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Rifugio Pian del Pero

Tipo : rifugio
Altezza mt. : 1118
Coordinate WGS84: 43 51' 16" N , 11 47' 23" E
Toponimo nell'arco di
notizie :

a 250 metri da Poggio della Serra, ma già all'interno della riserva naturale di Sassofratino - NB in questa riserva è VIETATO L'ACCESSO

Testo di Bruno Roba (22/10/2018)

Nel contesto del sistema orografico del versante emiliano-romagnolo dell’Appennino Settentrionale, l’Alta Valle del Fiume Bidente nel complesso dei suoi rami di origine (delle Celle, di Campigna, di Ridràcoli, di Pietrapazza/Strabatenza), assieme alle vallate collaterali, occupa una posizione nord-orientale, in prossimità del flesso che piega a Sud in corrispondenza del rilievo del Monte Fumaiolo. L’assetto morfologico è costituito dal tratto appenninico spartiacque compreso tra il Monte Falterona e il Passo dei Mandrioli da cui si stacca una sequenza di diramazioni montuose strutturate a pettine, proiettate verso l’area padana secondo linee continuate e parallele che si prolungano fino a raggiungere uno sviluppo di 50-55 km: dorsali denominate contrafforti, terminano nella parte più bassa con uno o più sproni mentre le loro zone apicali fungenti da spartiacque sono dette crinali, termine che comunemente viene esteso all’insieme di tali rilievi: «[…] il crinale appenninico […] della Romagna ha la direzione pressoché esatta da NO a SE […] hanno […] orientamento, quasi esatto, N 45° E, i contrafforti (e quindi le valli interposte) del territorio della Provincia di Forlì e del resto della Romagna.» (P. Zangheri, 1961, rist.anast. 1989, p. 9, cit.). L’area, alla testata larga circa 18 km, è nettamente delimitata da due contrafforti principali che hanno origine, ad Ovest, «[…] dal gruppo del M. Falterona e precisamente dalle pendici di Piancancelli […]» (P. Zangheri, 1961, rist.anast. 1989, p. 14, cit.) e, ad Est, da Cima del Termine. In quest’ambito, le Valli del Bidente di Campigna e del Bidente di Ridràcoli sono separate dal contrafforte secondario che si distacca da Poggio Scali e che, disegnata la sella di Pian del Pero ed evidenziata una sequenza di rilievi (i Poggi della Serra e Capannina, il Monte Grosso, l’Altopiano di S. Paolo in Alpe, Poggio Squilla, Ronco dei Preti, Poggio Collina e Poggio Castellina), termina digradando al ponte sul Fiume Bidente di Corniolo presso Isola, costretto dalla confluenza del Fiume Bidente di Ridràcoli. La morfologia dei rilievi, caratterizzata dalla diversa giacitura e disgregabilità dell’ambiente marnoso-arenaceo, specie nella parte alta dell’Appennino romagnolo dove le valli sono piuttosto strette, mostra una spiccata asimmetria dei versanti, con le dorsali digradanti verso i fondovalle piuttosto sottili e ripetutamente ondulate per l’emergere di basse cime, a volte in forma di tozze piramidi. Ogni rilievo spesso costituisce un nodo montano, dove a volte il contrafforte compie notevoli declinazioni di quota e orientamento, da cui si diramano ulteriori dorsali di vario sviluppo e consistenza geomorfologica.

