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Cā d’Armati

inserita da Bruno Roba
Comune : Santa Sofia
Tipo : fabbricato abbandonato
Altezza mt. : 680
Coordinate WGS84: 43 54' 31" N , 11 46' 58" E
Toponimo nell'arco di
notizie :

Testo inserito da Bruno Roba (12/12/2017 - Agg. 26/12/2018).

Nel contesto del sistema orografico del versante emiliano-romagnolo dell’Appennino Settentrionale, la Valle del Fiume Bidente delle Celle riguarda il ramo occidentale del Bidente delimitata: ad Ovest, da un tratto del contrafforte principale dal Monte Falco fino al Monte dell’Avòrgnolo, presso il quale (mentre l’andamento principale dei rilievi prosegue verso Forlì evidenziando subito i Monti Guffone e della Fratta) si stacca la dorsale di Pian dell’Olmo così disegnando quell’arco di rilievi che costringe il fiume a confluire con il Bidente di Campigna e contribuendo a generare poco più in là, sotto il borgo omonimo, il Fiume Bidente di Corniolo; ad Est, dall’intero sviluppo del contrafforte secondario che sempre staccandosi dal gruppo del M. Falco si dirige verso Poggio Palaio, quindi con il crinale di Corniolino termina a Lago. Il bacino idrografico, suddiviso dall’incisione dell’asta fluviale principale in due parti similari solo per superficie, mostra una morfologia nettamente differenziata caratterizzata da un versante orientale più frastagliato e da versanti occidentali submontani, prevalentemente esposti a meridione, dove pendii più dolci a prato-pascolo su terrazzi orografici si alternano a tratti intensamente deformati e brecciati, mentre per il versante a ridosso delle maggiori quote dello spartiacque appenninico conseguono fortissime pendenze modellate dall’erosione con formazione di canaloni fortemente accidentati.

Tra l’Avòrgnolo e il Passo della Braccina, come accennato, si stacca la dorsale che separa la Valle del Fosso della Fontaccia dalle Val Bonella e Val della Noce e che contribuisce a disegnare quell’arco di rilievi che delimitano il versante sx della Valle del Fiume del Bidente delle Celle, dove il sito di Lago, posto all’imbocco dei sistemi vallivi, svolge quindi anche la funzione di centro di convergenza fluviale: il toponimo e la morfologia del luogo non sono antichissimi, infatti il suo delicato equilibrio idrogeologico nel 1681 cedette quando una frana creò quell’ostruzione che effettivamente generò un lago (sommergendo il quattrocentesco Mulino Vecchio) poi colmato da sedimentazioni comunque modellate dal continuo scorrere delle acque. Orientata NO-SE e compresa tra la dorsale citata e l’altra dorsale che alla sua dx, staccandosi dall’Avòrgnolo, la separa da quella amplissima di Lavacchio, in questo contesto storico-geografico la Valle del Fosso della Fontaccia, come le altre circumvicine, si presenta con il versante esposto a solatìo in parte caratterizzato da una morfologia da scivolamento, determinata da detrito di versante incoerente di dimensioni e litologie varie depositato per gravità e ruscellamento, risalente al Quaternario, Pleistocene superiore-Olocene (da 10 mila a 1,8 milioni di anni fa), alternato ad ampie e lisce stratificazioni arenacee affioranti ed in erosione, che ha determinato una sorta di terrazzo morfologico dalle dolci pendenze delimitato dalle stratificazioni marnoso-arenacee incise dal Bidente delle Celle, mentre il versante a bacìo è scosceso e dirupato. Si sviluppa longitudinalmente per circa 2 km su un dislivello compreso tra i 530 m del fondovalle e i 1113 m del contrafforte, mentre l’Avòrgnolo raggiunge i 1161,7 m. Sul bordo superiore settentrionale e all’interno dei prati-pascoli della paleofrana si distribuiscono gran parte degli insediamenti, o ne debordano fino a raggiungere gli 800 m di quota. Essi sono Cà d’Armati già Casa Armai e forse Cà D’Amati, Ca dell’Orso o Cà dell’Orso o Cà D’Orso, già Cas’Orso e l’Orso, Ca di Belletta già Casabelleta, Ca S. Giovanni o Cà S. Giovanni o C. S. Giovanni già Giovanni, Ciortino documentato già Certino,  Capo alla Villa già Capo la Villa centro amministrativo di tutta la zona, Pian dell’Olmo e La Casina, quest’ultimo toponimo noto solo nel luogo e tramandato oralmente di un fabbricato altrimenti anonimo in cartografia. Va inoltre ricordata l’antica e scomparsa Chiesa di S. Giovanni in Certino, parrocchiale documentata dal 1378, oggetto di visita pastorale nel 1573, quando viene trovata in buono stato, ma risultante soppressa nel 1806; nella chiesa venivano inumati i defunti della zona. Il Giornale di Campagna del Catasto Toscano in data 1826 riporta la descrizione di un fabbricato diroccato già oratorio di proprietà della Pievania di Corniolo, infatti grazie ai proventi dei terreni annessi vi viveva il cappellano della Pieve, mentre il P.R.G. del 1985 del Comune di S. Sofia rilevava ancora la presenza di un mucchio di pietre e il rinvenimento di resti di scheletri umani in seguito a lavori agricoli. Della chiesa ha conservato memoria il vicino fabbricato di S. Giovanni, mentre il diffuso toponimo certino è una contrazione da cerretino dal latino cerretum, bosco di cerri, anch’esso antico e diffuso toponimo, da cui ha tratto origine anche il citato Ciortino, rilevato dalla CARTA GEOGRAFICA DELLA DIOCESI DI S. ILLARO del 1754-59, unico toponimo riportato nell’area specifica insieme a Vergareto, ma già allora non accompagnato dalla simbologia utilizzata in caso di presenza di strutture religiose.

