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Maestà Madonna del Fuoco

Comune : Santa Sofia
Tipo : maestà
Altezza mt. : 1490
Coordinate WGS84: 43 50' 44" N , 11 47' 15" E
Toponimo nell'arco di
notizie :

Testo di Bruno Roba (4/09/2018)

Nel contesto del sistema orografico del versante emiliano-romagnolo dell’Appennino Settentrionale, la Valle del Bidente di Campigna riguarda un ramo fluviale occidentale ed intermedio delimitato ad Ovest, dal contrafforte secondario che si stacca dal gruppo del Monte Falco, si dirige verso Poggio Palaio, digrada con la Costa Poggio dei Ronchi verso Tre Faggi, come crinale di Corniolino risale verso il Monte della Maestà, quindi termina a Lago; ad Est, dal contrafforte secondario che si distacca da Poggio Scali e che, disegnata la sella di Pian del Pero ed evidenziata una sequenza di rilievi (tra cui i Poggi della Serra e Capannina, l’Altopiano di S. Paolo in Alpe, Poggio Squilla), termina digradando al ponte sul Fiume Bidente di Corniolo presso Isola, costretto dalla confluenza del Fiume Bidente di Ridràcoli. Da Poggio Squilla si distacca un’altra dorsale che, declinando a Nord, precipita verso Corniolo mentre un costone delimitato dall’incisione del Fosso delle Cerrete dopo Poggio Aguzzo punta anch’essa verso Lago.

Lo spartiacque appenninico compreso tra il complesso dei Monti Falterona/Falco e Poggio Scali corre su altitudini minime sempre superiori ai m. 1300 e massime fino ai m. 1654-1657-1520 di detti rilievi, con abbassamento ai m. 1296 solo in corrispondenza del valico della Calla, il più elevato dello spartiacque, laddove, nell’assottigliarsi e convergere, le prime pendici occidentali del Poggione e le prime pendici orientali del Monte Gabrendo, creano quell’ampia ed utile sella. Come gli altri, anche l’alto bacino idrografico di Campigna racchiuso tra tali diramazioni montuose mostra inoltre una morfologia nettamente differenziata tra opposti versanti dovuta alla diversa giacitura e disgregabilità dell’ambiente marnoso-arenaceo, con i versanti meno acclivi spesso denudati ed evidenzianti la stratigrafia o rivestiti da bosco rado o rimboschimenti, fino al versante a ridosso delle maggiori quote dello spartiacque appenninico dove conseguono fortissime pendenze modellate dall’erosione con formazione di canaloni fortemente accidentati, con distacco detritico e lacerazioni della copertura forestale. A tale asprezza morfologica si contrappone il potente risalto di ampi tratti della stessa giogana appenninica, caratterizzati dalla generale morbidità dei crinali dovuta alla lentezza dell’alterazione delle grandiose banconate arenacee, la cui superficie coincide, appunto, con quella della stratificazione.