L’intero sistema dei crinali, nelle varie epoche, ha avuto un ruolo cardine nella frequentazione del territorio. Già nel paleolitico (tra un milione e centomila anni fa) garantiva un’ampia rete di percorsi naturali che permetteva ai primi frequentatori di muoversi e di orientarsi con sicurezza senza richiedere opere artificiali. Nell’eneolitico (che perdura fino al 1900-1800 a.C.) i ritrovamenti di armi di offesa (accette, punte di freccia, martelli, asce) attestano una frequentazione a scopo di caccia o di conflitto tra popolazioni di agricoltori già insediati (tra i siti, Campigna, con ritrovamenti isolati di epoca umbro-etrusca, Rio Salso e S. Paolo in Alpe, anche con ritrovamenti di sepolture). In epoca romana i principali assi di penetrazione si spostano sui tracciati di fondovalle, che tuttavia tendono ad impaludarsi e comunque necessitano di opere artificiali, mentre i percorsi di crinale perdono la loro funzione portante, comunque mantenendo l’utilizzo da parte delle vie militari romane, attestato da reperti. Tra il VI ed il XV secolo, a seguito della perdita dell’equilibrio territoriale romano ed al conseguente abbandono delle terre, inizialmente si assiste ad un riutilizzo delle aree più elevate e della viabilità di crinale con declassamento di quella di fondovalle. Lo stato di guerra permanente porta, per le Alpes Appenninae, l’inizio di quella lunghissima epoca in cui diventeranno anche spartiacque geo-politico e, come per l’intero Appennino, il diffondersi di una serie di strutture difensive, anche di tipo militare/religioso o militare/civile, oltre che dei primi nuclei urbani o poderali, dei mulini, degli eremi e degli hospitales. Successivamente, sul finire del periodo, si ha una rinascita delle aree di fondovalle con un recupero ed una gerarchizzazione infrastrutturale con l’individuazione delle vie Maestre, pur mantenendo grande vitalità le grandi traversate appenniniche ed i brevi percorsi di crinale. Il quadro territoriale più omogeneo conseguente al consolidarsi del nuovo assetto politico-amministrativo cinquecentesco vede gli assi viari principali, di fondovalle e transappenninici, sottoposti ad intensi interventi di costruzione o ripristino delle opere artificiali cui segue, nei secoli successivi, l’utilizzo integrale del territorio a fini agronomici alla progressiva conquista delle zone boscate ma p. es., nel Settecento, chi voleva salire l’Appennino da S. Sofia, giunto a Isola su un’arteria selciata larga sui 2 m trovava tre rami che venivano così descritti: per il Corniolo «[…] è una strada molto frequentata ma in pessimo grado di modo che non vi si passa senza grave pericolo di precipizio […] larga a luoghi in modo che appena vi può passare un pedone […]», per Ridràcoli «[…] composto di viottoli appena praticabili […]» e per S. Paolo in Alpe «[…] largo in modo che appena si può passarvi […].» (Archivio di Stato di Firenze, Capitani di Parte Guelfa, citato da: L. Rombai, M. Sorelli, La Romagna Toscana e il Casentino nei tempi granducali. Assetto paesistico-agrario, viabilità e contrabbando, in: G.L. Corradi e N. Graziani - a cura di, 1997, p. 82, cit.). Tale descrizione era del tutto generalizzabile: «[…] a fine Settecento […] risalivano […] i contrafforti montuosi verso la Toscana ardue mulattiere, tutte equivalenti in un sistema viario non gerarchizzato e di semplice, sia pur  malagevole, attraversamento.» (M. Sorelli, L. Rombai, Il territorio. Lineamenti di geografia fisica e umana, in: G.L. Corradi - a cura di, 1992, p. 32, cit.). Nel XIX secolo il panorama certamente non migliorò: «Cavalcando […] vidi […] La foresta dell’Opera sulla pendice precipitosa verso Romagna era manto a molte pieghe dell’Appennino, al lembo di quel manto apparivano le coste nude del monte […] Sugli spigoli acuti delle propaggini del monte si vedevano miseri paeselli con le chiese: San Paolo in Alpe, Casanuova, Pietrapazza, Strabatenza; impercettibili sentieri conducevano a quelli, e lì dissero le guide i pericoli del verno, la gente caduta e persa nelle nevi, […] i morti posti sui tetti per non poterli portare al cimitero, e nelle foreste i legatori del legname sepolti nelle capanne […]» (Leopoldo II di Lorena, Le memorie, 1824-1859, citato da: G.L. Corradi, O. Bandini, “Fin che lo sguardo consenta di spaziare”. Scelta di testi dal XIV al XIX secolo, in: G.L. Corradi - a cura di, 1992, p.78, cit.). Così, se al diffondersi dell’appoderamento si accompagna un fitto reticolo di mulattiere di servizio locale, per la realizzazione delle prime grandi strade carrozzabili transappenniniche occorrerà attendere tra la metà del XIX secolo e l’inizio del XX. Un breve elenco della viabilità ritenuta probabilmente più importante nel XIX secolo all’interno dei possedimenti già dell’Opera del Duomo è contenuto nell’atto con cui Leopoldo II nel 1857 acquistò dal granducato le foreste demaniali: «[…] avendo riconosciuto […] rendersi indispensabile trattare quel possesso con modi affatto eccezionali ed incompatibili con le forme cui sono ordinariamente vincolate le Pubbliche Amministrazioni […] vendono […] la tenuta forestale denominata ‘dell’Opera’ composta […] come qui si descrive: […]. È intersecato da molti burroni, fosse e vie ed oltre quella che percorre il crine, dall’altra che conduce dal Casentino a Campigna e prosegue per Santa Sofia, dalla cosiddetta Stradella, dalla via delle Strette, dalla gran via dei legni, dalla via che da Poggio Scali scende a Santa Sofia passando per S. Paolo in Alpe, dalla via della Seghettina, dalla via della Bertesca e più altre.» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 163-164, cit.).

