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La Scodella

Comune : Altri comuni limitrofi
Tipo : bosco/area naturale
Altezza mt. : 1420
Coordinate WGS84: 43 51' 16" N , 11 45' 35" E
Toponimo nell'arco di
notizie :

Testo di Bruno Roba (15/04/2020)

L’assetto morfologico del tratto di Spartiacque Appenninico compreso tra il Passo del Muraglione e il Passo dei Mandrioli che culmina ad Ovest, con il gruppo del Monte Falterona e, ad Est, con Cima del Termine corre su altitudini minime poco inferiori ai m. 1300 e massime fino ai m. 1500-1658, con abbassamenti in corrispondenza dei valichi e rialzamenti in coincidenza con i nodi montani da cui si distaccano contrafforti e dorsali (questo aspetto si ripete con notevole parallelismo in tutti i contrafforti ed è significante tettonicamente, ovvero nella disposizione delle rocce e loro modalità di corrugamento e assestamento). Tale tratto esteso circa 18 km costituisce lo spartiacque tra gli affluenti dell’Arno nel versante toscano e le valli del Bidente in quello romagnolo. La linea di crinale coincide con l’accavallamento tettonico di due formazioni geologiche che insieme caratterizzano i due versanti appenninici in base al tipo di rocce, alla loro giacitura e alla disposizione rispetto ai versanti medesimi. La Formazione delle Arenarie del Monte Falterona, o Macigno del Mugello, costituisce i rilevi maggiori e si estende dalla montagna dalla quale prende il nome fino a tutto il versante toscano, ammantato da densi boschi che mascherano per lunghi tratti il substrato roccioso. Nel versante romagnolo il paesaggio è invece dominato dalla Formazione Marnoso-Arenacea, con i caratteristici affioramenti a gradoni. Entrambe le formazioni si sono deposte in ambiente marino durante l’orogenesi appenninica a partire da 27 milioni di anni fa, mentre agivano le forze compressive che, incuneando una dietro l’altra enormi scaglie tettoniche, hanno lentamente “costruito” l’Appennino, determinando una morfologia nettamente differenziata dovuta alla diversa giacitura e profondità degli ambienti geologici, con i versanti meno acclivi (stratigraficamente disposti a “franapoggio”, parallelamente al pendio) rivestiti da boschi compatti, mentre quelli più acclivi (strati immersi a “reggipoggio”, perpendicolarmente al pendio) spesso denudati ed evidenzianti la stratigrafia o rivestiti da bosco rado o rimboschimenti, fino al versante esposto a settentrione della bastionata Campigna-Mandrioli, dove conseguono fortissime pendenze modellate dall’erosione con formazione di canaloni fortemente accidentati, distacco detritico e lacerazioni della copertura forestale. A tale asprezza morfologica si contrappone il potente risalto di ampi tratti della giogana appenninica, caratterizzati dalla generale morbidità dei crinali dovuta alla lentezza dell’alterazione delle grandiose banconate arenacee, la cui superficie coincide, appunto, con quella della stratificazione.

