quella che percorre il crine, dall’altra che conduce dal Casentino a Campigna e prosegue per Santa Sofia, dalla cosiddetta Stradella, dalla via delle Strette, dalla gran via dei legni, dalla via che da Poggio Scali scende a Santa Sofia passando per S. Paolo in Alpe, dalla via della Seghettina, dalla via della Bertesca e più altre.» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 163-164, cit.).  Lo stesso granduca conosceva personalmente quei luoghi: «Io visitai i paesi, percorsi le strade attuali, difficili, perigliose, per conoscerne ogni specialità. […] Cavalcando […] vidi nel fondo della valle del Bidente […] seguitai alla volta di Appennino […] e presi il crine. Da tramontana e levante era Romagna quasi sotto ai piedi […] La foresta dell’Opera sulla pendice precipitosa verso Romagna era manto a molte pieghe dell’Appennino, al lembo di quel manto apparivan le coste nude del monte […] Sulli spigoli acuti delle propaggini del monte si vedevano miseri paeselli con le chiese: San Paolo in Alpe, Casanova, Pietrapazza, Strabatenza; impercettibili sentieri conducevano a quelli, e lì dissero le guide i pericoli del verno, la gente caduta e persa nelle nevi, […] i morti posti sui tetti per non poterli portare al cimitero, e nelle foreste i legatori del legname sepolti nelle capanne.» (F. Pesendorfer, a cura di, pp. 176-177, cit.). Con l’avvento di Leopoldo II, venne intensificato l’ammodernamento della rete stradale tanto che a metà dell’800 la Romagna toscana risultava attraversata da una rete di strade rotabili piuttosto ampia e gerarchizzata. L’opera del Siemoni, iniziata nel 1938, apportò significativi miglioramenti alla viabilità forestale e non solo, con la realizzazione di arterie quasi rotabili verso l’Appennino e l’ampliamento della rotabile casentinese verso la Consuma con la costruzione di ponti nel fondovalle, al fine di spostare il traffico di legname su strada tramite appositi carri tirati da muli. Nel processo di miglioramento stradale di epoca lorenese riguardante in generale l’intera Toscana ma anche l’area romagnolo-casentinese fu determinante l’istituzione nel 1825 del Corpo degli Ingegneri di Ponti e Strade. Comunque, se l’Appennino occidentale già nella prima metà del XIX secolo vide la realizzazione delle prime grandi strade carrozzabili transappenniniche (Forlivese 1829-1882, Faentina 1832-1836 e del Giogo con variante della Futa 1749-1762 ammodernata nel 1820-1830), nel versante orientale i collegamenti erano sostanzialmente gli stessi di epoca romana, tramite la Via Sarsinate che correva lungo la Valle del Savio, superava Bagno di Romagna in direzione del Casentino e di Arezzo valicando l’Appennino  come Via Romea Germanica  o Via Romea dell’Alpe di Serra o Via Teutonica o Via Romea di Stade tramite il Passo di Serra, distante in linea d’aria circa 3 km dal futuro Passo dei Mandrioli, o tramite la Via maestra romana o Strada di Pieve attraverso il Valico di Montecoronaro, nota anche come Strada di Verghereto o Sentiero di Romagna, nell’800 classificata Strada maestra provinciale pur essendo una mulattiera. Per l’apertura e/o superamento dei valichi tra la valle dell’Arno e le valli del Bidente e del Savio con carrozzabili occorrerà attendere il periodo compreso tra la metà del XIX secolo e i primi decenni del XX. La prima opera di questo periodo fu la costruzione dell’interprovinciale n.18 Tosco-romagnola o Strada dei Mandrioli (oggi Strada Regionale n.71 Umbro Casentinese nel tratto toscano e Strada Provinciale n.142 dei Mandrioli nel tratto romagnolo), contemporanea all’apertura del Passo dei Mandrioli (1870-1882), ma il tratto S.Piero in Bagno-Sarsina fu inaugurato solo nel 1899. Seguì nel 1900 l’avvio dell’interprovinciale n.23 Tebro-Romagnola attraverso Verghereto, terminata nel 1932, che nel 1938 assumerà la denominazione di Strada Statale n.3bis Tiberina fino all’abbandono del tratto montano con la costruzione della E45 ed alla sua parziale interruzione per i frequenti dissesti. Tra gli Anni Venti e Trenta verrà costruita la rotabile transappenninica tra S.SofiaStia e il Casentino attraverso il Passo della Calla«La nuova strada S. Sofia – Stia, bellamente pianeggiando sotto il Corniolo, attraversa il Bidente che viene dalle Celle e poi inizia l’ascesa del monte verso Campigna poco più su dal luogo donde si diparte, a sinistra, la mulattiera che mena a S. Paolo in Alpe ove, fino al secolo XVI, era un eremo agostiniano.» (D. Mambrini, 1935 – XIII, p. 270). L’inaugurazione della futura Strada Provinciale del Bidente (SP 310 in Toscana SP 4R in Emilia-Romagna) risale al 27 ottobre 1932. Risale infine al 1960 il completamento della Strada Provinciale n.9ter del Rabbi e del Cavallino che valica l’Appennino alla Colla dei Tre Faggi.

SAN PAOLO IN ALPE

Come accennato, il contrafforte secondario che si stacca da Poggio Scali precipita ripidissimo verso settentrione disegnando la sella “a corda molle” di Pian del Pero, da Poggio della Serra inizia a serpeggiare cambiando spesso direzione ed evidenziando una sequenza di rilievi (Poggio CapanninaMonte GrossoAltopiano di S.Paolo in AlpePoggio Squilla e Ronco dei Preti) comunque complessivamente sviluppandosi nella direzione NE, che viene ripresa poco dopo Ronco dei Preti a seguito della decisa modifica di direzione cui fa seguito il rettilineo tratto finale. Questo tratto si rialza prima con Poggio Collina, disegna quindi l’ampia sella dove la Croce di Biserno segnala il luogo di passo tra le valli dei Bidenti di Ridràcoli e di Corniolo, subisce gli ultimi rialzamenti intercalati da lievi insellamenti mostrando prima il picco dove sorge il Castellaccio di Biserno poi la gobba di Poggio Castellina, che prelude al digradare finale presso Isola, dopo circa 14 km. Da Poggio Squilla si dirama una modesta dorsale o contrafforte terziario che sviluppandosi verso Corniolo mostra numerosi rialzamenti e picchi, tra cui Poggio Aguzzo, andando a determinare quel delicato assetto idro-geo-morfologico del sito di Lago  per la plurima convergenza fluviale e di dorsali dove il Bidente di Campigna curva repentinamente accingendosi a dare origine al Bidente di Corniolo.