Il tratto di contrafforte che, come detto, generalmente orientato a Grecale si dirige verso Isola, in direzione opposta, tra Poggio Squilla e l’Altopiano di S. Paolo in Alpe si orienta su Zefiro, NNO, ma repentino declina tra Espero e Libeccio, SO, trovando una serie di picchi tra cui emerge subito il Monte Grosso, compie quindi un’altra deviazione con Poggio Capannina, quando piega tra Euro e Africo, SSE, per risalire decisamente a Ostro o Mezzogiorno sulla sella “a corda molle”di Pian del Pero ed innalzarsi verso Poggio Scali. Prima dell’ultimo nodo costituito da Poggio della Serra si attraversa il sito anticamente detto Faggio alla Fringuella e Poggio alla Fringuella, rilievo infatti corrispondente alle propaggini colleganti Poggio Capannina con Poggio della Serra, in parte modificato con la realizzazione della rotabile ma sostanzialmente simile alla rappresentazione I.G.M. di primo impianto in scala 1:25.000 e ancora rilevabile nella moderna CTR. Mentre il toponimo Faggio alla Fringuella compare nella Carta Geometrica della Regia Foresta Casentinese e adiacenze, datata 1850 e conservata presso il Nàrodni Archiv Praha (laddove si vede la via deviare sul versante orientale del crinale mentre il “Confine di Comunità” ne segue la cresta), del “vocabolo” Poggio alla Fringuella si ha notizia dal contratto del 1840 stipulato tra il Granducato e il Monastero di Camaldoli, in relazione alla descrizione delle terre appartenenti al Podere Ronco del Cianco: «N. 4 - Podere denominato Ronco del Cianco […] Di un solo e vasto tenimento di terre […] si compone il podere […]. Questo si conosce per più e diverse denominazioni e vocaboli quali sono: […] Poggio di Ricopri, Poggio alla Fringuella, Pian della Serra, Pian del Pero […]. E questa vasta tenuta è confinata come appresso: […] 6° Fosso di Ricopri e volgendosi a levante in luogo detto Pian del Pero, […] 8° volgendosi verso tramontana e sempre sullo schienale del Poggio detto della Fringuella fino al Poggio della Capannina […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 498, 512-513, cit.). Il tracciato viario e/o sentieristico che ancora percorre il contrafforte, citato nell’atto granducale, di antichissima frequentazione (come accennato, almeno già dal 1900-1800 a.C.) e forse una tra le vie militari romane, nell’antichità più recente era noto come Via del Giogo di Scali o Via di Scali, dalla cui ripidezza finale, quasi una scalata, è probabilmente derivato il toponimo del rilievo (dal latino scala, -ae = scala), infatti nel 1791 detto Poggio della scala mentre nella Carta Generale della Toscana della Litografia Militare Granducale del 1858 era Poggio delle Ripebianche.

