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I Botriali o Butriali

inserita da Bruno Roba
Tipo : rudere
Altezza mt. : 736
Coordinate WGS84: 43 51' 26" N , 11 48' 59" E
Toponimo nell'arco di
notizie :

Testo di Bruno Roba (1/07/17 - Agg. 23/10/2023) - Il Fosso delle Macine ha origine da Poggio della Serra e costituisce il tratto montano del Fosso di Campo alla Sega che ha esatta origine dalla confluenza del suo tratto montano con il Fosso di Sasso Fratino (a volte detto anch'esso Fosso delle Macine), con la sua ramificazione generata da quell’anfiteatro, tra cui il Fosso dell’Acqua Fredda o dell’Asticciola«I torrenti principali che attraversano la Riserva sono (da Ovest a Est): Sottobacino Bidente di Ridracoli – Fosso delle Macine, che costituisce la porzione alta del F.di Campo alla Sega […] Fosso di Sasso Fratino, affluente di destra del F. d. Macine – Fosso di Campo alla Sega, derivato dalla confluenza del F. d. Macine e del F. d. Sasso Fratino […]» (A. Bottacci, 2009, p. 23, cit.). Altri affluenti provenienti dalla Riserva Naturale Integrale di Sasso Fratino sono il Fosso dei Praticini o dei Fraticini, posto prima della confluenza del Fosso di Sasso Fratino, e il Fosso dei Preti, delimitato in dx idrografica dalla Costa di Poggio Piano, braccio orientale dello specifico anfiteatro di Sasso Fratino che, distaccatasi dallo spartiacque appenninico ed in continuità con la dorsale della Seghettina, chiude a SE il bacino idrografico. Mentre il Fosso dei Botriali confluisce nel Fosso di Campo alla Sega sul limite del suo braccio lacustre, gli altri affluenti in sx idrografica, ovvero il Fosso della Busca, già della Basca, e il Fosso dell’Asino, ormai si gettano direttamente nel lago. La dorsale della Seghettina separa la valle del Fosso di Campo alla Sega da quella del Fosso degli Altari.

Per l’inquadramento territoriale v. schede Valle del Bidente di Ridràcoli e Fosso di Campo alla Sega.

La minore acclività di tratti del versante sx della valle, alcontrario di quella della Riserva, dei Fossi delle Macine e di Campo alla Sega, al contrario di quella della Riserva, ha consentito il diffondersi di insediamenti ed appoderamenti dediti al pascolo e al taglio del bosco, infatti il ricorrente toponimo ricorda la principale attività svolta nell’area dai secoli addietro fino alla prima metà del XX … «Ivi il Padre Apennino non corruso ma verde, mostravasi aperto e vestito con alberi sul fianco, appiè del quale una cascata di acque da sega in sega e tra i massi rompendosi lieve lieve come velo copriva un ponticello …» (P. Ferroni, Autobiografia, 1825, in: G.L. Corradi, O. Bandini, “Per quanto la veduta consenta di spaziare”. Scelta di testi dal XIV al XIX secolo, in: G.L. Corradi, O. Bandini, 1992, p.78, cit.). Gli insediamenti superstiti sono alcuni fabbricati del nucleo de La Seghettina e, fino a pochi decenni addietro, Campominacci, già Campo MinacciCampo di Minaccio e Campo Ominacci, che giunse ad essere recuperato ed indicato come rifugio nella prima cartografia del Parco delle Foreste Casentinesi, oggi ormai abbandonato al destino di rudere, come peraltro l'Ammannatoia, anche detto Mannatoia o Manatoia o Menatojaed i Botriali. Di Pratovecchio  e Poggio a Pratovecchio (posti sul crinale di Poggio della Gallona ma il primo appartenente al sistema vallivo del Fosso del Molinuzzo) e di Campo alla Sega rimangono poche pietre. Vari capanni (di alcuni rimangono resti poco consistenti) si trovavano sia sulla sella del contrafforte posta a monte dell’origine del Fosso delle Macine, l’ex rifugio di Pian del Pero, sia presso il suo corso (uno a metà circa di probabile uso forestale, uno verso il termine, forse un’antica macina, peraltro posta in un sito nel XIX secolo noto come La Macine), sia presso Campominacci Campo alla Sega.

La prima cartografia storica, ovvero il dettagliato Catasto Toscano (1826-34 – scala 1:5000), la schematica Carta della Romagna Toscana Pontificia (1830-40 – scala 1:40.000), le prime edizioni della Carta d’Italia dell’I.G.M. (1893-94 – scala 1:50.000; 1937 – scala 1:25.000), consente di conoscere il tracciato della viabilità antica che raggiungeva Ridràcoli. Attraversato il Bidente di Corniolo presso Isola, con il Ponte dell'Isola, sul luogo del ponte odierno, essa si manteneva in sx idrografica risalendo subito a mezzacosta fino a raggiungere Biserno, per quindi ridiscendere nel fondovalle del borgo, dove si concludeva con un lungo rettilineo al cui termine si trovava Il Ponte di Ridràcoli. Tale viabilità, anonima nelle mappe citate, verrà poi denominata Strada Comunale Ridràcoli-Biserno e Strada Comunale Isola-Biserno; solo in occasione dei lavori di costruzione dell’invaso quest’ultima verrà ristrutturata e ampliata diventando parte della S.P. n.112.