L’intero sistema dei crinali, nelle varie epoche, ha avuto un ruolo cardine nella frequentazione del territorio: «[…] in antico i movimenti delle popolazioni non avvenivano “lungo le valli dei fiumi, […] bensì lungo i crinali, e […] una unità territoriale non poteva essere una valle (se non nelle Alpi) bensì un sistema montuoso o collinare. […] erano unità territoriali il Pratomagno da un lato e l’Appennino dall’altro. È del tutto probabile che in epoca pre-etrusca esistessero due popolazioni diverse, una sul Pratomagno e i suoi contrafforti e un’altra sull’Appennino e i suoi contrafforti, e che queste si confrontassero sulle sponde opposte dell’Arno […].» (G. Caselli, 2009, p. 50, cit.). Già nel paleolitico (tra un milione e centomila anni fa) garantiva un’ampia rete di percorsi naturali che permetteva ai primi frequentatori di muoversi e di orientarsi con sicurezza senza richiedere opere artificiali. In epoca romana i principali assi di penetrazione si spostano sui tracciati di fondovalle, che tuttavia tendono ad impaludarsi e comunque necessitano di opere artificiali, mentre i percorsi di crinale perdono la loro funzione portante, comunque mantenendo l’utilizzo da parte delle vie militari romane, attestato da reperti. Tra il VI ed il XV secolo, a seguito della perdita dell’equilibrio territoriale romano ed al conseguente abbandono delle terre, inizialmente si assiste ad un riutilizzo delle aree più elevate e della viabilità di crinale con declassamento di quella di fondovalle. Lo stato di guerra permanente porta, per le Alpes Appenninae l’inizio di quella lunghissima epoca in cui diventeranno anche spartiacque geo-politico e, per tutta la zona appenninica, il diffondersi di una serie di strutture difensive, anche di tipo militare/religioso o militare/civile, oltre che dei primi nuclei urbani o poderali, dei mulini, degli eremi e degli hospitales. Successivamente, sul finire del periodo, si ha una rinascita delle aree di fondovalle con un recupero ed una gerarchizzazione infrastrutturale con l’individuazione delle vie Maestre, pur permanendo grande vitalità le grandi traversate appenniniche ed i brevi percorsi di crinale. Il quadro territoriale più omogeneo conseguente al consolidarsi del nuovo assetto politico-amministrativo cinquecentesco vede gli assi viari principali, di fondovalle e transappenninici, sottoposti ad intensi interventi di costruzione o ripristino delle opere artificiali cui segue, nei secoli successivi, l’utilizzo integrale del territorio a fini agronomici alla progressiva conquista delle zone boscate. Così, se al diffondersi dell’appoderamento si accompagna un fitto reticolo di mulattiere di servizio locale, per la realizzazione delle prime grandi strade carrozzabili transappenniniche occorrerà attendere tra la metà del XIX secolo e l’inizio del XX. Un breve elenco della viabilità ritenuta probabilmente più importante nel XIX secolo all’interno dei possedimenti già dell’Opera del Duomo è contenuto nell’atto con cui Leopoldo II nel 1857 acquistò dal granducato le foreste demaniali: «[…] avendo riconosciuto […] rendersi indispensabile trattare quel possesso con modi affatto eccezionali ed incompatibili con le forme cui sono ordinariamente vincolate le Pubbliche Amministrazioni […] vendono […] la tenuta forestale denominata ‘dell’Opera’ composta […] come qui si descrive: […]. È intersecato da molti burroni, fosse e vie ed oltre quella che percorre il crine, dall’altra che conduce dal Casentino a Campigna e prosegue per Santa Sofia, dalla cosiddetta Stradella, dalla via delle Strette, dalla gran via dei legni, dalla via che da Poggio Scali scende a Santa Sofia passando per S. Paolo in Alpe, dalla via della Seghettina, dalla via della Bertesca e più altre.» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 163-164, cit.).