Se l’intero sistema dei crinali, nelle varie epoche, ha avuto un ruolo cardine nella frequentazione del territorio, in epoca romana i principali assi di penetrazione si spostano sui tracciati di fondovalle, che tuttavia tendono ad impaludarsi e comunque necessitano di opere artificiali, mentre i percorsi di crinale perdono la loro funzione portante, comunque mantenendo l’utilizzo da parte delle vie militari romane, attestato da reperti. Tra il VI ed il XV secolo, a seguito della perdita dell’equilibrio territoriale romano ed al conseguente abbandono delle terre, inizialmente si assiste ad un riutilizzo delle aree più elevate e della viabilità di crinale con declassamento di quella di fondovalle. Lo stato di guerra permanente porta, per le Alpes Appenninae l’inizio di quella lunghissima epoca in cui diventeranno anche spartiacque geo-politico e, per tutta la zona appenninica, il diffondersi di una serie di strutture difensive, anche di tipo militare/religioso o militare/civile, oltre che dei primi nuclei urbani o poderali, dei mulini, degli eremi e degli hospitales. Percorrendo oggi gli antichi itinerari, gli insediamenti di interesse storico-architettonico o di pregio storico-culturale e testimoniale, esistenti, abbandonati o scomparsi (quindi i loro siti) che si trovanocollocati lungo i crinali insediativi sono prevalentemente di carattere religioso o difensivo o sono piccoli centri posti all’incrocio di percorsi di collegamento trasversale; gli insediamenti di derivazione poderale sono invece ancora raggiunti da una fitta e mai modificata ramificazione di percorsi, mulattiere, semplici sentieri (anche rimasti localmente in uso fin’oltre metà del XX secolo, come p.es. testimoniano i cippi stradali installati negli anni ’50 all’inizio di molte mulattiere, così classificandole e specificandone l’uso escluso ai veicoli; alcune strade forestali verranno realizzate solo un ventennio dopo). Diversamente dalle aree collaterali, non si riscontrano nelle valli bidentine fabbricati anteriori al Quattrocento che non fossero in origine rocche, castelli o chiese, riutilizzati a scopo abitativo o rustico, o reimpieganti i materiali derivanti da quelli ed evidenzianti i superstiti conci decorati. Nell’architettura rurale persistono inoltre caratteri di derivazione toscana derivanti da abili artigiani. L’integrità tipologica dei fabbricati è stata peraltro compromessa dai frequenti terremoti che hanno sconvolto l’area fino al primo ventennio del XX secolo, ma anche dalle demolizioni volontarie o dal dissesto del territorio, così che se è più facile trovare fronti di camini decorati col giglio fiorentino o stemmi nobiliari e stipiti o architravi reimpiegati e riferibili al Cinque-Seicento, difficilmente sussistono edifici rurali anteriori al Seicento, mentre sono relativamente conservati i robusti ruderi delle principali rocche riferibili al Due-Trecento, con murature a sacco saldamente cementate, come quella di Corniolino. Gli edifici religiosi, infine, se assoggettati a restauri o totale ricostruzione eseguiti anche fino alla metà e oltre del XX secolo, hanno subito discutibili trasformazioni principalmente riferibili alla tradizione romanica o ad improbabili richiami neogotici. Il sistema insediativo della Valle del Fosso della Fontaccia ha subito notevoli modifiche riguardo l’abbandono della viabilità antica, in particolare con l’interruzione di quel ramo della Via Flaminia Minor che, attraversante a mezza costa le Ripe Toscane (le cui stratificazioni rocciose formano gradonate ancora oggi funzionali alla percorrenza, anche grazie alla “modernizzazione” progettata nel 1906 ed iniziata nel 1910, ma forse mai terminata, della viabilità dal ponte di Lago verso le Celle), oggi si ritrova a tratti fino al fabbricato di La Casina, ad Ovest di Lago mentre, superato il Fosso della Fontaccia correva poco alto rispetto al Bidente delle Celle in corrispondenza del moderno tratto di infrastrutturazione viaria di servizio dell’impianto di prelievo idrico afferente l’invaso di Ridràcoli. Nel Nuovo Catasto Terreni (1930-1952) tale ramo si trova ancora interamente riportato e classificato come Str.com. Corniolo-Celle-Pian del Grado. Raggiunto il Bidente, la viabilità consentiva di proseguire verso Est oltre l’odierna Lago, andando a ritrovare l’antica Stratam magistram, la strada maestra romagnola o Via Romagnola che proveniva da Galeata (l’antica Mevaniola), prima che essa attraversasse il fiume tramite il Ponte di Fiordilino, oltre il quale si inerpicava sul crinale del Corniolino, con alternative di mezzacosta e di crinale o di fondovalle in direzione di Campigna o dei passi montani. Altri tracciato antichi percorrevano la valle del Fontaccia a mezza costa sia toccando la scomparsa Chiesa di S. Giovanni in Certino per poi ridiscendere sul fondovalle (Str.vic. S.Giovanni-Lavacchio) sia raggiungendo gli insediamenti più alti (Str.vic. S.Giovanni-Cà Orso).