Vari itinerari trasversali collegavano le vallate adiacenti, principalmente dipartendosi dal baricentro militare-residenziale del Castello di Ridràcoli (nel 1216 è documentato come Castrum Ridiracoli un villaggio fortificato che, secondo la Descriptio Romandiole del 1371, raggiungeva appena 6 focularia) e dai nuclei economico e religioso del ponte e della chiesa (una villam Ridraculi cum omnibus ecclesiis è documentata già dal 1213), dialetticamente separati in base alla morfologia del luogo, determinata dalla fitta sequenza delle anse fluviali. Dal Castello partiva la Strada che dal Castello di Ridracoli conduce alla Chiesa della Casanova, risalente la Valle dei Tagli ed imperniata su Casanova dell’Alpe (su una pietra cantonale della chiesa sono ancora leggibili le distanze chilometriche – evidentemente non più valide - km 12,358 per Bagno e km 5,933 per Ridràcoli); costituiva parte della successiva Mulattiera Ridràcoli-Bagno. Dal Ponte di Ridràcoli partiva la Strada che da Ridracoli va al Poggio alla Lastra, che, superata la chiesa, risaliva la Valle del Corneta, parte della successiva e rinomata Mulattiera di Ridràcoli diretta a Santa Sofia tramite Strabatenza. Entrambe le mulattiere incrociavano sul crinale la Strada Maestra di S. Sofia o Strada che dalla Casanova va a Santa Sofia, la prima presso il Monte Moricciona, la seconda sul Passo della Colla, posto sulla Colla del Monte interposta tra i Monti Marino e La Rocca. Molto note e ancora riportate come tali nella cartografia moderna, negli anni ’50 alle estremità delle mulattiere vennero installati dei cippi stradali riportanti la rispettiva denominazione, così classificandole e specificandone l’uso escluso ai veicoli; rimasero localmente in uso fin’oltre metà del XX secolo, infatti le odierne strade forestali verranno realizzate solo un ventennio dopo.

Dai piedi del centro religioso si staccava un percorso che giungeva fino alle pendici della Seghettina … «[…] praticabile solamente nella bella stagione, quando le acque del fiume erano scarse, e si snodava lungo il corso del Bidente che veniva attraversato ben 33 volte […]» (C. Bignami, 1995, p. 90, cit.). Dalla via castellana si staccava la strada comunale, sempre percorribile, che risaliva il Bidente per un lungo tratto correndo accanto all’alveo fluviale, per la parte fino alla diga oggi sostituito dalla viabilità di servizio, per il resto ormai sommerso. La via scavalcava il Fosso dei Tagli, presso lo sbocco nel Bidente, forse sul luogo oggi occupato dall’asfalto stradale, con il Ponte dei Tagli. Subito dopo la mulattiera passava sotto un arco del Mulino di Sopra costeggiandone il bottaccio. Con la costruzione della diga e con il riempimento dell’invaso, è scomparso pressoché l’intero tracciato viario e sono scomparsi mulini, insediamenti (le Celluzze – che spesso riemerge, la ForcaLagaccioloVerghereto), ponti e guadi che, come sopracitato, attraversavano 33 volte il Fiume della Lama o Obbediente (come era anticamente classificato), come il Ponte a Ripicchione (documentato da una mappa del 1637 allegata ad una relazione del 1710 del provveditore dell’Opera del Duomo di Firenze  riproduzioni della mappa si trovano in A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 20, cit. e, l’originale a colori, in A. Bottacci, 2009, p. 31, cit.) e il Ponte alla Forca. La mulattiera, dopo il Ponte a Ripicchione abbandonava l’argine fluviale risalendo progressivamente il versante e, sorpassata la Fonte dei Bisernini, raggiungeva Lagacciolo; un bivio divideva il tratto che da Case di Sopra risaliva fino al Monte Cerviaia dalla prosecuzione della via che ridiscendeva fino a La Forca e al suo mulino, prima attraversando il fosso detto Il Fossone con una palancola lignea, in un’area ormai sommersa. La viabilità lungo il Bidente terminava con l'attraversamento tramite il Ponte alla Forca o della Seghettina, risalente al 1843. Oltrepassato il ponte con un lungo tragitto si poteva risalire fino a S. Paolo in Alpe oppure si imboccava l’importante e sopracitata Strada che dalla Seghettina va a Stia valicante il Passo Sodo alle Calle o La Scossa. Dal questa via si staccava pure un itinerario (detto anche Via dei Fedeli) che scendeva ad attraversare il Fosso degli Altari per poi seguire il Fosso della Lama penetrando nella sua valle fino a valicare il crinale con il passo del Gioghetto, diretto all’Eremo di Camaldoli. Alla seconda metà del secolo scorso risalgono il Ponte alla Sega, ampio ponte ligneo carrabile che consente alla S.F. Lama-S. Paolo in Alpe-Corniolo di attraversare il Fosso di Campo alla Sega e il Ponte alla Macchia, un robusto ponticello ligneo con spalle in pietra che viene utilizzato anche come carrabile da piccoli mezzi agricoli per collegare la Seghettina con la strada predetta tramite la strada forestale diretta all’Ammannatoia. La valle del Fosso di Campo alla Sega era inoltre interessata da alcune c.d. vie dei legni, utilizzate per il trasporto del legame tagliato dai boschi di prelievo fino al Porto di Badia a Poppiena a Pratovecchio, attraverso i valichi appenninici tosco-romagnoli; una di queste, che probabilmente attraversava la Riserva di Sasso Fratino, era la via che dalla Lama conduceva alla Seghettina e quindi a Pian del Pero e la Calla, individuata all’inizio del XX secolo dal Direttore generale delle Foreste, al Ministero di Agricoltura, A. Sansone nella relazione sullo stato delle foreste demaniali (cit.). 