Lungo lo spartiacque geografico corre un tracciato viario che non solo fu il principale percorso di crinale del territorio tosco-romagnolo ma, considerato nell’intero sviluppo fino a Poggio Tre Vescovi, fu anche il più naturale collegamento di tutta la penisola. In corrispondenza delle maggiori asperità si allontana dallo Spartiacque posizionandosi su uno dei due versanti, più spesso quello toscano esposto più favorevolmente a Sud, ma sostanzialmente si sposta per ragioni orografiche. Il tratto centrale è noto come la Giogana, in passato Via Sopra la Giogana o semplicemente Giogo o gran giogo: «Indi la valle, come ‘l dì fu spento,/da Pratomagno al gran giogo coperse/di nebbia; e ‘l ciel di sopra fece intento» (Purgatorio, V, 116). Più recentemente venne descritto il «[…] giogo di Camaldoli, al di là del quale cessa la Comunità di Pratovecchio e sottentra dirimpetto a grecale quella transappenninica di Premilcore.» (E. Repetti, Dizionario geografico fisico e storico della Toscana, 1881-1883). Strada vicinale della Giogana è la denominazione catastale che ancora conserva, con l’aggiunta o della Bordonaia o dei Legni per i tratti a ciò specificamente dedicati sui rispettivi versanti. Sicuramente frequentata già in era paleolitica e dai primi gruppi preitalici durante le loro migrazioni, in epoca romana, pur avendo perso la viabilità di crinale una funzione portante, era percorsa o attraversata anche da vie militari attestato da reperti. Il tracciato è rimasto in funzione fino alla prima metà del secolo scorso come importante via di comunicazione su grandi distanze ma, in considerazione anche dell’elevata altitudine e della scarsità di sorgenti, non ha mai registrato la presenza di insediamenti, salvo alcuni più recenti e specializzati con finalità turistiche. Già da epoche storiche boscaioli che trasportavano legname a dorso di mulo o conduttori di grossi traini di legname vi transitavano per raggiungere i passi montani; fino al XIX secolo fu inoltre interessato dalla transumanza, pratica talmente diffusa da dover essere regolamentata da parte delle amministrazioni demaniali, secondo regole rimaste invariate dal medioevo alla liberalizzazione dell’ultimo scorcio del XVIII secolo, stabilendo gli itinerari e istituendo le dogane, a fini di controllo e fiscali: «Nell’entrare in Maremma vi erano altre dogane dette Calle: a queste bisognava presentarsi, far contare il bestiame e pigliar le polizze.» (Pietro Leopoldo d’Asburgo Lorena, 1774, cit. da: P. Marcaccini, L. Calzolai, La pastorizia transumante, in N. Graziani 2001, p.114, cit.), inoltre «[…] i pascoli maremmani di “dogana” erano aperti e chiusi, ufficialmente, […] il giorno 29 settembre […] l’apertura e 8 maggio la chiusura.» (M. Massaini, 2015, p. 73, cit.). Il bestiame, spesso affidato in soccida a pastori specializzati, in modo minore dalle alte valli del Bidente e del Savio ma soprattutto dalla montagna di Camaldoli, affluiva nel fondovalle dell’Arno per proseguire per Siena e la Maremma, le pasture Maretime. «Ma non mancava naturalmente bestiame vaccino liberamente pascolante sulle più alte pendici. Conosciamo, per questo aspetto, non soltanto quello di proprietà dei montanari, ma anche le vacche di certi proprietari ecclesiastici come il monastero di Camaldoli […]. E sappiamo, più in generale, che lungo tutta la giogaia, sull’uno e sull’altro versante, tanto i privati che quanto i signori feudali avevano greggi numerose […]» (G. Cherubini, L’area del Parco tra Medioevo e prima età moderna, in: G.L. Corradi, 1992, p.20, cit.). Praticamente la foresta era diventata, con grave danno, una grande stalla all’aperto (G. Chiari, 2010, cit.), d'altronde, da sempre, «[…] quel settore dell’Appennino che ha al suo centro la valle del Casentino, e che si estende a tutto il Montefeltro e il Mugello, […] corrisponde con precisione all’area dei pascoli estivi di quell’economia basata sulla transumanza che dà un senso economico e culturale al territorio geografico dell’Etruria storica.» (G. Caselli, 2009, p. 22, cit.).

La Giogana attraversa o lambisce inoltre gli antichi possedimenti dell’Opera del Duomo di Firenze, che si estendevano da Poggio Corsoio a Cima del Termine, confinando (con dispute) ad Ovest con i possedimenti dello Spedale di S. Maria Nuova di Firenze e ad Est con quelli del Monastero di Camaldoli. Da una relazione del 1677 conservata nell’Archivio dell’Opera del Duomo: «La mattina di giovedì […] arrivati nella Calla di Giogo tirammo per quella Giogana per riconoscere i nostri confini; nel tempo in cui andavamo vedendo le nostra grandissime campagne d’abeti chiamate sotto diversi vocaboli […] e sempre camminammo per quella strada che da una parte per quanto acqua pende in Casentino verso mezzogiorno resta la faggeta di S.A.R. e per quanto acqua pende in Romagna verso tramontana restano le nostre mentovate abetie.» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 322, cit.).