L’orografia originaria del contrafforte, che si mostra sostanzialmente inalterata fino al Poggio della Serra, con le Ripe di Scali che repentinamente si addolciscono nella bassa pendice in continuità morfologica con la sella di Pian del Pero, evidenzia successivamente notevoli modifiche a seguito della costruzione della S. Vic.le S.Paolo in Alpe-La Lama, che ha interrotto la continuità morfologica della depressione già nel tratto che precede Poggio Capannina, anticamente movimentato da un rialzo minore detto Faggio alla Fringuella o Poggio alla Fringuella. Alla moderna regolarizzazione stradale di questo insellamento ha fatto seguito il taglio del versante orientale di Poggio Capannina, con creazione di un’alta parete pressoché verticale, infatti perennemente instabile, e l’ulteriore regolarizzazione del restante tratto di contrafforte fin quasi al suo termine. Della viabilità storica sono rimaste pertanto tracce solo di un breve tratto che scavalca il poggio.

Fino al Monte Grosso e all'altopiano di S.Paolo in Alpe (senza farne parte), nei documenti dell'archivio dell'Opera del Duomo di Firenze detto Poggio di S. Paolo in Alpe, il contrafforte costituiva confine tra le proprietà dell’Opera, i possedimenti camaldolesi e la Comunità di S.Sofia. Da una relazione del 1652: «Le selve di detta Opera benché tutte contigue fra loro per maggior chiarezza si distinguono da noi primieramente in due parti principali separate fra di loro dal poggio di S. Paolo in Alpe. Una cioè sopra detto poggio verso ponente e l’altra sotto il detto poggio verso levante. La superiore può suddividersi commodamente in tre parti delle quali quella di mezzo si chiama Campigna […]. La parte principale inferiore sotto il poggio di S. Paolo in Alpe parimenti suddividiamo in cinque parti: la prima delle quali quarta in ordine sopradetto, chiameremo Macchia di Scali […]. La quarta che contiene la macchia di Scali, la Fossa delle Macine, il Porcareccio […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 263-264, cit.). La descrizione dei confini è contenuta nel contratto del 1840 stipulato tra il Granducato e il Monastero di Camaldoli, quando si elencano le terre appartenenti al podere di Ronco del Cianco«N. 4 - Podere denominato Ronco del Cianco […] Di un solo e vasto tenimento di terre […] si compone il podere […]. Questo si conosce per più e diverse denominazioni e vocaboli quali sono: […] Poggio di Ricopri, Poggio alla Fringuella, Pian della Serra, Pian del Pero […]. E questa vasta tenuta è confinata come appresso: […] 6° Fosso di Ricopri e volgendosi a levante in luogo detto Pian del Pero, 7° terre comprese nella Tenuta Forestale, 8° volgendosi verso tramontana e sempre sullo schienale del Poggio detto della Fringuella fino al Poggio della Capannina terreni compresi nella comunità di Santa Sofia, volgendosi quindi al nord-est e percorrendo sempre lo schienale del poggio che si succedono fino alla sommità del Poggio delle Bruciate, 9° terreni posti nella medesima comunità di Santa Sofia e discendendo fino al Fosso del Pianaccione Fabbri Eredi di Giovanni-Filippo salvo se altri.» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 498, 512-513, cit.). Tali toponimi, tra cui il Poggio delle Bruciate, sono localizzabili grazie alla Carta Geometrica dove presso i siti delle Bruciate e delle Fontanelle si riconosce il Fosso delle Fontanelle e come il Fosso del Pianaccione corrisponda al Fiumicino di S.Paolo.

Il percorso che transitava sul contrafforte secondario, di antichissima frequentazione (almeno già dal 1900-1800 a.C.) e forse anche una tra le vie militari romane, oggi raggiunge S.Paolo in Alpe come S. Vic.le S.Paolo in Alpe-La Lama per proseguire in direzione di Forlì. Nell’antichità più recente era noto come Via del Giogo di Scali, era riportato nelle Bozze di mappe catastali come Strada del Poggio Scali e nel Catasto toscano come Via di Scali, mentre nel contratto di vendita del 1857 con cui le foreste passarono dall’Opera del Duomo di Firenze alle Reali Possessioni era specificamente descritto come via che da Poggio Scali scende a Santa Sofia passando per S. Paolo in Alpe. È pure enumerato tra le vie dei legni all’inizio del XX secolo dal Direttore generale delle Foreste, al Ministero di Agricoltura, A. Sansone, nella relazione sullo stato delle foreste demaniali (cit.) come via del Poggio, che da S. Sofia, per S. Paolo in Alpe e Pian del Pero, sale a Poggio Scali (per la descrizione v. M. Ducci, G. Maggi, B. Roba, 2024, cit.). Oggi vige il divieto al transito per la parte interna alla Riserva di Sasso Fratino.

S.Paolo in Alpe era raggiungibile anche da vari percorsi di fondovalle provenienti dai versanti circostanti.

Presso Corniolino si innestava il percorso di fondovalle da Corniolo Campigna che attraversava il Bidente con iPonte dei Ladroni o del Ladrone o della Madonna, in muratura di pietrame ad arco a sesto ribassato, risalente al 1906 e sostituente quello precedente in legno (documentato fino dal ‘600 e cosiddetto a causa di un bandito noto come il ladrone che imperversava nella zona). Dopo un breve tratto ancora integro e percorribile fino al moderno Ponte Ilario (1969), si procedeva in prossimità del fiume fino ad un fabbricato destinato a mulino in base alla rappresentazione del Catasto toscano  del lungo berignale o gora per il prelievo dell’acqua e del bottaccio di accumulo della stessa, confermata dalla simbologia (ruota dentata) dell’Opificio a forza idraulica della Carta d’Italia I.G.M. del 1894. Forse un tempo noto come Mulino di Campacci, perse le sue funzioni originarie nella successiva mappa del 1937 è ormai rappresentato come semplice fabbricato. Oggi questa parte di tracciato è stata riutilizzata come strada di servizio per raggiungere le opere di imbrigliamento idraulico dei rami bidentini a favore dell’invaso di Ridràcoli e una moderna stazione di pompaggio ne occupa il sito. Oltrepassato Campacci, oggi C.Campaccio, la strada forestale (1966-67) con qualche corrispondenza con la via antica attraversava il Fosso del Fiumicino di S. Paolo con una pedanca (ponte in legno pedonale documentato almeno dall'inizio del XX secolo), oggi sostituita dal Ponte Cesare, poi si inerpicava sul crinale rasentando Moscoso dal lato Est (praticamente dietro l’annesso posto accanto al suo attuale accesso stradale) e poco dopo, attraversato il sito oggi occupato della rotabile, calava di livello dirigendosi verso Fiumari (di sotto), il Molino di Fiumari e Campigna. Presso Fiumari (di sopra) una deviazione scendeva ad attraversare il Fiumicino tramite un’altra pedanca e si inerpicava fino all'alpeggio di S. Paolo in Alpe e all'Eremo di S.Agostino tramite Campodonatino e Campodonato, classificata solo nel XX secolo come Strada Com.le Corniolo-Fiumari-S.Paolo.