Cà d’Armati è un insediamento posto tra i prati-pascoli della paleofrana, sul versante sx del Fosso della Fontaccia, toccato dal tracciato viario che, proveniente dalla Valle del Lavacchio, ha superato Cà di Belletta e Cà d’Orso dopo aver guadato con un tornante il fosso per raggiungere quest’area di più dolce pendio. Benché ritenuto di interesse storico-architettonico, il fabbricato è ormai abbandonato e mostra i primi collassi strutturali, comunque consentendo di rilevare come sia rimasta sostanzialmente inalterata sia l’impronta planimetrica irregolare rispetto a quanto comparente nella mappa del Catasto Toscano del 1826-34 come Casa Armai, sia i caratteri tipologici originali, tra cui le coperture in lastre di arenaria. La cucina dovrebbe ancora conservare un pregevole camino cinquecentesco finemente decorato, il che farebbe risalire il fabbricato ai secoli XV-XVI. Un ulteriore toponimo utilizzato è Cà d’Amati. Il fabbricato, piuttosto articolato, vede un corpo principale abitativo su tre livelli di cui uno seminterrato più sottotetto molto alto nella parte centrale della capanna e dotato di due piccole finestre. Un altro corpo, non abitativo, pare suddiviso in tre livelli di cui uno seminterrato e quello superiore a tetto. Un’appendice più bassa possiede comunque due livelli. Alcune tracce presenti nella tessitura muraria, tuttavia per gran parti abbastanza omogenea, e la stessa complessità planivolumetrica già fanno ipotizzare una diacronicità costruttiva, con la parte abitativa almeno in parte corrispondente a quella più antica ma, di particolare interesse sono le tracce verticali nella muratura delle opposte pareti a capanna Ovest ed Est, che trovano corrispondenza con un muro portante interno, ora esposto alla vista per il cedimento del tetto, che non coincide con il colmo, quindi da ritenere appartenente a struttura antecedente e diversa dall’attuale; in tale tratto di muro si nota un portale incorniciato, poi tamponato, tipico da esterno e raggiungibile dal pendio retrostante forse solo tramite passerella rimovibile. Per le proporzioni, questa parte è con certezza riferibile alla preesistenza di un corpo a torre, mentre parte dell’appendice laterale e soprattutto le tettoie stallatiche verso valle sono evidentemente posteriori. Aspetto particolare ha anche l’alta ed ampia facciata Sud, con poche aperture e leggermente angolata. Da denotare che, mentre oggi la rotabile è posta a monte, la via antica transitava a valle del fabbricato, accrescendone la prominenza. Riguardo l’aspetto toponomastico, si potrebbe confrontare l’evoluzione all’odierno Cà d’Armati dal Casa Armai del catasto antico con una delle ipotesi che sono state formulate riguardo Armaia, luogo presso Castiglione di Ravenna: «[…] seduce pensare ad alterazione popolare di arimannia, (dal longobardo hariman = guerriero) “terra assegnata agli arimanni”, da