In questo contesto storico-geografico, tra le alte valli bidentine quella di Ridràcoli è quella che meno ha subito il fenomeno dell’abbandono grazie alle caratteristiche ambientali e climatiche più favorevoli della sua parte meno elevata. Il borgo principale, posto nel baricentro sia geografico sia del sistema insediativo, è quello più noto e frequentato e la frazione di Biserno è quella più abitata, ma le parti delle vallecole laterali più profonde e difficilmente raggiungibili sono trascurate e molti fabbricati oggi sono in stato di abbandono o ridotti a rudere o scomparsi, con vari casi di ristrutturazione interrotta, ma non fanno eccezione neanche le valli meglio infrastrutturate che, se hanno evitato il completo abbandono dei poderi, hanno scarsamente contribuito al riutilizzo dei rispettivi insediamenti, in prevalenza abbandonati o, al più, riutilizzati a fini turistici.

La Valle Fosso di Campo alla Sega e sue diramazioni erano abitate fin dal XVI secolo nelle parti più remote e alcuni insediamenti sono rappresentati nella mappa del 1637. Essi erano collegati alla viabilità principale di crinale da itinerari trasversali. Le identificazioni toponomastiche e grafiche della cartografia antica e moderna (Catasto toscano, Carta d’Italia I.G.M., N.C.T. Nuovo Catasto Terreni, C.T.R. Carta Tecnica Regionale) riguardanti i fabbricati si possono schematizzare come di seguito elencato:

- L’Ammannatoja nel Catasto toscano, o anonimo nella Carta d’Italia I.G.M. di impianto (1894 e 1937), o Ammannatoia in quella moderna, o Ammannatoia nel N.C.T. e nella C.T.R.;

I Botriali nel Catasto toscano, o i Botrini nella Carta d’Italia I.G.M. di impianto (1894), o i Botriali nella Carta d’Italia I.G.M. di impianto (1937), o i Butriali in quella moderna, o Butriali nel N.C.T., o I Botriali nella C.T.R.;

Campominacci nel Catasto toscano, nella Carta d’Italia I.G.M. di impianto (1894 e 1937) e in quella moderna, o Campominacci nel N.C.T. e nella C.T.R.;

Campo alla Sega: anonimo nel Catasto toscano, o assente in tutta la restante cartografia antica e moderna; Campo alla Sega nella Carta Geometrica della Regia Foresta casentinese e adiacenze, l’anno 1850 (cfr. Regione Toscana – Progetto CASTORE, cit.);

- anonimo nel Catasto toscano, o la Seghettina nella Carta d’Italia I.G.M. di impianto (1894 e 1937) e in quella moderna, o Seghettina nel N.C.T., o La Seghettina nella C.T.R.;

La Seghettina nel Catasto toscano, o la Seghettina nella Carta d’Italia I.G.M. di impianto (1894 e 1937) e in quella moderna, o Seghettina di Sotto nel N.C.T. e  nella C.T.R.;

ex Rifugio di Pian del Pero: assente nel Catasto toscano, o C. Pian del Pero nella Carta d’Italia I.G.M. di impianto (1894), o assente nella restante cartografia antica e moderna; ex Rif. Pian del Pero in alcune edizioni di cartografia escursionistica;

Poggio a Pratovecchio nel Catasto toscano, o Pratovecchio nella Carta d’Italia I.G.M. di impianto (1894 e 1937) e in quella moderna con rappresentazione del simbolo dei ruderi, o Pratovecchio nel N.C.T. e nella C.T.R.