Oggi tale tratto terminale è vietato al transito in quanto ingresso alla Riserva di Sasso Fratino: «In pratica in un luogo come Sasso Fratino non si può, in nessun modo, entrare autonomamente e la descrizione di un itinerario al suo interno non può entrare in alcuna guida naturalistica o escursionistica.» (N. Agostini, D. Alberti, eds., 2018, p. 53, cit.). Giustamente è stato scritto: «Gli equilibri della natura sono spesso fragili e vulnerabili, così che è fondamentale ammettere e pretendere il massimo rigore. L’educazione tuttavia serve proprio ad insegnare a comportarsi bene, nel rispetto dei principi di civile convivenze e di riguardo per i valori comuni, così che, a mio vedere, non è inammissibile pensare ad un processo di educazione al rispetto della natura che coinvolga “anche” Sasso Fratino. Non ritengo deontologicamente sostenibile che un giovane, un abitante delle valli del crinale, che abbia saputo dai suoi “vecchi” della memoria e della testimonianza di questa realtà, sia automaticamente escluso dal poterla anche solo “vedere” nel corso della sua vita, a meno di non diventare uno scienziato ed intraprendere uno studio di quell’area. Non è questo il senso e la finalità della riserva, che non è “nemica” dell’uomo, e che è anzi elemento di forza e di sostanza per l’affermazione di una cultura della conservazione, per la crescita di un senso di orgoglio e di partecipazione alla tutela dei beni della collettività.» (A. Barghi, C. D’Amico, 2010, pp. 49a, 50a, cit.). Quanto affermato è probabilmente una risposta indiretta a queste considerazioni, precedenti di pochi anni che, in conclusione, informano riguardo l’abbandono dell'ex Rifugio di Pian del Pero: «Di […] errati interventi […] ne vengono sempre a subire le conseguenze le foreste per prime e, di riflesso, le popolazioni indigene che di questi ambienti, per genesi, sono le reali fiduciarie. […] Si accanirono anche nel distruggere ogni traccia dei secolari insediamenti umani nell’ambito della foresta, e i più numerosi erano ai margini di essa. Furono rasi al suolo interi villaggi, e pensare che stavano là a rappresentare testimonianze preziose dell’evoluzione storico-antropica di queste inospitali vallate montane (particolarmente di quelle bidentine) al tempo in cui le famiglie dei braccianti del fondovalle furono costrette dalla fame a spingersi così in alto. Forti memorie umane, ricordi intimi e affettivi di coloro che, oggi, avrebbero potuto ricercare lì, le tracce delle loro trascorse generazioni. Furono distrutti […] al solo scopo di impedire all’uomo di potersi ricondurre alle sue radici, perché nessuno potesse più rivivervi un momento di meditazione, talvolta spinto dal desiderio di sapere e di conoscere, per impedire a tutti coloro che là ebbero i natali, la rivisitazione delle loro origini. Si può tentare di comprendere l’eretica necessità di eliminare il piccolo ricovero di Pian del Pero, solo considerata la sua ubicazione all’interno della R.N.I. di Sasso Fratino da difender ad ogni costo dall’antropizzazione anche temporanea, dato che, ad opera dei soliti impreparati, era divenuto meta di merende e di scampagnate domenicali. Ma Strabatenza, Pietrapazza, Vitareta, le Marsaglie, potevano essere risparmiate.» (P.L. della Bordella, 2004, pp. 77-78, cit.). Sicuramente la realizzazione della rotabile