Il Passo della Calla «[…] è il varco più basso dell’Appennino, per cui passa la mulattiera che da Stia conduce nella vicina Romagna. Da questo punto, sempre in direzione di levante, passato il Pian delle Carbonaie, e Pian Tombesi, la montagna comincia a farsi imponente per maestose piantate di faggio, grandi scogliere, e profondi burroni. Non lungi è il Piano della Malanotte, che offre dei punti di vista ove il ridente e l’orrido si alternano vagamente, e si uniscono per formare i più bei quadri della natura. […] Ma giunti dopo pochi passi al Canal del Pentolino, un nuovo spettacolo si presenta allo sguardo: un profondo abisso, alla cui estremità rumoreggia un torrente, rupi sospese, precipizi fiancheggiati da folte macchie, e questo selvaggio orrore temperato dalle più pittoresche creazioni della natura! Io credo che nelle nostre montagne non possano desiderarsi luoghi più belli. Proseguendo oltre, si giunge in breve al più elevato vertice di questa parte dell’Appennino, detto Poggio Scali […] dove pure si gode lo spettacolo di una bella e svariata prospettiva. Passato il Poggio Scali, si […]  scende in un vasto anfiteatro nel cui centro è una sorgente di acqua freddissima e pura, conosciuta sotto il nome di fonte Porcareccia, finchè giunta la via all’altezza di Giogo Seccheta, si biforca nuovamente, e passando a sinistra presso una capanna sbocca in un amenissimo prato tutto fiancheggiato da folte macchie, detto Prato al Soglio, ricordano l’alpestre natura della Svizzera, […] passando da Prato Bertone, dove ha principio la gran foresta di abeti, si giunge dopo breve tempo all’Eremo di Camaldoli […].» (C. Beni, 1881, p. 56, 57, cit.). Il termine calla anticamente aveva il semplice significato di varco, come concordano due autori, P.L. della Bordella: «[…] ”Calla, id est stretta via”, “calles”, in latino significa propriamente viottoli stretti fatti dal callo … de’ piè degli animali, onde dichiamo ‘calle’ … […]» (C. Landino, Purg. IV, 22, cit. da: P.L. della Bordella, 2004, p. 208, cit.), G. Caselli: «[…] sono certo che deriva dal teutonico KALLA, un apposito passaggio in una siepe dove si contano le pecore per far pagare la dogana. […] ovvero: luogo dove si “chiamano” (kall), o contano le bestie che vanno o vengono dai pascoli.» (G. Caselli, 2009, pp. 144, 193, cit.). L’uso del termine venne “istituzionalizzato” con gli statuti comunali e statali quattro-cinquecenteschi: infatti, prima dell’abolizione della dogana dei Paschi e la liberalizzazione della transumanza (1778) una serie di “passi” o “calle” di dogana, assoggettati ai vincoli del regime mediceo-granducali, vennero disposti a raggiera a sud dell’arco montano e sullo stesso, lungo percorsi transitanti; «[…] sicuramente dal varco della Calla, il cui significativo toponimo indica – come quello del Sodo alle Calle, presso l’altro punto di valico del Giogo Seccheta – un evidente tracciato di transumanza lungo una direttrice in cui venivano in parte a coincidere vie dei pastori, “vie dei legni” e vie di altro uso pubblico (“via da Stia per Campigna e S. Sofia”).» (L. Rombai, M. Sorelli, La Romagna Toscana e il Casentino nei tempi granducali. Assetto paesistico-agrario, viabilità e contrabbando, in: G.L. Corradi e N. Graziani, 1997, p. 51, cit.).

Lo Spartiacque Appenninico suddivide pressoché l’intero sistema delle Riserve Naturali del Parco delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna, raggruppate in due categorie a differente livello di tutela, secondo i due versanti, ovvero tre Riserve Integrali (Sasso Fratino, Monte Falco-Poggio Piancancelli e Monte Penna) e una Riserva Biogenetica (Campigna) ricadenti nel versante romagnolo, una Riserva Integrale (La Pietra) e due Riserve Biogenetiche (Camaldoli e Scodella) ricadenti nel versante toscano, oltre una terza Riserva Biogenetica (Badia Prataglia-Lama) posta a cavallo dello Spartiacque. Le Riserve Naturali sono definite come Aree naturali protette caratterizzate dalla presenza di uno o più elementi naturali, quali specie faunistiche, floristiche ed ecosistemi, che si distinguono per il loro particolare valore naturalistico e che quindi svolgono un ruolo strategico nella conservazione della biodiversità. Il tratto di versante toscano compreso tra il Passo della Calla e il Passo del Porcareccio comprende quindi le confinanti Riserva Biogenetica Scodella e Riserva Integrale La Pietra. La Riserva Naturale Biogenetica Scodella o La Scodella è un'area naturale protetta situata su un tratto del versante toscano dello Spartiacque Appenninico compreso tra il Passo della Calla e Poggio Scali e, più precisamente è delimitata dal tratto di crinale compreso tra Il Poggione e Pian Tombesi, dove confina con la Riserva Naturale Integrale di Sasso Fratino. La Riserva è stata istituita nel 1977 ed occupa una superficie di 69 ettari; pur essendo di piccole dimensioni, è abbastanza interessante dal punto di vista naturalistico in quanto è, insieme alla Riserva Integrale Regionale La Pietra una delle aree a minore influsso antropico attualmente esistenti sul versante toscano dell’Appennino. Le formazioni principali sono quelle tipiche di questa porzione appenninica: il bosco misto di Faggio e Abete bianco in basso e la faggeta pura nella fascia di crinale. Oltre che essere lambita dalla Giogana, sent. 00 CAI, la Riserva è attraversata dal Sentiero di Scodella.