L’intero sistema dei crinali, nelle varie epoche, ha avuto un ruolo cardine nella frequentazione del territorio: «[…] in antico i movimenti delle popolazioni non avvenivano “lungo le valli dei fiumi, […] bensì lungo i crinali, e […] una unità territoriale non poteva essere una valle (se non nelle Alpi) bensì un sistema montuoso o collinare. […] erano unità territoriali il Pratomagno da un lato e l’Appennino dall’altro. È del tutto probabile che in epoca pre-etrusca esistessero due popolazioni diverse, una sul Pratomagno e i suoi contrafforti e un’altra sull’Appennino e i suoi contrafforti, e che queste si confrontassero sulle sponde opposte dell’Arno […].» (G. Caselli, 2009, p. 50, cit.). Già nel paleolitico (tra un milione e centomila anni fa) garantiva un’ampia rete di percorsi naturali che permetteva ai primi frequentatori di muoversi e di orientarsi con sicurezza senza richiedere opere artificiali. Nell’eneolitico (che perdura fino al 1900-1800 a.C.) i ritrovamenti di armi di offesa (accette, punte di freccia, martelli, asce) attestano una frequentazione a scopo di caccia o conflitti tra popolazioni di agricoltori già insediati (tra cui Campigna, con ritrovamenti isolati di epoca umbro-etrusca, Rio Salso e S. Paolo in Alpe, anche con ritrovamenti di sepolture). In epoca romana i principali assi di penetrazione si spostano sui tracciati di fondovalle, che tuttavia tendono ad impaludarsi e comunque necessitano di opere artificiali, mentre i percorsi di crinale perdono la loro funzione portante, comunque mantenendo l’utilizzo da parte delle vie militari romane, attestato da reperti. Tra il VI ed il XV secolo, a seguito della perdita dell’equilibrio territoriale romano ed al conseguente abbandono delle terre, inizialmente si assiste ad un riutilizzo delle aree più elevate e della viabilità di crinale con declassamento di quella di fondovalle. Lo stato di guerra permanente porta, per le Alpes Appenninae l’inizio di quella lunghissima epoca in cui diventeranno anche spartiacque geo-politico e, per tutta la zona appenninica, il diffondersi di una serie di strutture difensive, anche di tipo militare/religioso o militare/civile, oltre che dei primi nuclei urbani o poderali, dei mulini, degli eremi e degli hospitales. Successivamente, sul finire del periodo, si ha una rinascita delle aree di fondovalle con un recupero ed una gerarchizzazione infrastrutturale con l’individuazione delle vie Maestre, pur permanendo grande vitalità le grandi traversate appenniniche ed i brevi percorsi di crinale. Il quadro territoriale più omogeneo conseguente al consolidarsi del nuovo assetto politico-amministrativo cinquecentesco vede gli assi viari principali, di fondovalle e transappenninici, sottoposti ad intensi interventi di costruzione o ripristino delle opere artificiali cui segue, nei secoli successivi, l’utilizzo integrale del territorio a fini agronomici alla progressiva conquista delle zone boscate. Così, se al diffondersi dell’appoderamento si accompagna un fitto reticolo di mulattiere di servizio locale e intorno alle metà dell’800 le aree collinari della Romagna toscana e alcune vallate avevano raggiunto un relativo grado di sviluppo essendo ormai dotate di una rete di strade rotabili abbastanza ampia, perdurava invece l’isolamento del settore più orientale, con le valli del Bidente e del Savio ancora prive di carrozzabili per la Toscana e il luogo del passo era detto semplicemente Calla di Giogo, o Calla a Giogo, come si può leggere nel bando della Bandita di Campigna in Romagna del 1645: «[…] Calla di Giogo cioè dove per la strada della Fossa che viene da Pratovecchio in Campigna si passa di Toscana in Romagna sul giogo appennino, qui appunto dove si dice alla Calla a giogo […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 124-125, cit.).

Nel passato anche recente l’ambiente montano veniva visto soprattutto nelle sue asperità e difficoltà ed avvertito come ostile non solo riguardo gli  aspetti climatici o l’instabilità dei suoli ma anche per le potenze maligne che si riteneva si nascondessero nei luoghi più reconditi. Dovendoci vivere si operava per la santificazione del territorio con atteggiamenti devozionali nell’utilizzo delle immagini sacre che oltre che espressioni di fiducia esprimevano anche un bisogno di protezione con una componente esorcizzante. Così lungo i percorsi sorgevano manufatti (variamente classificabili a seconda della tipologia costruttiva come pilastrini, edicole, tabernacoli, capitelli, celletta, maestà) la cui realizzazione, oltre che costituire punti di riferimento scandendo i tempi di percorrenza (p.es., recitando un numero prestabilito di “rosari”), rispondeva non solo all’esigenza di ricordare al passante la presenza protettiva e costante della divinità ma svolgeva anche una funzione apotropaica. Spesso recanti epigrafi con preghiere, sollecitazioni o riferimenti ad avvenimenti accaduti, oggi hanno un valore legato al loro significato documentario.

Il Passo della Calla «[…] è il varco più basso dell’Appennino, per cui passa la mulattiera che da Stia conduce nella vicina Romagna. Da questo punto, sempre in direzione di levante, passato il Pian delle Carbonaie, e Pian Tombesi, la montagna comincia a farsi imponente per maestose piantate di faggio, grandi scogliere, e profondi burroni. Non lungi è il Piano della Malanotte, che offre dei punti di vista ove il ridente e l’orrido si alternano vagamente, e si uniscono per formare i più bei quadri della natura. […] Ma giunti dopo pochi passi al Canal del Pentolino, un nuovo spettacolo si presenta allo sguardo: un profondo abisso, alla cui estremità rumoreggia un torrente, rupi sospese, precipizi fiancheggiati da folte macchie, e questo selvaggio orrore temperato dalle più pittoresche creazioni della natura! Io credo che nelle nostre montagne non possano desiderarsi luoghi più belli. Proseguendo oltre, si giunge in breve al più elevato vertice di questa parte dell’Appennino, detto Poggio Scali […] dove pure si gode lo spettacolo di una bella e svariata prospettiva.» (C. Beni, 1881, p. 56, cit.).