cui arma(n)ia? […]» (A. Polloni, 1966, p.23, cit.). Le corrispondenze ed il confronto tra particolarità tipologiche e la stratificazione toponomastica portano ad ipotizzare la preesistenza di un castelletto casa-torre dotati di muro di cinta in corrispondenza della citata parete angolata, forse residenza di un feudatario locale o struttura di sorveglianza, un corpo di guardia presidiato da “armati”, predominante nel contesto immediatamente circostante ma anche coerente con una possibile rete di postazioni visivamente comunicanti tra loro (fronteggia il Castellaccio di Corniolino) e strategicamente dislocate all’intersezione delle tre valli bidentine, da far risalire anche all’epoca dell’incastellamento guidingo, quindi antecedente almeno di un paio secoli rispetto alla datazione ipotizzata per il fabbricato: «Durante la seconda metà del XII secolo […] nei territori dei Guidi nuovi e vecchi castelli vengono a formare dei sistemi con la funzione di fortificare soprattutto i pascoli, le “dogane” o vie della transumanza. Si diffondono in questo periodo toponimi quali Calla […] da “Kalla”, voce teutonica che significa “chiamata” o “luogo dove si conta”, ovvero dove si contano i capi di bestiame in transito.» (G. Caselli, 2009, pp. 58-59, cit.). N.B.: «Il primo Guidi della storia è un longobardo di nome Tetgrimus (Teudegrimo o Tegrimo in italiano), descritto […] in un diploma del 23-7-927 […]. Lo ritroviamo più tardi col titolo non ereditario di Comes Tuscie (Conte di Tuscia) […]. Il matrimonio […] con Engelrada […] gli portò in dote la curtis di Modigliana e quindi lo condusse ad occuparsi dell’alta Romagna, quella dei pascoli che gravitavano sul Mar Tirreno in virtù della transumanza delle pecore.» (G. Caselli, 2009, p. 61, cit.); dal matrimonio nacque Wido (Vido, Vuido), che nel 943 risulta conte, probabilmente di Modigliana, oggi noto con il nome, prima latinizzato poi italianizzato, di Guido I. Ipotesi alternativa riguarda la preesistenza di una torre da vigna, tipologia che ebbe una larga diffusione nel Settecento, quando l’incremento demografico anche nelle aree più remote e i mutamenti sociali e politici aggravarono la piaga dei furti campestri mentre, nel 1774, il Granducato liberalizzando la vendita dei beni comunali, con soppressione degli “usi civici”, e mettendo a disposizione boschi, terre e pascoli, contribuiva all’impoverimento di crescenti masse marginali rispetto al mondo contadino. In questo contesto, la diffusione dei vigneti e la produzione dell’uva, bene da sempre prezioso specie nelle zone appenniniche dove la produzione è più difficoltosa, rese necessario il moltiplicarsi di strutture stabili per un controllo continuo nelle fasi della maturazione. L’esposizione favorevole dei campi sottostanti Cà d’Armati porta a non escludere la presenza di un vigneto e di una struttura di guardia specificamente dedicata.