Un itinerario abbastanza breve si staccava dal Ponte di Ridracoli e percorreva la sx idrografia del Bidente transitando dalle Galvane prima di risalire la Valle del Rio Bacine e giungere sull’altopiano poco a monte dell’eremo, in seguito divenuto Mulattiera di Ridracoli-S.Paolo in Alpe (di cui in passato si trovava un cippo abbattuto presso la chiesa), poi detto S.Vic.le Rio Castagno-Ridracoli, oggi sent. 233 CAI. Molto più lungo il tragitto che si staccava dalla Strada che dal Castello di Ridracoli conduce alla Chiesa della Casanova e giungeva fino alle pendici della Seghettina «[…] praticabile solamente nella bella stagione, quando le acque del fiume erano scarse, e si snodava lungo il corso del Bidente che veniva attraversato ben 33 volte […]» (C. Bignami, 1995, p. 90, cit.). Era una strada comunale, sempre percorribile, che risaliva il Bidente per un lungo tratto (fin quasi a Lagacciolo) correndo accanto all’alveo fluviale, oggi sostituito dalla viabilità di servizio fino alla diga, per il resto ormai sommerso. La via scavalcava il Fosso dei Tagli passando sotto un arco del Mulino di Sopra e costeggiandone il bottaccio. Con la costruzione della diga e con il riempimento dell’invaso, è scomparso pressoché l’intero tracciato viario e sono scomparsi mulini, insediamenti (le Celluzze – che a volte riemerge, la Forca, Lagacciolo, Verghereto), ponti e guadi che attraversavano 33 volte il Fiume della Lama o Obbediente (come era anticamente classificato), come il Ponte alla Forca e il Ponte a Ripicchione. Dopo Lagacciolo la via abbandonava l’argine fluviale, risaliva a Case di Sopra e di seguito giungeva a La Forca, da cui con il Ponte alla Forca o della Seghettina, attraversava il Bidente. Oltrepassato il ponte, con un lungo tragitto che toccava l’Ammannatoia, Botriali, Val di Rubbiana e Ciriegiolino si potevano risalire le pendici del Monte Grosso innestandosi sulla via di crinale fino a S.Paolo in Alpe.

Come sopracitato, l’Altopiano di S.Paolo in Alpe appartiene al sistema di crinali che ha avuto un ruolo cardine nella frequentazione del territorio e già nel paleolitico garantiva un’ampia rete di percorsi naturali che permetteva di muoversi e di orientarsi senza richiedere opere artificiali. All’eneolitico (che perdura fino al 1900-1800 a.C.) risalgono i ritrovamenti di armi di offesa (accette, punte di freccia, martelli, asce) e a S.Paolo in Alpe anche di sepolture. 