Come accennato dall’illustre viaggiatore “d’epoca”, il primo luogo topico, per memoria o consuetudine, che si incontra percorrendo La Giogana è Pian delle Carbonaie, che oggi si presenta come ampia sella e radura erbosa. Precede di poco Il Poggione, cui segue un tratto di crinale detto Raggio Lungo da cui si stacca la sella di collegamento con il successivo rialzamento di Poggio Pian Tombesi accompagnato, sul versante meridionale, dal singolare Vallone di Pian Tombesi, geosito classificato di rilevanza locale, probabilmente conseguente a lentissimi e profondi movimenti gravitativi, tipici dei territori carsici, che superiormente hanno causato lo sdoppiamento delle creste e la formazione della depressione chiusa e allungata, cosparsa da grossi e suggestivi blocchi arenacei. Precede un altro geosito analogo per formazione, la Pseudo dolina di Poggio Scali. L’improvviso scorcio panoramico del Canale del Pentolino precede di poco Poggio Scali. Alle sue pendici occidentali si incontra la moderna maestà detta Madonna del Fuoco, eretta a protezione dagli incendi ma oggetto di generale venerazione, testimoniata dai numerosi lasciti devozionali da parte di viandanti e, soprattutto, pellegrini che, anche in solitudine, ripercorrono le varie “vie della fede” diretti all’Eremo di Camaldoli. Essendo essi a volte più che altro interessati al compimento del pellegrinaggio e inesperti di pratiche escursionistiche (sensazione raccolta dopo ripetuti incontri), le difficoltà della montagna possono suscitare gli antichi timori, così rinnovando per la maestà sentimenti altrove perduti. Recita la lapide, ben riassumendo il significato topico: LA MADONNA DEL FUOCO / TORNA OGGI IN QUESTI LUOGHI / DONDE SCESE COL MAESTRO LOMBARDINO / PER BENEDIRE LA MONTAGNA / DEI FORLIVESI CHE IN CITTA' LA VENERANO / DA CINQUE SECOLI / ED I PASSANTI CHE QUI L’ONORANO / IL CAI DI FORLI' NEL 50° DI FONDAZIONE / 11 SET 1977. La Festa della Madonna del Fuoco, patrona della città, si tiene a Forlì il 4 febbraio.

Dopo la sosta, anche i pellegrini possono trovare interesse a risalire sulla sommità di Poggio Scali per le viste panoramiche che offre, escludendo la vista dell’Adriatico celebrata dall’Ariosto e citata in tutte le guide ma ormai impedita dalla crescita della faggeta. A proposito di panorami scrive un illustre (tra l’altro) pellegrino/escursionista: «Qualche interprete […] ha indicato nel Falterona la cima dell’Appennino, da cui si scorgerebbero le sponde (arene) opposte del mare Adriatico (detto Schiavo, perché bagna la Schiavonia o Slavonia) e del mare toscano. Ma questa interpretazione è senz’altro sbagliata. Anzitutto perché, a voler essere precisi, il Falterona non si trova nel giogo che porta a Camaldoli. D’altra parte, stando sul Falterona nessuno può vedere i due mari. L’orizzonte a oriente, ad esempio, è chiuso dal Monte Falco e dall’alta catena della Burraia culminante nel Monte Gabrendo. La gente del posto quindi, e tutte le Guide locali hanno pensato di risolvere la questione sostituendo al Falterona proprio Poggio Scali. Sennonché gli escursionisti, arrivati in cima a Poggio Scali magari proprio con l’intento di verificare le notizie diffuse da voci tanto autorevoli, provano tutti una delusione cocente. […] Non è visibile il Tirreno, perché coperto dalla catena delle Alpi Apuane e dalle colline del Chianti; mentre l’Adriatico si nasconde dietro un impedimento nuovo […] che, volendo sarebbe facilissimo eliminare […] una corona di cespugli di lussureggianti faggi […] sfoltire un po’ questi cespugli? […] aggiornare […] le cartine? […] la poesia è cosa troppo seria per pretendere di interpretarla alla lettera.» (F. Pasetto, 2008, p. 205, cit.).

Per approfondimenti si rimanda alla scheda toponomastica Valle del Bidente di Campigna e/o relative a monti e insediamenti citati.

N.B.: «La devozione alla Madonna del Fuoco cominciò molti anni fa, nel 1428, quando accadde il miracolo del quale furono testimoni tanti forlivesi. Nella notte tra il 4 e il 5 febbraio scoppiò un incendio che distrusse una scuola, che si trovava nell’attuale via Cobelli, dove si trova oggi la chiesina del Miracolo. In quella scuola insegnava da poche settimane mastro Lombardino da Riopetroso. Non si sa molto di questo maestro: era arrivato a Forlì all’inizio di quell’anno dal suo paese di Valbona, tra Bagno di Romagna e Santa Sofia ed aveva insegnato ai suoi alunni non solo a leggere e a scrivere ma anche a pregare davanti all'immagine della Madonna che si trovava nella scuola. Era un disegno, più precisamente una xilografia, cioè un disegno stampato che raffigurava la Madonna circondata da tanti Santi. […] Quando la scuola bruciò i forlivesi si accorsero con stupore che l’immagine della Madonna era rimasta intatta, non si era bruciata e non era neanche annerita dal fumo. Pochi giorni dopo, l’8 febbraio, l’immagine venne portata in processione fino alla vicina Cattedrale e sistemata prima accanto all’altare maggiore poi nella cappella che le venne dedicata e dopo si trova ancora oggi. Nel corso dei secoli i forlivesi sono accorsi attorno alla Madonna non solo in occasione della festa, il 4 febbraio, ma tutte le volte che hanno affrontato difficoltà e pericoli, come durante le guerre e i terremoti affidandosi a lei come Madre e Patrona. Sono nate anche delle tradizioni particolari legate alla festa come quella della Fiorita alla colonna della Madonna del Fuoco in piazza del Duomo […]. Altre tradizioni sono quelle di accendere i lumini alle finestre la sera della vigilia e quella di mangiare la “piadina della Madonna” il 4 febbraio.» (http://www.diocesiforli.it/madonna_del_fuoco).