Per approfondimenti si rimanda alla schede toponomastiche Valle del Bidente delle Celle, Fosso della Fontaccia e/o relative a monti e insediamenti citati.

N.B. - La visita apostolica o pastorale, che veniva effettuata dal vescovo o suo rappresentante, era una prassi della Chiesa antica e medievale riportata in auge dal Concilio di Trento che ne stabilì la cadenza annuale o biennale, che tuttavia fu raramente rispettata. La definizione di apostolica può essere impropria in quanto derivante dalla peculiarità di sede papale della diocesi di Roma, alla cui organizzazione era predisposta una specifica Congregazione della visita apostolica. Scopo della visita pastorale è quello di ispezione e di rilievo di eventuali abusi. I verbali delle visite, cui era chiamata a partecipare anche la popolazione e che avvenivano secondo specifiche modalità di preparazione e svolgimento che prevedevano l'esame dei luoghi sacri, degli oggetti e degli arredi destinati al culto (vasi, arredi, reliquie, altari), sono conservati negli archivi diocesani; da essi derivano documentate informazioni spesso fondamentali per conoscere l’esistenza nell’antichità degli edifici sacri, per assegnare una datazione certa alle diverse fasi delle loro strutture oltre che per averne una descrizione a volte abbastanza accurata.

- In base alle note tecniche dell’I.G.M. se in luogo dell’anteposta l’abbreviazione “C.”, che presumibilmente compare quando si è manifestata l’esigenza di precisare la funzione abitativa, viene preferito il troncamento “Ca” deve essere scritto senza accento: se ne deduce che se compare con l’accento significa che è entrato nella consuetudine quindi nella formazione integrale del toponimo.

RIFERIMENTI   

AA. VV., Dentro il territorio. Atlante delle vallate forlivesi, C.C.I.A.A. Forlì, 1989;

AA. VV., Il luogo e la continuità. I percorsi, i nuclei, le case sparse nella Vallata del Bidente, Catalogo della mostra, C.C.I.A.A. Forlì, Amm. Prov. Forlì, E.P.T. Forlì, 1984;

G. Caselli, Il Casentino da Ama a Zenna, Accademia dell’Iris - Barbès Editore, Firenze 2009;

G.L. Corradi (a cura di), Il Parco del Crinale tra Romagna e Toscana, Alinari, Firenze 1992;

M. Gasperi, Boschi e vallate dell’Appennino Romagnolo, Il Ponte Vecchio, Cesena 2006;

N. Graziani (a cura di), Romagna toscana, Storia e civiltà di una terra di confine, Le Lettere, Firenze 2001;

A. Polloni, Toponomastica Romagnola, Olschki, Firenze 1966, rist. 2004;

Pro Loco Corniolo-Campigna (a cura di), Corniolo, storia di una comunità, Grafiche Marzocchi Editrice, Forlì 2004;

Schede di analisi e indicazioni operative relative agli edifici del territorio rurale, Piano Strutturale del Comune di Santa Sofia, 2009, Scheda n.49, completa di documentazione fotografica;

Itinerari Geologico-Ambientali nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Regione Emilia-Romagna, Parco delle Foreste Casentinesi, S.E.L.C.A., Firenze;

Carta Escursionistica, Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, S.E.L.C.A., Firenze

Alpe di S. Benedetto, Carta dei sentieri, Istituto Geografico Adriatico, Longiano 2014;

Link https://servizimoka.regione.emilia-romagna.it/appFlex/sentieriweb.html.

Link http://www.igmi.org/pdf/abbreviazioni.pdf.

Link www.fc.camcom.it/area biblioteca/documento.htm?ID_D=4931.

Percorso/distanze :

Testo di Bruno Roba

Dalla S.P. 4 del Bidente, giunti a Lago, prima del ponte si imbocca la rotabile che risale il Bidente delle Celle. Dopo meno di 100 m si trova un bivio con una rotabile (privata e chiusa da una sbarra, ma solo in parte ricalcante antichi tracciati viari) che risale sulla dx collegando i vari poderi; superata C. S.Giovanni si raggiunge il tornante di Cà d’Orso percorrendo l’ultimo tratto di rotabile che transita da Cà d’Armati, in tutto circa 1,4 km. Un percorso alternativo si imbocca a circa 500 m da Lago, appena oltrepassato il Fosso della Fontaccia, risalendo prima nel podere abbandonato (eventuale recinzione con passo) poi ritrovando dietro il fabbricato sia l’antica mulattiera che si inoltra nella Valle delle Celle sia, verso dx, traccia dei tracciati antichi che risalgono (solo inizialmente con qualche difficoltà per gli arbusti, comunque occorre senso dell’orientamento), verso Cà di Belletta, posta sulla mulattiera che a sx si dirige verso la Valle del Lastricheto. La distanza è superione di circa 200 m, ma l’interesse compensa la maggiore fatica comunque inevitabile. Questo secondo percorso si trova in un’edizione della cartografia escursionistica.

foto/descrizione :

Le foto sono state scattate da Bruno Roba, che ha anche inserito i testi, e qui riprodotte su autorizzazione dell'autore
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001a – 001b – 001c – Una panoramica ottimale della valle della Fontaccia si ha dal Sentiero degli Alpini nel tratto di contrafforte principale tra il Passo della Braccina e il Monte dell’Avòrgnolo, da dove lo scivolamento morfologico del versante sx del basso fondovalle, principale sede degli insediamenti in un contesto di prati-pascoli, è evidenziato dal contrasto con i tormentati rilievi degli opposti versanti bidentini (26/11/16).