Oltre a detti reperti il luogo è notissimo per l’insediamento originariamente costituito da un eremo che, «[…] secondo il Repetti, era un tempo soggetto all’Abbazia di Isola, come si rileverebbe da due documenti del 1092 e del 1269.» (www.fc.camcom.it, V Le Case Sparse, _86, cit.). Le visite apostoliche forniscono utili informazioni relative ai secoli XVII e XVIII quando viene rilevata la presenza di due distinti e distanziati edifici religiosi, posti sullo stacco delle due prominenze che si aprono verso Libeccio e Garbino (SO – SSO), divise dal Fosso dell’Alberaccio: la Chiesa di S. Agostino in Alpe e la Chiesa di S. Paolo in Alpe, poi Oratorio di S. Paolo, da cui deriva il nome del luogo. La visita più antica e nota risale al 1667, quando viene prescritta la provvista di suppellettili. La visita del 1705 informa sulla «[…] chiesa semplice di S. Agostino in Alpe, situata sulla stessa vetta del monte in cui si trova quella di S. Paolo. È stata costruita da frati eremiti di S. Agostino, dei quali due o tre abitavano presso di essa, sostentandosi coi frutti dei poderi e in parte con le elemosine» (E. Agnoletti, 1996, p. 247, cit.). A seguito della soppressione del convento, nel 1649, con bolla di Innocenzo X, i beni vengono assegnati alla Chiesa di S. Agostino. All’epoca era presente un solo altare con un crocifisso scultoreo. Dovendo sostituire la campana gran parte della spesa viene imposta alla popolazione, in quanto principale beneficiaria. Nel 1710 viene costruita sul lato sx una piccola cappella dedicata a S. Paolo, con ricollocazione dell’antica icona dell’apostolo, mentre l’edificio sacro, ormai in rovina, era concesso a tal Crisolini per uso privato: «Dopo il presbiterio, dalla parte sinistra dell’altare, era stata costruita una piccola cappella alta 10 palmi, larga sei, con un’antica icona di S. Paolo apostolo, portatovi dall’oratorio omonimo già sospeso, concesso ad uso profano del sig. Crisolini.» (E. Agnoletti, 1996, p. 249, cit.); le dimensioni probabilmente corrispondevano a m 2,63 di altezza e m 1,58 di larghezza; è conseguentemente immaginabile una lunghezza intorno ai 3 m. Nel 1716 ottiene la promozione a parrocchia essendo i circostanti territori montani troppo distanti da quella di appartenenza di S. Martino a Ridràcoli, con assegnazione di parte del suo Popolo e di parte di quello di Corniolo e rispettivo distacco di 16 case. Nel 1720, risulta dotata di due altari e di un dipinto raffigurante la Madonna con Bambino e S. Agostino, oltre a preziose suppellettili. All’epoca viene stabilito l’ampliamento dell’edificio che doveva contenere 203 parrocchiani e il trasferimento dell’icona di S. Paolo all’altare maggiore in quanto la sua cappella era già degradata. Nel 1730 le due icone sacre avevano ritrovato la giusta collocazione ma quella antica di S. Paolo risultava ormai in rovina e, nel 1756, risulta sostituita con l’icona della Madonna con S. Giuseppe. All’epoca i parrocchiani ammontavano a 229 e vi aveva sede la Compagnia del SS. Sacramento. L’ultima visita apostolica risale al 1776. Dalla cronaca delle visite si giunge alle distruzioni in seguito ai terremoti del 1818-19 e alla successiva ricostruzione, comprendente il singolare campanile a vela in parte in muratura intonacata con trifora e occhiello, infine al conflitto bellico da cui consegue, nel 1944, l’incendio per rappresaglia di tutti gli edifici ad opera delle truppe tedesche e il definitivo abbandono. Sul retro della chiesa esisteva una Canonica con cappella per dimora del prete, che pare fosse un agostiniano: inizialmente definita piccola, rimangono visibili resti al piano terra ed una finestra del piano superiore corrispondenti ad una dimensione planivolumetrica maggiore della chiesa, forse più recente ma documentata già dal Catasto toscano quando probabilmente svolgeva anche funzioni scolastiche. Una chiesa con intenzioni sostitutive verrà ricostruita a Fiumari nel 1988. «Distrutta dai terremoti del 1918-19, la chiesa di S. Agostino fu ricostruita, ma già nel 1980 era crollata e mostrava i segni di un edificio assai grazioso, col suo campanile a vela, costruito in forma di trittico, sul lato sinistro di fondo. Otto anni dopo, la chiesa di S. Agostino fu costruita ex novo alla base del monte, in località Fiumari.» (E. Agnoletti, 1996, p. 251, cit.). La Chiesa di S. Paolo è citata per la prima volta nella visita pastorale del 1625, quando vien trovata semidistrutta. «In essa gli Abati vi avevano sempre fatto celebrare a proprie spese, facendo parte dell’abbazia, ma senza avere alcun reddito, ma per la pietà popolare dei popoli verso S. Paolo, non cessando mai il concorso del popolo circostante, giungendo anche da luoghi lontani, tanta era la loro venerazione, specialmente per la presenza di un pozzo posto sul culmine del monte con ottima acqua perenne.» (E. Agnoletti, 1996, p. 252, cit.). Se nel 1667 appare mancante delle suppellettili ad eccezione del calice, il rapporto della visita del 1705 è particolarmente negativo: «Visita alla chiesa semplice od oratorio di S. Paolo in Alpe, unita all’abbazia di S. Ellero e di S. Maria in Cosmedin dell’Isola. Si trova sul vertice di un altissimo monte, in parrocchia di S. Martino di Rio degli Oracoli, detto Ridracolo, da cui dista circa 4 miglia, con un cammino appena accessibile. La chiesa è male strutturata, col tetto che minaccia di rovinare, le pareti con spaccature, la porta consumata dal tempo. L’altare è spoglio. Se c’è qualche suppellettile è fradicia. Solo in calice e il messale sono decenti, ma questi sono conservati nella casa vicina, dove è depositata anche la campana, tolta dal campanile […] per timore che si frantumasse cadendo […].» (E. Agnoletti, 1996, p. 252, cit.). Tuttavia solo periodicamente e in parte veniva ripristinata, tanto da venire ripetutamente interdetta, pur possedendo un podere ed altri terreni in affitto con reddito annuo di 35 scudi. Nel 1746, per le suppliche della popolazione, ne viene ordinato il ripristino con ricollocazione della sua icona, ma, nel 1756, per la violenza del vento e le forti nevicate, risulta nuovamente in rovina, compresa la tavola raffigurante S. Paolo. In occasione dell’ultima visita apostolica del 1776 risulta tuttavia pressoché riedificata. Agli Anni ’80 risalgono le ultime notizie relative a quanto rimaneva della chiesa definitivamente declassata a Oratorio «[…] di patronato della famiglia Giorgi, recentemente demolito dall’Azienda Forestale.» (www.fc.camcom.it, V-Le Case Sparse_86, cit.), probabilmente rimosso per far spazio alla “modernizzazione” infrastrutturale della viabilità di crinale verso Biserno, che occorreva distanziare da uno dei più alti insediamenti silvo-pastorali d’alta quota della montagna forlivese. Oggi noto come il Casone di S. Paolo, nella consistenza attuale edificato principalmente tra la seconda metà del secolo XIX e la prima metà del XX, il fabbricato vedeva il suo nucleo originario, costituito essenzialmente da due vani abitativi sivrapposti (il bestiame forse era ricoverato nella stalla adiacente l'eremo), condivideva il toponimo (S.Paolo) con l’edificio religioso, che probabilmente aveva canonicamente rivolta la facciata verso Est e prospiciente la Via di Scali, come confermerebbe la mappa catastale ottocentesca, dove si nota un piccolo sagrato adiacente alla strada. Solo in seguito, mentre l’edificio colonico si ampliava in direzione opposta dotandosi di stalle e fienili, si nota la sede viaria traslata a separare strettamente i due fabbricati. All’epoca dell’ampliamento della sede stradale tutti i fabbricati verosimilmente si trovavano già completamente abbandonati, anche in conseguenza delle distruzioni belliche, o in fase di abbandono. Il Casone è stato rinteressato da un intervento di recupero ad opera del Parco delle Foreste Casentinesi; da fine 2018 nel locale ex-stalla è sempre aperto il Bivacco San Paolo in Alpe«Il Casone, di proprietà della Regione Emilia Romagna, è disabitato da oltre 50 anni (gli ultimi mezzadri lo hanno abbandonato all’inizio degli anni sessanta) e versa in pessimo stato manutentivo, con gran parte del tetto, i solai e le murature quasi completamente crollati e le restanti parti fortemente lesionate, a causa dell’azione degli agenti atmosferici e della vetustà nonché per l’assenza di manutenzione. I lavori del progetto prevedono il recupero del corpo edilizio posto sul margine Nord Est del fabbricato originario al fine di realizzare un bivacco per escursionisti e un punto di osservazione per la fauna selvatica. Sulla rimanente parte, però, sarà comunque realizzato un intervento di risanamento conservativo con consolidamento dell’ossatura portante, al fine di evitare il crollo completo dell’immobile e la conseguente perdita di una pregevole testimonianza tipologica abitativa dei luoghi.» (Il Casone di San Paolo, da rudere a ricovero per escursionisti, in: Crinali n.47, 2018, p. 13, cit.).