RIFERIMENTI   

AA. VV., Dentro il territorio. Atlante delle vallate forlivesi, C.C.I.A.A. Forlì, 1989;

C. Beni, Guida illustrata del Casentino, Brami Edizioni, Bibbiena 1998, rist. anast. 1^ Ed. Firenze 1881;

G. Caselli, Il Casentino da Ama a Zenna, Accademia dell’Iris - Barbès Editore, Firenze 2009;

G.L. Corradi (a cura di), Il Parco del Crinale tra Romagna e Toscana, Alinari, Firenze 1992;

A. Gabbrielli, E. Settesoldi, La Storia della Foresta Casentinese nelle carte dell’Archivio dell’Opera del Duomo di Firenze dal secolo XIV° al XIX°, Min. Agr. For., Roma 1977;

M. Gasperi, Boschi e vallate dell’Appennino Romagnolo, Il Ponte Vecchio, Cesena 2006;

N. Graziani (a cura di), Romagna toscana, Storia e civiltà di una terra di confine, Le Lettere, Firenze 2001;

F. Pasetto, Itinerari Casentinesi in altura, Arti Grafiche Cianferoni, Stia 2008;

P. Zangheri, La Provincia di Forlì nei suoi aspetti naturali, C.C.I.A.A. Forlì, Forlì 1961, rist. anast. Castrocaro Terme 1989;

Foreste Casentinesi, Carta dei sentieri, Istituto Geografico Adriatico, Longiano 2012;

Carta Escursionistica, Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, S.E.L.C.A., Firenze;

Link http://www.diocesiforli.it/madonna_del_fuoco;

Link www.mokagis.it/html/applicazioni_mappe.asp.

Percorso/distanze :

Testo di Bruno Roba

Dal Passo della Calla, tramite la Giogana, si raggiungono (900 m) prima la cima più bassa del Poggione, segnalata da tabella (quota errata, 1424 anziché 1398 m), e dopo 550 m, quelle più alte e adiacenti (non segnalate), oltre le quali il percorso mantiene un andamento più regolare con lunghi tratti complanari o  moderati saliscendi fino a costeggiare Poggio Pian Tombesi sul versante toscano, raggiungendo il vallone omonimo dopo circa 2,5 km dalla base di partenza. Ancora 1,5 km e si raggiunge Poggio Scali e la Madonna del Fuoco alle sue pendici.

foto/descrizione :

Le foto sono state scattate da Bruno Roba, che ha anche inserito i testi, e qui riprodotte su autorizzazione dell'autore
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001a/001e - La S.P. 4 del Bidente offre molteplici panoramiche della testata della valle del Bidente, forse suscitando forti emozioni nei pellegrini che si dirigono al Passo della Calla per affrontare, forse la prima volta la Giogana. Pur essendo la vetta più alta, essi distinguono appena Poggio Scali ma forse sanno che lì accanto troveranno il conforto della Madonna del Fuoco (20/05/18).

 

001f - Da Campigna, ultima sosta lungo la S.P. del Bidente per osservare dal basso la Giogana prima di affrontare la risalita. Poggio Scali è all’estrema sx (17/08/11).

 

001g/001s – Percorrendo la Giogana da Scirocco, la salita sulla sommità di Poggio Scali offre vedute panoramiche e anticipa la vista dall’alto della maestà nelle varie situazioni stagionali (1/01/11 – 13/01/11 - 25/02/11 – 9/03/11– 23/10/11 – 31/10/11 – 15/05/14 - 11/12/14 – 16/02/18).

 

002a/002g – Da Maestrale la maestà anticipa la salita al poggio, salvo condizionamenti meteorologici (9/03/11– 24/03/11 - 19/04/11 – 21/05/14).

 

002h/002o – La maestà della Madonna del Fuoco è oggetto di radicate testimonianze devozionali (19/04/11 – 4/08/16).

 

002p – 002q – L’icona della maestà e la xilografia custodita a Forlì.

Innocent