L’insediamento dei Botrialidetto anche i Botrini, i Butriali o Butrioliè così citato in una delle vedute prodotte dal pittore paesaggista Francesco Mazzuoli nel 1778-79 (nell’ambito degli studi condotti del matematico regio Pietro Ferroni per la progettazione della Strada di Romagna da Firenze ai porti dell’Adriatico per l’Appennino tosco-romagnolo): «Casa Colonica del Podere dell’Opera chiamato Butrioli», (F. Mazzuoli, Veduta dell’Appennino …, 1788, BNCF, G.F. 164, in: M. Sorelli, L. Rombai, Il territorio. Lineamenti di geografia fisica e umana, in: G.L. Corradi, 1992, p. 50, cit.). Si trova lungo quell’itinerario che collegava Santa Sofia (giungendo da Ridràcoli, il Ponte alla Forca e l’Ammannatoia oltrepassava la valle del Ciriegiolone dopo aver valicato il crinale della Gallona poco più sopra) con la Via di Scali tra S. Paolo in Alpe e la Giogana. Se gli altri tracciati sono ridotti al rango di sentiero, la cresta incisa dalla S.F. Lama-S. Paolo in Alpe nel corso del XX sec. non risulta invece interessata da alcun tipo di percorso, probabilmente per l’impraticabilità del versante orientale di Poggio della Serra precedentemente al suo taglio. Toponimo di antica derivazione riferibile alla morfologia del luogo, ricordato a Ravenna da Plinio (Umbrorum Butrium), del quale fino al XVI sec. in Romagna se ne contavano circa 500 coniati in varie forme (Budrio, Budriolo, etc.), tanto che nel latino medievale il termine classico Butrium era diventato nome comune: «[…] Butrium seu fossatellus […] o borro, burrato, burrone […]» (A. Polloni, 1966, p. 53, cit.). La citazione piu antica relativa a questo luogo, ripresa dall'inventario delle proprietà dell'Opera del Duomo di Firenze, risale al 1545: «[…] dei livelli che l’Opera teneva in Romagna […] se ne dà ampio conto qui di seguito […] 1545 […] – Una presa di terra cerretata chiamata i secondi dua poderi della Asticciola in luogo detto i Botriali […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 149, cit.). I contratti prevedevano che la manutenzione delle varie costruzioni esistenti nei poderi fosse a carico dei conduttori dei fondi ma, essendo piuttosto onerosa o per scarso interesse, essi spesso si rendevano inadempienti dando luogo a procedimenti di addebito, fino al sequestro del raccolto o lunghe cause legali, che consentono, tra l’altro, di attribuire una datazione in merito alla sussistenza degli stessi fabbricati e al nominativo dei loro conduttori, così da una notizia del 1636 si rilevano: «Acconcimi alle case del podere di Botriali […] per coprire e lastronare detta casa […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 154-155, cit.). Dal verbale di una “visita” del 1677 scritto dal cancelliere si apprende in merito al podere «[…] li poderi di Romagna appresso notati cioè […] Butriali che tiene a livello Piero Fabbri […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 329, cit.). Da un decreto del 1731 si apprende che Lazzaro Checcacci e suo padre Benedetto, affittuari dei poderi Botriali e Siepe dell’Orso fin dal 1690, chiedevano una riduzione del canone ottenendo soddisfazione. (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 352-353 cit.). Un nuovo accurato elenco è relativo al 1637: «1637 – Nota dei capi dei beni che l’opera è solita tenere allivellati in Romagna e Casentino e sono notati col medesimo ordine col quale fu di essi fatta menzione nella visita generale che ne fu fatta l’anno 1631: […] Tutti li beni infrascritti da n. 24 a n. 40 inclusine, sono in Romagna nel Capitanato di Bagno, nel Comune di Ridracoli, nel Popolo di San Martino a Ridracoli: […] 29) Butriali, due ronchi tenuti da Agnolotto di Francesco da Butriali uniti al podere de Butriali 30) Butriali, ronco tenuto da Alessandro di Salvatore da Ridracoli 31) Butriali, ronco tenuto da Ottavio Capacci 32) Butriali, ronco tenuto da Giuliano di Gabbriello dal Poggio di Pratovecchio unito al podere de Butriali 33) Butriali, ronco tenuto da Carlo di Cosimo Fei.» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 410, cit.). Successivamente compare documentato in una relazione del 1677: «[…] siccome li poderi di Romagna appresso notati cioè […] Butriali tiene a livello Piero Fabbri […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977 , p. 329, cit.). Da una relazione del 1751 sullo stato dei poderi dell’Opera si apprende: «[…] 5) Podere di BUTRIALI tenuto in affitto da Francesco di Lazzero Checcacci. Per continuare il solo comodo di questo podere è necessario lastronare il fondo della capanna […] e rimettervi alcuni pezzi di tavole quali fuorno levate dal muratore per rifare gli usci alla stalla della Mannatoia. […] è necessario inoltre rivedersi i tetti e le gronde. […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 434, cit.). Nel 1789, da una relazione sui canoni da stabilirsi, risulta che i: «I poderi […] Seghettina, Mannatoia, Butriali, Campominacci, […] sono situati alle falde di vasto circondario delle selve d’abeti e sembra che sieno stati fabbricati in detti luoghi per servire di custodia e per far invigilare dai contadini di detti poderi al fuoco, al taglio insomma alla conservazione di dette selve che hanno giustamente formato l’oggetto principale della Azienda dell’Opera e del Governo di Toscana perché somministrano tutto il miglio legname per la costruzione delle fabbriche del Granducato. […] Sono dunque di parere che […] non ardirei mai di far proposizione di alienarli ma di seguitare a tenerli per l’oggetto che sono stati fabbricati di servire di custodia alle selve come si rileva chiaramente dalla loro posizione servendo di cordone e custodia alle macchie medesime […]»  (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 441, 442, cit.). Nell’Archivio dell’Opera si trova una documentazione non datata, comunque di fine ‘700, contenente una descrizione delle case rurali dei poderi di appartenenza, tra cui la «[…] Casa del podere de Butriali: Piano a terreno – Contiene la stalla delle pecore e quella delle capre. Piano a palco – Si entra per una scala esterna di faccia alla quale vi è il forno. La prima stanza contiene il camino e da essa si passa in un’altra stanza con diversi tramezzi di legno per comodo dei letti.» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 448, cit.). Nel Contratto livellario stipulato nel 1818 tra l’Opera e il Monastero di Camaldoli si trova un’ulteriore descrizione dei fabbricati: «Comunità di Bagno. Una vasta tenuta di terre […]. Tutta questa tenuta  […] è composta dai seguenti terreni cioè […] 19° Podere detto di Botriali, nel popolo di S. Paolo in Alpi in detta Comune, composto di casa da lavoratore di numero sei stanze da cielo a terra, con loggia d’ingresso, forno, fornella, stalletto al di sotto, con capanna separata e stalla sotto detta capanna. Tutto questo fabbricato merita di essere resarcito e vi occorreranno lire 430. questo podere è composto dai seguenti terreni cioè: I° un tenimento di terre lavorative, zappative, prative, pasturate mozziconate, fossate, balzate, franate, di staia 320 circa con i vocaboli che formano il podere e le pasture dei Botriali.» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 461, 473, cit.). Sciolto d’imperio il contratto del 1818 per inadempienze nell’applicazione di un rigoroso regime forestale ai possedimenti dell’Opera, nel 1840 il Granduca fece stipulare un nuovo Contratto livellario con il Monastero di Camaldoli, così si trova un’ulteriore, ed ora estremamente precisa, descrizione del podere e dei fabbricati: «N. 7 - Podere dei Botriali […] lavorato dalla famiglia colonica di Stefano Milanesi. A questo è stato recentemente riunito il piccolo podere detto Poggio di Pratovecchio per cui attualmente compongono un solo ed unico podere. Fabbricati colonici. La casa di abitazione della famiglia colonica è stata recentemente ristabilita mediante uno sprone a soccorso della parte esterna di levante ed in parte ampliata, si trova composta a terreno di una stanza ad uso di caciaia lastricata, di un porcile piccolo, di una stalla per le capre e di altra per le pecore ambedue sterrate e con ingresso esterno. Il piano superiore ha una loggetta con ingresso a terreno ove corrispondono due bocchette di altrettanti forni la quale offre a destra l’ingresso ad una cameretta a tetto inferiore di alcuni scalini e di fronte una scala di materiale sale ad una cucina intavolata munita di camino e dell’acquaio avente superiore una soffitta impraticabile. Da detta cucina si scende in una camera parimente intavolata e a tetto. Separata esiste altra fabbrichetta comprensiva a terreno di una stalla per le vaccine lastricata e con doppia mangiatoia e superiormente una capanna a tetto con ingresso a tramontana mediante una scaletta di materiale. E questa quantunque sia stata ristabilita con la ricostruzione della parete di ponente ha necessità di altri restauri e segnatamente nelle due pareti di tramontana e levante molto degradate per difetti di cattiva fondazione e nel rifacimento dell’intavolato. Intorno vi sono i resedi e l’aia sterrata ed un capanno di tavole appoggiato a questa seconda fabbrichetta per la parte di mezzogiorno. La fabbrichetta già attenente al podere del Poggio di Pratovecchio situata sul vertice di un poggio di detto nome, ed in stato di assoluta rovina, si compone al terreno di tre stanze con ingresso esterno destinate per stalle e nel piano superiore con eguale numero che una cucina una ad uso di camera e l’altra capanna. Terreni. Un solo tenimento di terra tutto giacente in poggio e nella massima parte rivolto a mezzogiorno intersecato da più e diverse strade e viottole fossi e borri ed in se comprensivo dei sopra descritti fabbricati colonici e loro resedi, tenimento conosciuto per le seguenti denominazioni e vocaboli come appresso: Botriali, Poggio di Pratovecchio, i Campi da casa, le Fosse, i Pianacci, Ginestreto, Campi sopra casa, il Prataccio, le Mandrie, la Ripa di Campo Minacci, Campo alla Sega, il Prataccio, la Fonte di Maltempo, la Bacia. E la sua geometrica estensione ascende a quadrati 251 e 46 centesimi corrispondenti a staia 503 in circa e di queste per staia 10 e dua terzi terra prativa ed alternativamente seminativa con frutti selvatici capitozze di carpano, noccioli, per staia 64 e mezzo terra lavorativa nuda con frutti selvatici e capitozze, per staia uno area occupata dai fabbricati colonici e suoi resedi per staia 53 a bosco con capitozze di cerro carpani noccioli frassini aceri e per ogni rimanente pasture nude scoscese e sterili. […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 498, 516-517, cit.). Una mappa dell’Archivio Comunale di Bagno di Romagna datata 1888-1913 riguardante l’attribuzione delle numerazioni civiche, assegnava a Butriali il n. 22.