Esaminando il fabbricato colonico è evidente come la rigidità climatica e l’esposizione al vento hanno fortemente condizionato la sua tipologia costruttiva, conseguente ad un’economia di montagna quindi caratterizzata dalla notevole espansione orizzontale e dalla limitata altezza, con assenza di annessi indipendenti e concentrazione di tutte le funzioni all’interno del medesimo fabbricato, compreso il pozzo (aspetto questo singolare, probabilmente si tratta dello stesso pozzo delle descrizioni storiche, inglobato in occasione di uno dei vari ampliamenti), così che ampie stalle occupano il piano terra ed i fienili, come consuetudine posti al piano superiore anche al fine di garantire la coibentazione, erano dotati di condotta per la discesa del foraggio direttamente nella stalla. La porzione di casa-stalla posta alla testata Est costituisce il nucleo originario, così come rappresentato nel Catasto toscano (quando risultava composta di 6 vani, di proprietà di Gio. Filippo Fabbri e F.lli), mentre la gran parte del fabbricato, destinato a stalla-fienile e frutto di successivi accrescimenti, è relativamente recente ed è rappresentata nel NCT del 1935-39; escludendo l’oratorio che, come detto, compare ancora fronteggiante il nucleo abitativo, tali catasti rappresentano sostanzialmente la situazione oggi leggibile nei ruderi superstiti dopo le distruzioni, l’abbandono conseguenti alle vicende belliche del 1945, il successivo riutilizzo ed il definitivo abbandono negli Anni ‘60. Negli anni ’70-’80 il fabbricato si presentava tuttavia ancora sostanzialmente integro e visitabile all’interno, come risultante dalla documentazione fotografica d’epoca, quando essendo proprietà dell’A.R.F. compariva nei relativi elenchi come composto da 13 vani. Sul retro del fabbricato si trova Il Guardiano, ovvero un noto e classificato esemplare di 130 anni di età di Pioppo nero (Populus nigra L., Pioppo cipressino, Pioppo d'Italia).

Anche del complesso ex-religioso di S. Agostino è prevista la salvaguardia e valorizzazione da parte dell’Ente Parco delle Foreste Casentinesi che, nel dicembre 2016, lo ha acquisito. «Dal punto di vista architettonico è un esempio di architettura religiosa rurale tradizionale della zona dell’Appennino romagnolo. Di impianto regolare, in muratura a sacco in pietra arenaria squadrata, con portali e cornici in pietra, si distingue per il campanile a vela con tre fornici e foro circolare, ancora in modeste condizioni grazie anche ai lavori di riparazione che sono stati fatti negli anni ’30 per sopperire agli ingenti danni causati dal terremoto del 1918 e che hanno introdotto il conglomerato cementizio armato, ancora visibile. La chiesa occupa uno spazio di circa 15x6 m e da ciò che rimane si può leggere l’impianto originario ad ambiente unico rettangolare, con l’altare posto a Sud e le pareti laterali scandite da tre lesene. L’unica apertura è il portone di ingresso, ora in parte crollato, incorniciato da piedritti e architrave e sormontato da una finestra semicircolare che era l’unica fonte di luce del luogo di culto. La parete a sud, alle spalle dell’area dell’altare (non più presente), è andata completamente distrutta ed era il limite oltre il quale si ergeva l’edificio della Canonica. Di quest’ultima rimangono soltanto il perimetro a terra e una piccola porzione di facciata est dove ben si nota la finestra del secondo piano. Adiacente al lato sinistro della Chiesa si apre un piccolo locale con due finestre e una porta, la cui funzione è tutt’ora incerta.» (E. Bandini, San Paolo in Alpe. Il recupero della memoria, in: Crinali n.46, 2017, p. 13, cit.). Occorre ricordare che sul lato sinistro della chiesa anticamente sorgeva la Cappella di S. Paolo e che almeno uno dei suoi locali era utilizzato come scuola, come ricorda la seguente citazione: «Si dice, tra i vecchi abitanti della zona, che le nuove maestre assegnate alla scuola di San Paolo piangean sempre due volte: la prima ad inizio anno scolastico, proprio perché assegnate a questa scuola tanto scomoda e fuorimano, la seconda a fine anno quando ad inizio estate dovevano lasciare la stessa e questo splendido altopiano.» (E. Ceccarelli, N. Agostini, 2014, p.62, cit.). Separati da uno stretto passaggio, sulla sinistra, rimangono in resti di un ulteriore fabbricato, già presente nel Catasto toscano, la cui funzione di annesso agricolo si può dedurre da alcune foto storiche prebelliche, del quale, nel lato corto, evidenziano una grande apertura tipica dei fienili sottotetto e, nel lato lungo, tre porte al piano terra di probabili stalle, con l’ingresso ridotto al minimo indispensabile per la rigidità climatica. Sul retro si trovano ancora consistenti resti di un pozzo, non necessariamente lo stesso ricordato nelle visite pastorali, infatti anche all’interno del Casone (ad esso inglobato nel corso dei vari ampliamenti) si trova un pozzo, quindi prossimo all’ex Chiesa di S. Paolo, che potrebbe coincidere con le descrizioni storiche. Sul poggetto dietro la chiesa si trova quanto resta dei Pioppi di S. Paolo, anch'essi tre vecchi esemplari di Pioppo nero germinati o impiantati alla fine del XIX secolo.

In prossimità del luogo dell’Oratorio, demolito benché costituente memoria materiale della denominazione del luogo, è stata edificata la Maestà di S. Paolo, forse con intenti risarcitori benché esponga l’icona del Cristo anziché quella dell’apostolo, peraltro anch’essa canonicamente esposta ad Est. Caratterizzata dalla tipologia a pilastrino con struttura in muratura intonacata, basamento rivestito in pietra e le tipiche lastre di arenaria come copertura, come a rimembrare e ripetere antiche vicende, si presenta già parzialmente inclinata. Nei pressi si trova una bacheca commemorativa dei fatti della Resistenza. Ancora circondato da ciliegi che danno ottimi frutti, a breve distanza ed affacciato sul bordo del precipizio vallivo del Fosso del Perone, si trova il Cimitero di S. Paolo in Alpe che, dopo decenni di abbandono, è stato perfettamente restaurato con il contributo della Regione Emilia-Romagna nell’ambito del 'Piano di Azione Ambientale per un futuro sostenibile 2008/2010' e con il patrocinio del Parco delle Foreste Casentinesi e della Provincia di Forlì-Cesena. Dall’altopiano transita il Sentiero della Libertà, progetto di itinerario voluto dal Parco delle Foreste Casentinesi in collaborazione con l’Istituto per la Storia della Resistenza e dell’Età contemporanea della Provincia di Forlì-Cesena: «È un antichissimo tracciato, formato dal susseguirsi di sentieri di crinale e contro crinale che, partendo da Biserno […], dopo aver toccato l’altopiano di San Paolo in Alpe […], scende fin sul greto del Bidente di Corniolo e, dopo averlo scavalcato, risale le pendici del massiccio del Falterona per poi biforcarsi a raggiungere da una parte la Val di Sieve ed il Mugello e dall’altra parte il Casentino. Qua e là, lungo il percorso, tabelle, lapidi, monumenti collocati da Comune, Provincia, ANPI, indicano luoghi dove durante la Resistenza si sono svolti scontri armati o feroci rappresaglie. È stato appunto per il tanto sangue versato da gente inerme e innocente che questo suggestivo percorso è poi stato identificato e classificato con l’impegnativo termine di Libertà.» (M. Gasperi, 2006, pp. 107-108, cit.).