 

001d – 001e – 001f - Mappe schematiche insediative dedotte sia da cartografia storica sia da cartografia moderna riproducenti l’evoluzione dell’infrastrutturazione viaria della Valle del Fosso della Fontaccia, nella seconda mappa il corsivo elegante riprende la toponomastica originale; parte della viabilità abbandonata è ancora oggi utilizzata a scopo turistico-ricreativo.

 

001g – 001h – Dal crinale del Corniolino, l'unico anno intercorrente tra le due viste testimonia il progressivo deperimento del fabbricato (13/12/16 – 24/01/18).

001i/001r – Da Poggio Squilla (a monte di S. Paolo in Alpe, deviazione dal sent. 288 CAI) si sviluppa una dorsale dal crinale affilato che delimita la valle del Fosso di Ristèfani, terminando con Poggio Aguzzo, da cui si aprono vasti panorami; in particolare, tra maestrale e tramontana la vista spazia tra il M. dell’Avòrgnolo, il M. Guffone, mentre risulta evidente l’instabilità dei sottostanti versanti e la morfologia da scivolamento dei prati-pascoli della valle del Fosso della Fontaccia, ai cui margini infatti si mantennero gran parte degli insediamenti, tra cui Ca D’Armati, comunque in progressivo collassamento (25/04/18).

002a/002h – Dall’antica via che risale sulla dx l’ultimo tratto del Fosso della Fontaccia verso Cà di Belletta, presto si traguardano i dolci pendii posti alla stessa quota sul versante opposto e, tra le fronde, si distingue Cà d’Armati (8/12/16).

 

002i – 002l - 002m - La Valle del Fosso della Fontaccia in parte è caratterizzata da una morfologia da scivolamento risalente al Quaternario, che ha dato origine ad una sorta di terrazzo morfologico dalle dolci pendenze che a tratti assume le sembianze di una sella, delimitato dalle stratificazioni marnoso-arenacee incise dal Bidente delle Celle, sul cui bordo superiore settentrionale o al suo interno sono sorti gran parte degli insediamenti. Da qui si percepiscono alcune caratteristiche intrinseche della valle, delimitata dalla dorsale che si stacca dal Monte dell’Avòrgnolo, in alto sul bordo si scorgono Cà d’Orso e Cà d’Armati (10/12/16).

 

002n – 002o – A monte del catino morfologico, mentre il panorama si amplia sulle Valli dei Bidenti divise dal Crinale del Corniolino, coronate in lontananza dallo sky-line della Giogana e del Monte Gabrendo fino al Poggio Sodo dei Conti, dal ciglio del pendio Cà d’Armati predominava nel contesto vallivo (8/12/16).

 

002p/002z - Ritenuto risalente al XV-XVI secolo, Cà d’Armati mostra di mantenere l’originalità tipologico-strutturale, anche grazie all’uso contenuto e al sopraggiunto abbandono che, da un lato ne ha garantito una sostanziale integrità e da un altro, anche a causa del parziale crollo del tetto, consente di leggere alcune modifiche storiche, come la corrispondenza tra le tracce verticali nelle opposte facciate Est ed Ovest della parte abitativa con un muro portante interno, ora esposto alla vista, non corrispondente al colmo del tetto quindi appartenente a struttura diversa dall’attuale, dove si nota un portale incorniciato poi tamponato, tipico da esterno: tale tipologia muraria, per tali caratteristiche, fa presumere la preesistenza di un corpo turrito, forse ad antico uso di sorveglianza o abitazione fortificata, raggiungibile solo tramite passerella. Notare anche come la viabilità antica, anziché dal lato a monte, dove proseguiva il pendio, transitava poco più a valle del fabbricato, accrescendone la prominenza e la visuale. L’ultimo collage è un’elaborazione neografica tratta dalla documentazione fotografica del P.S. di S. Sofia che evidenzia la leggera angolatura dei corpi di fabbrica e l’ampia e particolare facciata in parte cieca, che fa pensare alla preesistenza di una cinta muraria (8/12/16).

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