S. Paolo-Lama, che corre a 700 m e inizialmente aperta al traffico, agevolava le frequentazioni più “estemporanee”. Per la descrizione del tratto che risale da Pian del Pero, corrispondente al tratto terminale dell’antica Via di Scali, occorre pertanto rileggere la pagina di una vecchia guida, che descrive il percorso da valle, dalla strada S. Paolo in Alpe-La Lama: «[…] quando questa devia a sinistra per scendere in direzione di Campominacci, si continua diritto sul largo sentiero in mezzo al bosco per raggiungere poco più avanti il rifugio di Pian del Pero. […] è l’unico sentiero che permette l’attraversamento dell’Oasi integrale di Sasso Fratino. Molto ripido, a forte dislivello, non è segnalato ed è del tutto sconsigliato d’inverno dato il forte innevamento che lo nasconde completamente. In caso si perda l’orientamento, dato che sia a destra che a sinistra del sentiero vi sono scarpate e rive scoscese, è consigliabile tornare indietro seguendo le proprie tracce sulla neve. Dal rifugio si scende alla sella omonima poi si inizia a salire a ridosso del costone su di un sentierino poco visibile e ricoperto di foglie, per poi deviare decisamente a destra (20 min.) e in corrispondenza di un canaletto di scolo ripiegare a sinistra a riportarsi sul costone precedente che si risale con alcuni ripidi tornanti. Si ripiega ancora a destra per un lungo tratto per poi risalire il pendio, avendo alla propria destra una scoscesa scarpata, con una serie di innumerevoli tornantini (qui compaiono frequenti segni di vernice bianca sbiadita) che riportano il sentiero, con un largo semicerchio, sul costone che unisce Pian del Pero a Poggio Scali (1 ora) da cui si può intravvedere in mezzo ai rami il Lago di Ridracoli. Qui il sentiero si ripiana un attimo per riprendere a salire in diagonale sotto il costone e portarsi rapidamente al crinale (1 ora e 20 min.) sulla strada della Giogana. (Sent. segnalato, N° 1). Si prende a destra dove in alto e completamente spoglio dagli alberi è posto il cocuzzolo di Poggio Scali (1 ora e 25 min.).» (cfr.: O. Bandini, G. Casadei. G. Merendi, 1986, pp. 129-130, cit.). La descrizione dello stato di fatto, trascorsi oltre tre decenni, pare relativa ad una pista ormai non più esistente, mentre consistenti tracce della Via di Scali si trovano ancora sulla cresta di Poggio Capannina tagliata più in basso dalla moderna strada forestale. Riguardo l’ex­-rifugio di Pian del Pero, come ormai chiaro oggi irraggiungibile, trovandosi però presso il confine della Riserva, la vestizione invernale del bosco lo rende osservabile dalla parte accessibile di Poggio della Serra senza superare il limite invalicabile. Per curiosità, nel sito, la tavoletta di impianto in scala 1:50.000 (1894) della Carta d’Italia I.G.M., con il toponimo C. Pian del Pero (Casa Pian del Pero), certificava la presenza di un’abitazione, presenza però non confermata già nella successiva tavoletta in scala 1:25.000 (1937), mentre il simbolo di un fabbricato compare nuovamente nella moderna cartografia escursionistica (derivata I.G.M.). Infine sia esauriente la seguente nota: «All’interno della Riserva non sono presenti manufatti, ad eccezione dell’ex rifugio di Pian del Pero, attualmente inutilizzato, e di alcune strutture viarie nelle aree di ampliamento.»  (A. Bottacci, 2009, p. 24, cit.).