Per approfondimenti si rimanda alle schede toponomastiche relative ad acque, rilievi e insediamenti citati.

N.B. - La visita apostolica o pastorale, che veniva effettuata dal vescovo o suo rappresentante, era una prassi della Chiesa antica e medievale riportata in auge dal Concilio di Trento che ne stabilì la cadenza annuale o biennale, che tuttavia fu raramente rispettata. La definizione di apostolica può essere impropria in quanto derivante dalla peculiarità di sede papale della diocesi di Roma, alla cui organizzazione era predisposta una specifica Congregazione della visita apostolica. Scopo della visita pastorale è quello di ispezione e di rilievo di eventuali abusi. I verbali delle visite, cui era chiamata a partecipare anche la popolazione e che avvenivano secondo specifiche modalità di preparazione e svolgimento che prevedevano l'esame dei luoghi sacri, degli oggetti e degli arredi destinati al culto (vasi, arredi, reliquie, altari), sono conservati negli archivi diocesani; da essi derivano documentate informazioni spesso fondamentali per conoscere l’esistenza nell’antichità degli edifici sacri, per assegnare una datazione certa alle diverse fasi delle loro strutture oltre che per averne una descrizione a volte abbastanza accurata.

- La pedanca o pedancola è una passerella in legno posta ad attraversare un corso d’acqua. L’adozione del termine da parte dell’Istituto Geografico Militare (I.G.M) per indicare il simbolo tecnico cartografico (⤚⤙), corrispondente ai ponti pedonali, è dovuta alla coincidenza tra il luogo di fondazione dell’Istituto, avvenuta a Torino nel 1861, e la consuetudine di tale regionalismo poggiato sul dialetto piemontese. L’etimologia riconduce all’incrocio di due voci del tardo latino, pedanĕa, da pes, pedis (piede) e planca (asse, tavola). Con il significato di passerella esistono anche il regionalismo piemontese pedàncola, derivato dalla radice lessicale pedanca e l’italiano palancola derivato dalla radice lessicale latina palanca, dal greco phálagga, con il significato di trave lunga e robusta, entrambi formati per mezzo del suffisso -ol-.
RIFERIMENTI    

AA. VV., Dentro il territorio. Atlante delle vallate forlivesi, Forlì, 1989;

AA. VV., Il Casentino, Firenze – Ponte a Poppi 1995;

AA. VV., Il luogo e la continuità. I percorsi, i nuclei, le case sparse nella Vallata del Bidente, Catalogo della mostra, Forlì 1984;

AA.VV., Indagine sulle caratteristiche ambientali suscettibili di valorizzazione turistico-culturale delle vallate forlivesi. Repertorio, Forlì 1982;

AA. VV., La lettura del territorio. Storia, percorsi e insediamenti delle vallate forlivesi, Forlì 1986;

AA.VV. Le faggete vetuste del Parco Nazionale, “Crinali” – Anno XXIV n.46 – Agosto 2017, Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Santa Sofia 2017;

AA.VV., Paesaggi d’Appennino, Cesena 2008;

E. Agnoletti, Viaggio per le valli bidentine, Rufina 1996;

N. Agostini, D. Alberti (eds), Le Foreste Vetuste, Patrimonio dell’Umanità nel Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, Pratovecchio-Stia 2018;

A. Anceschi, Geografia degli antichi Stati emiliani, I confini dell’Emilia-Romagna e dell’alta Toscana, Sassuolo 2018;

S. Bassi, N. Agostini, A Piedi nel Parco, Escursioni nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Forlì 2010;

I. Becattini, Dalla Selva alla Cupola. Il trasporto del legname dell’Opera di S. Maria del Fiore e il suo impiego nel cantiere brunelleschiano, Berlino-Firenze 2015. In 

C. Beni, GUIDA ILLUSTRATA DEL CASENTINO, Tipografia Niccolai, Firenze 1881 (1^ Ediz.), rist. anast. Brami Edizioni, Bibbiena 1998;

C. Beni, GUIDA ILLUSTRATA DEL CASENTINO, Luigi Niccolai, Firenze 1889 (2^ Ediz.);

C. Bignami, A. Boattini, A. Rossi (a cura di), AL TEMPE DEL COROJJE - Poderi e case rurali nel territorio parrocchiale di Bagno di Romagna - Immagini e storie di altri tempi, Bologna 2010;

A. Bottacci, P. Ciampelli (a cura di), La Riserva Naturale Integrale di Sasso Fratino, RCCB Pratovecchio, Pratovecchio-Stia 2018;

A. Brilli (a cura di), Viaggio in Casentino. Una valle nello specchio della cultura europea e americana 1791-1912, Città di Castello 1993;

P. Bronchi, Alberi, boschi e foreste nella Provincia di Forlì e note di politica forestale e montana, Forlì 1985.

G. Caselli, Il Casentino da Ama a Zenna, Accademia dell’Iris - Barbès Editore, Firenze 2009;

E. Ceccarelli, N. Agostini, Giganti di legno e foglie. Guida alla scoperta degli alberi e dei boschi monumentali del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna, Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, ComunicAzione, Forlì 2014;

F. Clauser, Romanzo Forestale – Boschi, foreste e forestali del mio tempo, Firenze 2016;

G. Chiari, La Foresta Casentinese nel periodo di proprietà privata dal 1900 al 1914 - con un breve cenno alle ferrovie forestali, MPAAF-CFS Ufficio Biodiversità, Pratovecchio 2014;

G. Chiari, La Lama. Nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Stia 2010;

G.L. Corradi (a cura di), Il Parco del Crinale tra Romagna e Toscana, Firenze 1992;

G.L. Corradi e N. Graziani (a cura di), Il bosco e lo schioppo. Vicende di una terra di confine tra Romagna e Toscana, Firenze 1997;

P.L. della Bordella, Pane asciutto e polenta rossa, Stia 2004;

M. Ducci, Sulle tracce di cacciatori preistorici nel Parco, Crinali – Anno XXVI n°49 – Agosto 2020;

M. Ducci, G. Maggi, Termini di pietra, appunti per la ricerca dei confini del territorio granducale e del monastero di Camaldoli nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Stia 2022;

M. Ducci, G. Maggi, B. Roba, “Le vive travi” e i loro cammini nel Parco e nella storia, Cesena 2024; 

L. Fabbroni, SULLA STRUTTURA GEOLOGICA DELLA ROMAGNA TOSCANA, Firenze 1854, rist. anast. Milano 1978;

U. Foscolo, Dei Sepolcri, 1807;

A. Gabbrielli, E. Settesoldi, La Storia della Foresta Casentinese nelle carte dell’Archivio dell’Opera del Duomo di Firenze dal secolo XIV° al XIX°, Roma 1977;