Dell’insediamento oggi rimangono consistenti ruderi di tre fabbricati posti sul bordo alto del podere a tratti piuttosto ripido, ovvero un’abitazione con stalletti e due grandi annessi, stalla-fienile, uno a valle della casa e affiancato da una letamaia, l’altro laterale alla casa e separato da uno stretto passaggio. Mentre i primi due fabbricati compaiono nelle mappe catastali antiche e moderne con limitate modifiche planimetriche, l’ultimo non è mai documentato né catastalmente rappresentato quindi probabilmente di esecuzione relativa all’ultima fase dell’insediamento prima dell’abbandono. Già proprietà ex A.R.F., nell’ambito dei programmi regionali di riutilizzo del patrimonio edilizio nel Demanio forestale fu oggetto di censimento, così riguardo l’edificio principale è possibile sapere che possedeva una superficie coperta di 120 mq ed un volume di 840 mc suddiviso in 7 vani.

Per approfondimenti ambientali e storici si rimanda alle schede toponomastiche relative ad acque, rilievi e insediamenti citati.

N.B.: - I luoghi della Valle di Campo alla Sega si sono trovati in qualche modo coinvolti dalla storia nell’evoluzione del ciclo delle acque di Ridràcoli, note e sfruttate fin dall’antichità in tutta la Romagna. Lo stesso toponimo deriverebbe dal latino Rivus Oracolum o Oraculorum per la probabile presenza presso il torrente di un piccolo tempio pagano con sibilla oracolante, ipotesi comunque verosimile e conforme alla leggenda della Sibilla appenninica delle vicine montagne marchigiane. Già nel II secolo d.C. le problematiche legate al reperimento delle risorse idriche e soprattutto alle necessità di Ravenna e del porto di Classe portarono l’Impero Romano alla realizzazione di un imponente acquedotto che sfruttava il flumen aqueductus Bidente; tracce di esso si trovano negli scritti antichi ed essenzialmente nella toponomastica locale. Dopo un lunghissimo interregno, negli anni ’30 del XX secolo le esigenze della civiltà moderna portano ad effettuare i primi studi per localizzare una diga nell’Alto Appennino forlivese e, nei primi anni ‘60, al fine di fornire risorse idriche sufficienti alle aree di Forlì e Ravenna e alla fascia costiera romagnola, viene individuata l’area a monte di Ridràcoli come idonea per l’imbrigliamento delle acque dell’alto corso del Bidente (oltre ad altre risorse idriche tramite condotte sotterranee), con conseguente realizzazione dell’opera tra il 1975 e il 1982. Oggi, come probabilmente il lago artificiale ha alterato il microclima dell’anfiteatro della Lama, portando variazioni nell’assetto vegetazionale con un diverso equilibrio a vantaggio delle specie oceaniche (faggio) in confronto a quelle continentali, così l’ambiente circostante è stato modificato da viabilità ed opere connesse alla diga e diversi edifici, acquisiti dalla Romagna Acque-Società delle Fonti S.p.A., hanno subito modifiche e/o riutilizzi a fini turistici.