Per approfondimenti si rimanda alla scheda toponomastica Valle del Bidente di Campigna e/o relative a monti e insediamenti citati.

N.B.: in base alle note tecniche dell’Istituto Geografico Militare (I.G.M.) le abbreviazioni per troncamento possono prevedere la sostituzione con un punto di tutte le lettere dopo la prima o l’eliminazione solo di alcune lettere finali, tra cui troncamenti (C.) relativi a Ca (casa), abbreviazione evidentemente comparente quando si è manifestata l’esigenza di precisare la funzione abitativa; inoltre deve essere scritta senza accento: se ne deduce che se compare con l’accento significa che essa è entrato nella consuetudine quindi nella formazione integrale del toponimo.

RIFERIMENTI   

AA. VV., Dentro il territorio. Atlante delle vallate forlivesi, C.C.I.A.A. Forlì, 1989;

N. Agostini, D. Alberti (eds), Le Foreste Vetuste, Patrimonio dell’Umanità nel Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, Ente Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna, Pratovecchio-Stia 2018;

O. Bandini, G. Casadei, G. Merendi, L’alto Bidente e le sue valli, Maggioli Editore, Guide Verdi, Rimini 1986;

A. Barghi, C. D’Amico, Sassofratino, Essenza della natura, Edizioni Varda, Città di Castello 2010;

A. Bottacci, La Riserva Naturale Integrale di Sasso Fratino, 1959-2009, 50 anni di conservazione della biodiversità, Corpo Forestale dello Stato, Ufficio territoriale per la Biodiversità di Pratovecchio, Pratovecchio, 2009;

G.L. Corradi (a cura di), Il Parco del Crinale tra Romagna e Toscana, Alinari, Firenze 1992;

G.L. Corradi e N. Graziani (a cura di), Il bosco e lo schioppo. Vicende di una terra di confine tra Romagna e Toscana, Le Lettere, Firenze 1997;

P.L. della Bordella, Pane asciutto e polenta rossa, Arti Grafiche Cianferoni, Stia 2004;

A. Gabbrielli, E. Settesoldi, La Storia della Foresta Casentinese nelle carte dell’Archivio dell’Opera del Duomo di Firenze dal secolo XIV° al XIX°, Min. Agr. For., Roma 1977;

M. Gasperi, Boschi e vallate dell’Appennino Romagnolo, Il Ponte Vecchio, Cesena 2006;

N. Graziani (a cura di), Romagna toscana, Storia e civiltà di una terra di confine, Le Lettere, Firenze 2001;

P. Zangheri, La Provincia di Forlì nei suoi aspetti naturali, C.C.I.A.A. Forlì, Forlì 1961, rist. anast. Castrocaro Terme 1989;

Foreste Casentinesi, Carta dei sentieri, Istituto Geografico Adriatico, Longiano 2012;

Carta Escursionistica, Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, S.E.L.C.A., Firenze;

Link www.mokagis.it/html/applicazioni_mappe.asp.

Percorso/distanze :

Testo di Bruno Roba

Oltre che da remoto, la sella di Pian del Pero è parzialmente osservabile dal confine della Riserva di Sasso Fratino che attraversa Poggio della Serra, raggiungibile dalla strada forestale S.Paolo in Alpe-La Lama (bivio per S.Agostino al km 35+100 dalla S.P. 4 del Bidente, quindi seguire la rotabile S.Vic.le Corniolino-S. Paolo in Alpe per circa 6 km. Dalla sbarra 1,5 km circa, secondo il punto di osservazione. Dal confine della Riserva, quando la faggeta è spoglia, si riesce anche a scorgere il rifugio.

foto/descrizione :

Le seguenti foto sono state scattate da Bruno Roba, che ha anche inserito i testi, e qui riprodotte su autorizzazione dell’autore.

Nota – Per visualizzare le foto nel loro formato originale salvarle sul proprio computer, oppure se il browser lo consente tasto destro sulla foto e Apri immagine in un’altra scheda.

001a – 001b – 001c – Il Monte Penna è uno dei siti agevolmente raggiungibili per usufruire di vedute da remoto che consentano di distinguere bene il caratteristico profilo a corda molle della sella di Pian del Pero, che collega Poggio Scali a Poggio della Serra, sede dell’ex Rifugio (7/02/11 - 17/10/13 – 13/01/16).