N. Graziani (a cura di), Romagna toscana, Storia e civiltà di una terra di confine, Firenze 2001;

Gruppo Archeologico Dicomanense, Cinquanta anni di storia del Gruppo Archeologico Dicomanense, 1969-2019, Edizioni del Poligrafico Fiorentino, Firenze 2019; 

G. Innocenti Ghiaccini, Le Vie Romee nella storia del Casentino. Gli spedali e le chiese per i pellegrini, Bibbiena 2018;

D. Mambrini, Galeata nella storia e nell’arte, Bagno di Romagna 1935 – XIII;

M. Massaini, Alto Casentino, Papiano e Urbech, la Storia, i Fatti, la Gente, Pratovecchio-Stia 2015;

G. Mini, LA ROMAGNA TOSCANA, Castrocaro 1901, rist. anast. Milano 1978;

F. Pasetto, Itinerari Casentinesi in altura, Stia 2008;

F. Pesendorfer, Il governo di famiglia in Toscana. Le memorie del granduca Leopoldo II di Lorena (1824-1859), Firenze 1987.

O. Piraccini, LA STRADA DI MARCHINI, Presentazione della mostra Giovanni Marchini. Dal Vero alla Macchia, Forlì, Palazzo Romagnoli, 18/12/2016;

C. Pirovano (a cura di), La Pittura in Italia, Il Novecento/1 1900-1945, Electa, Milano 1991;

Plinio il Vecchio, Naturalis historia, III, 77-78 d.C.;

Polibio di Megalopoli, Historiae, II, II sec. a.C.;

A. Polloni, Toponomastica Romagnola, Firenze 1966, rist. 2004;

E. Repetti, Dizionario geografico fisico storico della Toscana, Volume IV, Firenze 1841;

E. Rosetti, La Romagna. Geografia e Storia, Milano 1894, rist. anast. Castel Bolognese, 1995;

A. Sansone, Relazione sulla Azienda del Demanio Forestale di Stato – 1° luglio 1910/30 luglio 1914, Roma 1915;

A. Silvestri, Romagna da salvare, Forlì 1981;

F. Trenti, a cura di, Alto Medioevo Appenninico - Testimonianze altomedievali fra Casentino e Val Bidente, Catalogo della mostra presso il Museo Archeologico del Casentino 'Piero Albertoni', Bibbiena, 2015;

P. Zangheri, La Provincia di Forlì nei suoi aspetti naturali, Forlì 1961, rist. anast. Castrocaro Terme 1989;

Alpe Appennina rivista on-line – Storia e storie tra Romagna e Toscana, Raffaele Monti editore, Cesena;

Bollettino della Società Sarda di Scienze Naturali, Anno XII-Vol.XVIII, Sassari 1978;

Giornale di Bordo di storia letteratura e arte, Serie III, n. 36/37, 2014

Monti e boschi, rivista mensile del Touring Club Italiano, n.6, giugno, Milano 1962;

Storie Naturali, n.10, maggio, Bologna 2018;

Comune di Bagno di Romagna, Piano Strutturale, INSEDIAMENTI ED EDIFICI DEL TERRITORIO RURALE - ANALISI E NORMATIVA, scheda n.751;

Carta Escursionistica scala 1:25.000, Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, S.E.L.C.A., Firenze;

Parco nazionale delle foreste casentinesi. Carta dei sentieri 1:25.000, N.20, Monti editore, 2019;

Itinerari Geologico-Ambientali, Carta Geologica del Parco, Regione Emilia-Romagna, Parco delle Foreste Casentinesi, S.E.L.C.A., Firenze; 

Link https://www.alinari.it/item/it/1/318000 (controllato ottobre 2025);

Link www.alpeappennina.it.;

Link https://ambiente.regione.emilia-romagna.it/it/parchi-natura2000/fruizione/altavia/immagini/gallery-alta-via-dei-parchi/tappa-24-badia-prataglia-la-verna/foto-passo-dei-mandrioli-fiorenzo-rossetti (controllato ottobre 2025);

Link https://static-www.comune.bagnodiromagna.fc.it/wp-content/uploads/2024/04/751.pdf (controllato ottobre 2025); 

Link: https://www502.regione.toscana.it/searcherlite/cartografia_storica_regionale_start.jsp?fondoid=37_45 (controllato a giugno 2025);

Link: http://duomo.mpiwgberlin.mpg.de/STUDIES/study003/Becattini-Dalla-Selva-alla-Cupola.pdf (controllato a giugno 2025);

Link: http://duomo.mpiwg-berlin.mpg.de/ITA/HTML/S027/C125/T001/TBLOCK00.HTM (controllato a giugno 2025);

Link: https://geo.regione.emilia-romagna.it/schede/geositi/ (controllato a giugno 2025);

Link: https://www.google.it/books/edition/_/kGw5AAAAcAAJ?hl=it&gbpv=1 (controllato a maggio 2025);

Link: www.mokagis.it/html/applicazioni_mappe.asp. (controllato a giugno 2025);

Link: https://popolidelparco.it/archivi-fotografici/;

Link: https://www.treccani.it/enciclopedia/giogo_(Enciclopedia-Dantesca)/ (controllato a maggio 2025);

Link: https://www.treccani.it/vocabolario/giogo/ - (controllato a maggio 2025). 

Percorso/distanze :

Testo di Bruno Roba - S. Paolo in Alpe è facilmente raggiungibile dalla strada forestale S.Paolo in Alpe-La Lama, deviazione dalla S.P. 4 del Bidente seguendo la rotabile S.Vic.le Corniolino-S. Paolo in Alpe (bivio per S.Agostino al km 35+100) per circa 6 km. Dalla sbarra 2 km circa, oppure da case Fiumari per sentiero CAI 255. Inoltre è raggiungibile da Ridracoli seguendo il sentiero 233 GCR - dislivello mt 566.

foto/descrizione :

foto del 2009
san Paolo in Alpe

Caprioli a San Paolo
 

-----------

Le seguenti foto sono state scattate da Bruno Roba, che ha anche inserito i testi, e qui riprodotte su autorizzazione dell’autore.

00a1/00a5 – Da Poggio Sodo dei Conti, tra la sequenza di dorsali si evidenzia il tratto di contrafforte fino a Poggio Squilla dove l'Altopiano di S.Paolo in Alpe offre scorci suggestivi (22/12/11).