RIFERIMENTI                                                                   

C. Beni, Guida illustrata del Casentino, Brami Edizioni, Bibbiena 1998, rist. anast. 1^ Ed. Firenze 1881;

G. Caselli, Il Casentino da Ama a Zenna, Accademia dell’Iris - Barbès Editore, Firenze 2009;

G.L. Corradi (a cura di), Il Parco del Crinale tra Romagna e Toscana, Alinari, Firenze 1992;

G. Chiari, La Lama. Nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Arti Grafiche Cianferoni, Stia 2010;

P.L. della Bordella, Pane asciutto e polenta rossa, Arti Grafiche Cianferoni, Stia 2004;

A. Gabbrielli, E. Settesoldi, La Storia della Foresta Casentinese nelle carte dell’Archivio dell’Opera del Duomo di Firenze dal secolo XIV° al XIX°, Min. Agr. For., Roma 1977;

N. Graziani (a cura di), Romagna toscana, Storia e civiltà di una terra di confine, Firenze, Le Lettere 2001;

M. Massaini, Alto Casentino, Papiano e Urbech, la Storia, i Fatti, la Gente, AGC Edizioni, Pratovecchio Stia 2015;

F. Pasetto, Itinerari Casentinesi in altura, Arti Grafiche Cianferoni, Stia 2008;

Carta Escursionistica scala 1:25.000, Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, S.E.L.C.A., Firenze

Foreste Casentinesi, Campigna – Camaldoli – Chiusi della Verna, Carta dei sentieri, Istituto Geografico Adriatico, Longiano 2012

Link regione.toscana.it/web/guest/informazione-territoriale;

Link www502.regione.toscana.it/geoscopio/cartoteca.htlm.

Percorso/distanze :

Testo di Bruno Roba

La Riserva di Scodella si trova nel Comune di Pratovecchio-Stia. Dal Passo della Calla, tramite la Giogana, si raggiunge Pian delle Carbonaie, 700 m, dove si innesta il Sentiero di Scodella che, in circa 3 km, raggiunge la S.F. che collega la S.P. della Calla con l’Aia di Dorino, che è anche circuito MTB 8. Proseguendo sulla Giogana fino alla cima più alta del Poggione, km 1,5 dal Passo della Calla, si rasenta la Riserva, segnalata da apposita tabella.

foto/descrizione :

Le foto sono state scattate da Bruno Roba, che ha anche inserito i testi, e qui riprodotte su autorizzazione dell'autore
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001- Dai pressi del passo del Giogarello, sul versante toscano, scorcio dello spartiacque con vista del versante meridionale dove si evidenzia l’abetina che dalla Riserva Naturale Biogenetica Scodella, sottostante il Poggione, si estende verso Poggio Scali fino alla Riserva Integrale Regionale La Pietra (11/01/12).

002 – 003 – Schema cartografico di mappa e particolare della mappa di inquadramento delle Riserve del Parco delle Foreste Casentinesi.

004 – La Giogana lambisce la Riserva Scodella (9/07/18).

005 – 006 – Pian delle Carbonaie: sulla dx si scorge l’inizio del Sentiero di Scodella (19/06/18).

007/011 – Il Sentiero di Scodella costituisce il confine inferiore della Riserva La Pietra dove trova (Coordinate WGS84 43° 50’ 42” N / 11° 46’ 32” E) i suggestivi resti di un riparo che utilizzava un grosso masso verticale come parete (13/10/19).

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