 

001d – 001e –Dal Monte Piano, che consente un’ampia panoramica da oriente dell’intero spartiacque appenninico, è facile individuare la sella di Pian del Pero che si stacca dalle fratturate Ripe di Scali e si conclude con Poggio della Serra. Sul crinale in p.p. dell’ultima foto si vede Casanova dell’Alpe (1/01/12).

 

001f/001i – Il Canale del Pentolino incide lo spartiacque appenninico fino al crinale aprendo un varco panoramico che consente la vista dall’alto della sella di Pian del Pero, contestualizzandola nell’ambito del contrafforte secondario ma, ovviamente, i resti del’ex Rifugio sono invisibili ed immersi nella faggeta (2/09/11 – 8/06/13 - 15/05/14 – 11/12/14).

 

001l/001p – Percorrendo la  S.F. S. Paolo in Alpe-La Lama si hanno vari scorci del primo tratto del contrafforte tra Poggio Scali e Poggio della Serra, collegati dalla sella di Pian del Pero (31/03/12 - 18/12/16).

 

001q – 001r – Elaborazioni da cartografia del 1850 che evidenziano lo sviluppo dei contrafforti dell’Appennino forlivese che delimitano le Valli del Bidente, con particolare del contrafforte secondario P.gio Scali/P.gio Castellina che, al suo inizio, comprende la sella di Pian del Pero.

 

001s – 001t – Elaborazioni da cartografia delle Foreste Casentinesi del 1850 che, tra l’altro, evidenzia il tracciato della Via di Scali e il sito di Faggio alla Fringuella, e da cartografia del 1937 che evidenzia la viabilità esistente, costituita essenzialmente da mulattiere e sentieri, mentre, ovviamente, manca la rotabile S. Paolo/Lama. Manca inoltre il rifugio di Pian del Pero, probabilmente più tardo, mentre sono presenti il capanno di Campo alla Sega e la Casetta di Ricopri, i cui rispettivi resti ancora esistono su un poggio presso l’odierno Fosso delle Macine, che più a valle diventa Campo alla Sega, e sotto Poggio Capannina.

 

001u – 001v – Elaborazioni da cartografia moderna che evidenziano il contrafforte secondario, con particolare del tratto iniziale con indicazione dell’antico sito di Poggio/Faggio alla Fringuella.

 

001z  - Elaborazione da cartografia del 1894 da cui risulta la presenza di una Casa Pian del Pero in luogo dei resti dell’ex-rifugio.

002a/002f – Il tratto di rotabile che attraversa il sito di Poggio/Faggio alla Fringuella, in ultimo visto dal principio del sentiero per Poggio della Serra/Pian del Pero, con Poggio Capannina sullo sfondo (31/0312 – 16/11/16).

 

002g/002o – Il sentiero per Pian del Pero, con scorcio di Poggio della Serra e vedute panoramiche verso Ridràcoli, S. Paolo in Alpe e la valle del Fosso di Ricopri (16/11/16).

 

003a/003f – L’insuperabilità del confine della Riserva di Sasso Fratino consente solamente degli scorci della sella di Pian del Pero mentre è possibile raggiungere la sommità di Poggio della Serra (16/11/16).

 

003g/003m – Portandosi sul confine della Riserva (v. cartelli nelle prime due foto, a sx e a dx) e tirando al massimo la “zoomata”, si riescono ad intravedere i resti del rifugio (16/11/16).

 

003n – 003o – 003p – Elaborazioni neografiche da foto, reperibili in rete, del rifugio di Pian del Pero, probabilmente com’era ai tempi degli itinerari descritti nella Guida Verde di Bandini-Casadei-Merendi.

 

003q – 003r - Elaborazioni neografiche da foto reperite in rete del rifugio di Pian del Pero, evidentemente relative a periodo recente.

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