00b1/00b4 - Dalla S.P. 4 del Bidente, veduta in sostanziale allineamento alla precedente ma da sito più prossimo e quota inferiore, da dove si evidenziano i principali aspetti morfologici dell'altopiano (11/02/16).

00c1/00c9 - Dal varco sulla Giogana, non lontano da Poggio Scali, aperto dall’incisione del Canale del Pentolino, si sovrasta la sella di Pian del Pero alla cui estremità si erge Poggio della Serra con panoramiche e vedute da mezzogiorno del restante sviluppo del contrafforte verso la bassa valle di Ridràcoli fino a scorgere S.Sofia, mentre l'Altopiano risalte e mostra aspetti altrimenti ignoti (15/05/14 – 11/12/14 - 30/09/18).

00d1/00d5 – Da Poggio Scali il Monte Grosso appare mimetizzato dal manto arboreo mentre le aree prative gareggiano per aridità con le nude stratificazioni rocciose (9/03/11 – 2/09/11 – 16/02/18) 

00e1/00e4 - Dal Monte Penna, panoramiche da oriente del contrafforte dove l'Altopiano si distingue soprattutto per l'ampio pendio erboso (7/02/11 – 26/01/12 - 13/01/16).

00f1 - 00f2 - 00f3 – Dal crinale di Ronco dei Preti l’altopiano di S. Paolo appare un fazzoletto erboso ritagliato tra aspri rilievi boscati (24/10/18).

00g1 – 00g2 – 00g3 - Da Poggio Ricopri si ha una particolare veduta del profilo dell’altopiano e si fronteggia l’impervio versante profondamente inciso che lo delimita e su cui sporge il restaurato Cimitero di S. Paolo; le scalettature dell’alta parete rocciosa sono state proficuamente utilizzate dalla mulattiera per S. Paolo, oggi Sent. 255 (16/11/16).

00h1 – 00h2 – Schema cartografico del sistema orografico della Provincia di Forlì-Cesena disegnato in base alla rappresentazione di Zangheri e rappresentazione schematica della parte di sistema relativo alle valli del Bidente, dove sono evidenziate le linee dei contrafforti ed i principali rilievi.

00h3 – Schema grafico evidenziante lo sviluppo della linea di crinale accompagnato dal profilo dello stesso crinale nel rapporto di 5 a1. 

00h4 – Mappa originale del contrafforte principale tra Poggio Scali e Poggio Castellina e del contrafforte minore fino a Poggio Aguzzo, dove le diverse colorazioni evidenziano le quote a partire da 1000 m s.l.m.; le isoipse (curve di livello) hanno equidistanza di 50 metri, tipico della cartografia in scala 1:50.000, per alleggerire il peso grafico.

00h5 – 00h6 - Confronti schematici tra cartografia antica e moderna da cui si rilevano le modifiche planimetriche e alla viabilità intercorse nei periodi frapposti, in particolare riguardo la scomparsa chiesa di S. Paolo e l’antistante sagrato e nel rapporto con il Casone.

00i1 – 00i2 – 00i3 – Vedute relative al moderno rapporto tra infrastruttura e insediamento: in luogo della Maestà di S. Paolo, pure guardante ad Est ma più prossima al Casone, occorre immaginare la presenza della piccola Chiesa/Oratorio di S. Paolo (26/03/12 – 10/12/15 – 25/04/18).

 

00l1/00l7 – Discendendo da Poggio Squilla si evidenzia la divaricazione morfologica che movimenta l’altopiano offrendo l’occasione per i due antichi insediamenti religiosi, contemporaneamente interdipendenti ma contrapposti nella loro individualità (26/03/12 – 25/04/18).

 

00m1/00m4 – Veduta della prominenza dell’altopiano con l’insediamento del Casone di S. Paolo, separato dalla prominenza dell’Eremo di S. Agostino dall’impluvio del Fosso dell’Alberaccio, con i resti dell’alpeggio e gli abituali abitanti (26/03/12 – 18/11/15).

 

00n1/00n9 - Veduta della prominenza dell’altopiano con l’insediamento di S. Agostino. Fanno ancora parte del paesaggio i resti delle recinzioni dell’alpeggio che non limitano la vita e l’”intimità” dei suoi abituali abitanti, a volte illuminata da una luce mattutina tanto calda da apparire artificiale, fino a dover modificare il bilanciamento neutro del bianco (26/03/12 – 10/12/15 - 24/10/18).

00o1 – 00o2 – 00o3 – Contrasto totale tra le vedute precedenti e le seguenti, pure caratterizzate dall’intrinseco contrasto tra la prima neve e gli ultimi colori autunnali (21/11/18).

00p1/00p11 – I resti del fabbricato religioso. Da notare una volumetria sul lato sx della chiesa, piccola parte della quale potrebbe corrispondere a qualche resto della Cappella di S. Paolo, se ancora presente al momento del terremoto del 1918 ma comunque modificata nella ricostruzione, ed almeno un locale era destinato a scuola; poteva altresì essere presente anche in forme diverse l’osteria ricordata da una rustica insegna. Nel collage finale si evidenzia la porzione della canonica retrostante il campanile a vela, di cui rimane parte della muratura e della finestra del secondo piano; il cordolo di conglomerato cementizio introdotto con la ricostruzione post-terremoto mostra la ridotta resistenza al degrado rispetto alla pietra che lo sorregge. Il grande campanile a vela, il cui timpano della trifora è in muratura di laterizio intonacata, pare iniziativa della ricostruzione incoerente con la tipologia di una piccola chiesa di montagna (26/03/12 - 18/11/15 - 16/05/19). 

 

00q1/00q6 – Le strutture del complesso in corso di restauro (17/03/23).

00r1/00r9 – Vedute dal retro del complesso religioso, dei resti dell’annesso agricolo e del pozzo (26/03/12 – 18/11/15 - 17/03/23).

 

00s1/00s5 – Nel pianoro che si sviluppa sul retro del complesso religioso sulla schiena del poggio vegetano da 120 anni stimati tre esemplari di Pioppo nero, Populus nigra, purtroppo uno recentemente collassato (26/03/12 – 15/07/13 - 18/11/15 - 16/05/19).

 

00t1 - 00t2 – Elaborazioni pittoriche tipo olio di particolare da foto storica prebellica da cui, tra l’altro, si rileva la consistenza dell’annesso agricolo con tre accessi di probabili stalletti e la grande apertura tipica dei fienili sottotetto, e della chiesa in tempi moderni dopo il crollo del tetto.

00u1/00u17 – Il cimitero di S. Paolo, ottimamente restaurato nella sua testimonianza storica e circondato da ciliegi, si affaccia sul panorama (26/03/12 – 15/07/13 - 18/11/15).

{#emotions_dlg.07}