- L’Opera del Duomo di Firenze, dopo la presa in possesso delle selve “di Casentino e di Romagna”, aveva costatato che sia nei vari appezzamenti di terra lavorativa distribuiti in vari luoghi e dati in affitto o enfiteusi sia altrove si manifestavano numerosi disboscamenti (roncamenti) non autorizzati. Desiderando evitare nuovi insediamenti, dalla fine del 1510 intervenne decidendo di congelare e confinare gli interventi fatti, stabilendo di espropriare e incorporare ogni opera e costruzione eseguita e concedere solo affitti quinquennali. I nuovi confinamenti vennero raccolti nel “Libro dei livelli e regognizioni livellarie in effetti” che, dal 1545 al 1626 così costituisce l’elenco più completo ed antico disponibile. Altri elenchi e documenti utili si sono susseguiti nei secoli seguenti, fino ai contratti enfiteutici del 1818 e del 1840 con il Monastero di Camaldoli, contenenti una precisa descrizione dei confini e delle proprietà dell’Opera.

- Le “vie dei legni” indicano i percorsi in cui il legname, tagliato nella foresta, tronchi interi o pezzato, dal XV° al XX° secolo veniva condotto prima per terra tramite traini di plurime pariglie di buoi o di cavalli, a valicare i crinali appenninici fino ai porti di Pratovecchio e Poppi sull’Arno, quindi per acqua, a Firenze e fino ai porti di Pisa e Livorno. 

- La sega ad acqua venne inventata da Villard de Honnecourt nel sec. XIII e Leonardo da Vinci ne studiò il funzionamento nel 1480. A metà del ‘400 in Casentino sono documentate una sega ad acqua a Camaldoli (i monaci sono stati sempre all’avanguardia nella lavorazione del legno) e due artigiani specializzati a Papiano (M. Massaini, 2015, cit.) mentre, sul versante romagnolo «All’interno della foresta si costruirono direttamente e per concessione a terzi, nel corso del ‘500 e del ‘600, alcune seghe idrauliche per la lavorazione del legname sul posto e la sua preparazione al trasporto (sega del fosso del Bidente, sega del Ridracoli, dell’Asticciuola, del Ricopri). Tali seghe lavoravano al limite della legalità e, nonostante una rigida legislazione e una serie di regolamenti e di divieti per impedire tagli abusivi, per tutta l’età moderna hanno favorito la spogliazione della foresta da parte delle popolazioni confinanti.» (N. Graziani, 2001, p. 149, cit.). In particolare nel ‘6-‘700 l’Opera del Duomo di Firenze puntò al depezzamento del legname in dimensioni di più agevole trasporto con la costruzione di numerose seghe ad acqua in foresta, che però si ridussero ad una tra ‘700 e ‘800 a seguito del progressivo e totale disimpegno della stessa Opera, in attesa dei miglioramenti introdotti dal Siemoni.

- Il toponimo forca, dal latino classico furca, ae = forca, strada a bivio e forcelle montana (A. Polloni) era probabilmente dovuto o alla viabilità che, oltre il ponte omonimo, si biforcava con detto tracciato di crinale e con uno di fondovalle che poi risaliva verso l’Ammannatoia ed oltre, oppure alla biforcazione fluviale con il Fosso di Campo alla Sega.

- Negli scorsi anni ’70, a seguito del trasferimento delle funzioni amministrative alla Regione Emilia-Romagna, gli edifici compresi nelle aree del Demanio forestale, spesso in stato precario e/o di abbandono, tra cui Butriali, Campominacci, Manatoia e Seghettina, divennero proprietà dell’ex Azienda Regionale delle Foreste (A.R.F.); secondo una tendenza che riguardò anche altre regioni, seguì un ampio lavoro di studio e catalogazione finalizzato al recupero ed al riutilizzo per invertire la tendenza all’abbandono, senza successo tranne il parziale riutilizzo della Seghettina. Con successive acquisizioni il patrimonio edilizio del demanio forlivese raggiunse un totale di 492 fabbricati, di cui 356 nel Complesso Forestale Corniolo e 173 nelle Alte Valli del Bidente. Circa 1/3 del totale sono stati analizzati e schedati, di cui 30 nelle Alte Valli del Bidente. Il materiale è stato oggetto di pubblicazione specifica.

- In base alle note tecniche dell’I.G.M. se in luogo dell’anteposta l’abbreviazione “C.”, che presumibilmente compare quando si è manifestata l’esigenza di precisare la funzione abitativa, viene preferito il troncamento “Ca” deve essere scritto senza accento: se ne deduce che se compare con l’accento significa che è entrato nella consuetudine quindi nella formazione integrale del toponimo.

RIFERIMENTI   

AA. VV., Dentro il territorio. Atlante delle vallate forlivesi, C.C.I.A.A. Forlì, 1989;

C. Bignami, A. Boattini, La gente di Ridràcoli, Monti editore, Cesena 2022;

C. Bignami (a cura di), Il popolo di Ridracoli, Nuova Grafica, Santa Sofia 1995;

A. Bottacci, La Riserva Naturale Integrale di Sasso Fratino, 1959-2009, 50 anni di conservazione della biodiversità, Corpo Forestale dello Stato, Ufficio territoriale per la Biodiversità di Pratovecchio, Pratovecchio, 2009;

G.L. Corradi (a cura di), Il Parco del Crinale tra Romagna e Toscana, Alinari, Firenze 1992;

G.L. Corradi e N. Graziani (a cura di), Il bosco e lo schioppo. Vicende di una terra di confine tra Romagna e Toscana, Le Lettere, Firenze 1997;

M. Foschi, P. Tamburini, (a cura di), Il patrimonio edilizio nel Demanio forestale. Analisi e criteri per il programma di recupero, Regione Emilia-Romagna A.R.F., Bologna 1979;

A. Gabbrielli, E. Settesoldi, La Storia della Foresta Casentinese nelle carte dell’Archivio dell’Opera del Duomo di Firenze dal secolo XIV° al XIX°, Min. Agr. For., Roma 1977;

M. Gasperi, Boschi e vallate dell’Appennino Romagnolo, Il Ponte Vecchio, Cesena 2006;

N. Graziani (a cura di), Romagna toscana, Storia e civiltà di una terra di confine, Le Lettere, Firenze 2001;

M. Massaini, Alto Casentino, Papiano e Urbech, la Storia, i Fatti, la Gente, AGC Edizioni, Pratovecchio Stia 2015;

A. Polloni, Toponomastica Romagnola, Olschki, Firenze 1966, rist. 2004;

Sansone A., Relazione sulla Azienda del Demanio Forestale di Stato – 1° luglio 1910/30 luglio 1914, Roma 1915;

P. Zangheri, La Provincia di Forlì nei suoi aspetti naturali, C.C.I.A.A. Forlì, Forlì 1961, rist. anast. Castrocaro Terme 1989;

Comune di Bagno di Romagna, PSC 2004, Insediamenti ed edifici del territorio rurale, 2004, Scheda n.176; 

Carta Escursionistica scala 1:25.000, Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, S.E.L.C.A., Firenze;

Parco nazionale delle foreste casentinesi. Carta dei sentieri 1:25.000, N.20, Monti editore, 2019;

Regione Toscana – Progetto CASTORE – CAtasti STorici REgionali;

URL http://www502.regione.toscana.it/searcherlite/cartografia_storica_regionale_scheda_dettaglio.jsp?imgid=11479;

URL http://www.igmi.org/pdf/abbreviazioni.pdf;

URL www.mokagis.it/html/applicazioni_mappe.asp.

Percorso/distanze :

per sentiero segnato ma non numerato in sponda sinistra del lago di Ridracoli

Testo di Bruno Roba - Botriali si raggiunge principalmente utilizzando la rotabile S.F. S. Paolo in Alpe-La Lama, chiusa da una sbarra presso S. Paolo, percorrendone circa 3,9 km quando, poco dopo uno strettissimo tornante, si trova un’ampia pista sotto strada (asportato il segnavia segnaletico), utilizzata anche per raggiungere il crinale di Poggio della Gallona, che in 100 m conduce a Campominacci, oltrepassato il quale si trova subito un sentiero che risale leggermente raggiungendo presto la cresta della dorsale che conduce a Poggio della Gallona, sentiero che inizialmente conserva ancora sistemazioni significative di trascorsi escursionistici. Se ne percorrono circa 500 m fino a raggiungere una sella attraversata dal quadrivio tra il percorso di crinale e l’antico tracciato citato Ammannatoia-Botriali-Val di Rubbiana, che si imbocca subito scendendo ripidamente sul versante E per 200 m con un dislivello di 70 m. Il tracciato, non segnalato, è riportato nella cartografia sentieristica.

foto/descrizione :

foto del 2010


botriali
botriali
botriali
botriali


Foro del 2013 inviate da Andrea Becherini e qui riprodotte con i consenso dell'autore


botriali
botriali
botriali

La concimaia

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Le seguenti foto sono state scattate da Bruno Roba, che ha anche inserito i testi, e qui riprodotte su autorizzazione dell’autore.

001a/001dd – L’ampia vista panoramica dal Monte Penna mentre consente di contestualizzare la dorsale che ospita Campominacci nell’alta Valle del Bidente di Ridràcoli agevolmente individuando il fabbricato grazie alla vestizione arborea invernale che evidenzia l’ampia e sempreverde abetina che lo circonda, è più difficoltoso riconoscere la vallecola del Fosso di Botriali dove comunque si può localizzare l’insediamento grazie alla nota e breve distanza dalla sella della dorsale e al reimpianto di abeti pure presente. L’innevamento evidenzia le aree scoperte e la sentieristica. (7/02/11 – 17/10/13 - 13/01/16).

 

001e/001l – Se dal sito di Palestrina si fronteggia il versante della parte centrale dello spartiacque appenninico che ospita la Riserva di Sasso Fratino mentre la dorsale che si distacca da Poggio della Serra si nota appena sulla dx, portandosi sotto Pratalino, sul sentiero 235 CAI tra il Monte Cerviaia e il Monte Palestrina (che si nota in 1° p. sulla sx), la stessa dorsale appare nell’intero sviluppo insieme alla profonda incisone del Fosso delle Macine, che poi diviene di Campo alla Sega, fosso che si riesce a seguire fino al tratto finale ormai parte dell’invaso lacustre, come si nota dalle sponde prive di vegetazione. Specie nelle viste ravvicinate l’Ammannatoia si avvista in 1° p. mentre oltre il profilo della dorsale che la ospita emerge parte della vallecola di Botriali che rimane però nascosto (16/10/16).

 

001m – 001n - Dalla dorsale che dalla Costa Poggio Piano, superata la rotabile, prosegue verso la Seghettina, sviluppandosi parallela alla dorsale di Poggio della Gallona, si può avere una vista ravvicinata e in asse della valle del Fosso dei Botriali mentre quella delle Macine/Campo alla Sega rimane sulla sx. Nel particolare, l’ampio delta vallivo appare suddiviso in alto un due sotto-vallette del medesimo bacino: quella di sx ospita Botriali 70 m sotto la sella scavalcata dalla mulattiera Ammannatoia-Botriali-Val di Rubbiana (17/11/11).

 

001o – Schema da cartografia moderna della vallata dei Fossi delle Macine e di Campo alla Sega e loro affluenti, con gli insediamenti esistenti o scomparsi in evidenza.

001p - 001q – Mappa schematica dedotta da cartografia storica di inizio XX sec. evidenziante reticolo idrografico, infrastrutture e insediamenti, oltre che la superficie del futuro invaso, con particolare evidenziante il sito del Ponte alla Forca; la toponomastica riprende anche nella scrittura quella originale.

001r - Particolare della mappa del 1637 della ramificazione del Fosso di Campo alla Sega, anonima salvo i tratti montani dei Fossi della Motta e dell’Asticciola e di un Fondo alla Macine; compaiono Campo Minacci, Butriali, Mannatoia, Poggio Pratovecchio e Seghettina, oltre il Ponte a Ripicchione, posto subito a valle della confluenza del Fossato del Ciregiolo (oggi Fosso del Molinuzzo) nel fiume, quindi proprio nel luogo dove oggi sorge la diga (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 20, cit. e, a colori, A. Bottacci, 2009, p. 31, cit.).

001s - 001t – 001u - Mappe schematiche dedotte da cartografia storica di inizio e di metà del XIX sec. evidenziante reticolo idrografico, infrastrutture e insediamenti; la seconda riporta anche il toponimo del fabbricato di Campo alla Sega, comparente anonimo nella prima. La toponomastica riprende anche nella scrittura quella originale. Infine confronto schematico tra cartografia antica e moderna da cui si rilevano le modifiche planimetriche e alla viabilità intercorse nel secolo frapposto.

002a/002e – Tragitto dall’innesto sulla S.F. S. Paolo in Alpe-La Lama della pista verso Campominacci (il segnavia è stato rimosso) al sentiero che si dirige sulla cresta della dorsale di Poggio della Gallona (18/08/12 – 18/12/16 – 5/05/17).

 

002f/002m – Il sentiero di cresta, che inizialmente conserva ancora sistemazioni significative di trascorsi escursionistici, consente di osservare dall’alto la valle del Fosso di Botriali (15/06/12 – 18/12/16).

 

002ma – 002mb – 002mc – Dalle pendici di Poggio di Campominacci lo scorcio riguarda il tratto di crinale fino al roccioso Poggio di Pratovecchio corrispondente alla testata valliva, mentre il boscoso poggio intermedio delimita la sotto-vallecola che ospita Botriali, che infatti riesce appena ad emergere tra la vegetazione (15/06/12).

002n/002r - La sella attraversata dal quadrivio tra il percorso di crinale e l’antico tracciato citato Ammannatoia-Botriali-Val di Rubbiana, che si imbocca subito scendendo ripidamente sul versante E per 200 m con un dislivello di 70 m: il canalone evidentemente conteneva il lastricato della mulattiera, ormai scomparso a seguito del dilavamento e dell’abbandono (18/12/16).

 

003a/003q – Viste del fabbricato principale prevalentemente abitativo in parte ombreggiato da un reimpianto di abeti. La neografia consente un raffronto con la sua consistenza ancora nei primissimi anni di questo secolo (18/12/16).

 

004a/004n – Viste del grande annesso mai documentato che comunque mostra caratteristiche costruttive apparentemente coeve a quelle degli altri fabbricati (18/12/16).

 

004o/004x – Viste dell’annesso a valle della casa, dotato di letamaia. I fabbricati, posti sul ripido pendio al margine superiore del podere, mostrano i forti sproni di consolidamento strutturale citati nella documentazione ottocentesca (18/12/16).

005a – Elaborazione di particolare della veduta del pittore paesaggista Francesco Mazzuoli che, tra l’altro, riporta la didascalia: «Casa Colonica del Podere dell’Opera chiamato Butrioli», (F. Mazzuoli, Veduta dell’Appennino …, 1788, BNCF, G.F. 164, in: M. Sorelli, L. Rombai, Il territorio. Lineamenti di geografia fisica e umana, in: G.L. Corradi, 1992, p. 50, cit.), dove si vedono rappresentati il Fosso di Campo alla Sega con il fondale di Sasso Fratino (si riconosce il delta del suo anfiteatro idrografico), il fabbricato di Botriali e, più in basso, la «Casa rurale del Podere dell’Opera ch’ha il nome di Menatoja ora sivvero Ammannatoja», mentre il gregge con i pastori dovrebbe trovarsi sulla dorsale della Seghettina.

005b -

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