Miti - Leggende - Racconti dell'Appennino |
Bagno di Romagna
La
scoperta delle acque termali di Bagno di Romagna
La leggenda di S. Agnese
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Durante
la persecuzione di Diocleziano (284 - 305) una giovane sarsinate,
figlia del primo magistrato della città, si convertì al
Cristianesimo.
Denunciata al padre, questi fu costretto a condannarla a morte,
poiché ella
non intendeva abiurare.
Condotta fra le montagne dell'Alto Savio, luogo scelto per l'esecuzione, venne
abbandonata in compagnia del suo cagnolino, mentre al suo posto i pietosi carnefici
uccisero un capretto. Visse fra boschi e bestie selvatiche, fino a che fu contagiata
da una grave malattia della pelle, la scabbia. Il cagnolino vagando nelle vicinanze
del fiume annusò uno strano odore, scavò con le sue zampette,
facendo scaturire uno zampillo di acqua calda, nella quale si lavò la
fanciulla, che guarì immediatamente. Ritrovata dal padre, che andava
cacciando, fu riconosciuta e riportata in città con tutti gli onori. |
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Bagno di
Romagna
Torre di Rondinaia

Il fantasma della torre
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Torre/castello
appartenuto negli anni attorno al Mille ai signori di Valbona,
nel 1335 fu conquistato dai Forlivesi ed il suo signore Leoncino
da Valbona fu decapitato nel castello stesso, dando origine alla
leggenda, tramandata da padre in figlio, di un'ombra
senza testa che nelle notti tetre e burrascose, vaga tra bianchi
fantasmi intorno alla vecchia torre. |
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Galeata

Il lupo di Sant'Ellero
(tratto da Galeata nella storia e nell'arte di Mons. D. Mambrini)
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Mentre
il santo Abate era intento alla fabbrica della
chiesa e del monastero, servivasi di un asinelio per il trasporto dei materiali.
Nella notte di Natale un lupo, mentre
il Santo era intento alla preghiera, entrò nella stalla e sbranò
l'asinelio.
Al rumore accorse Ellero che pianse per la misera fine della bestiola cui era
affezionato, e al lupo che
tentava fuggire disse:
«D'ora innanzi tu sostituirai la bestia
che hai sbranato: sconterai così la tua colpa; altrimenti la
tua coda diventerà così lunga che tutti ti potranno prendere. »
Così il
lupo, come un dì l'asinelio, seguiva il
Santo
per i boschi, tornando carico di legna, lo seguiva nel fiume
e tornava carico di pietre e di arena.
La coda del lupo di
S. Ellero è addivenuta proverbiale, e quando si vuoi indicare
una cosa lunga si aggiunge:
come la coda del lupo di
S. Ellero.
Ogni anno nella notte di
Natale un lupo nero va 'errando sulla vetta del monte dov'è l'abazia,
gira più volte
intorno intorno alla chiesa e lascia le sue orme sulla neve. |
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Modigliana

La storia del "gran baratto"
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La vicenda si sarebbe svolta a Modigliana
nel 1773.
Filippo d'Orleans, pretendente al trono di Francia si trovava
in esilio in Italia sotto
lo pseudonimo di conte di Joinville, ospite del Duca Borghi.
M. Adelaide de Penthièvre moglie del
duca d'Orléans era incinta, così come lo era la moglie
del Chiappini, dirimpettaia di Palazzo Borghi.
I parti avvennero quasi contemporaneamente: i Chiappini fecero battezzare una
femminuccia, Maria Stella, mentre la nobile coppia scomparve con il neonato di
sesso maschile.
Per evitare l'estinzione della famiglia in linea maschile, cosa che avrebbe pregiudicato
agli Orleans la successione al trono di Francia, si dice che la bimba fosse scambiata
con il figlio del carceriere Chiappini, nato nello stesso giorno.
Il bimbo nato a Modigliana il
17 aprile 1773 era
Luigi Filippo d'Orleans, futuro Re di Francia.
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Santa Sofia
Il castello di Pondo
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Si narra che il nome
del castello derivi da questa leggenda:
Un anziano castellano costretto ad abbandonare il castello dopo
un lungo assedio, pur consunto dalla guerra e dalla fame ebbe la
forza di portare sulle spalle la sua sposa, e a chi voleva alleviarlo
da quella fatica rispondeva che per lui era dolce quel peso "dulce
pundo".
Il nome di Pondo rimase quindi al castello a ricordo di questo
atto grazioso.
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Galeata

Il castello di Pianetto
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Si
narra che la notte del 16 agosto 1850 alcuni paesani guidati
da un Sarsinate con un bianco mantello, si recarono al castello con
la verga fatata.
Iintonando il canto delle streghe ed invocando
i demoni gettarono la palla magnetica, ma trovarono solo un pò
di grano bruciato e una vanga consumata dalla ruggine.
Si dice che in quella notte apparve un grosso cane nero il quale
ringhiando coprì di bava quei cercatori di tesori.
Dalla fossa scavata venne fuori il globo che rotolò per il monte
gettando per ogni parte fiamme
e faville con immenso fragore.
Si levò improvviso un fortissimo vento che piegava fino a terra
i quercioli.
Lo stregone e i suoi compari fuggirono spaventati e pentiti.
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Sant'Agata
Feltria

Le origini
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Narra la leggenda che un
giorno S. Agata risaliva la valle del Marecchia assieme a S. Leone
e S. Marino, in cerca di luoghi solitari, ove stabilirsi.
I tre per sfuggire alle tentazioni carnali, e per ricercare la
quiete, a un certo momento si separarono.
Marino salì sul Monte Titano, Leone salì sul Monte
Feltro e Agata sul Monte di Perticara.
Ma anche dalle vette di questi monti i Santi erano attratti a scambiarsi
dei saluti e allora S. Agata scese ad abitare negli anfratti di
una roccia detta “Sasso del lupo” o anche “Pietra
anellaria”.
Questo luogo si chiamò prima "Rocca di S. Agata", e poi
per le numerose abitazioni sorte attorno al sacello, "Pagus
di S. Agata".
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Sasso
San Zenobi

Sasso della Mantesca
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Sasso San Zenobi e Sasso
della Mantesca (o del Diavolo).
Sono due formazioni ofiolitiche che si trovano la prima nei pressi
del Giogo Scarperia, ai margini della strada che proviene da
Castel San Pietro, e la seconda pochi chilometri più a valle,
sul versante opposto all'abitato di Piancaldoli.
Mentre il primo - sasso di San Zenobi - pur se pesantemente inciso
dagli agenti atmosferici è praticamente integro, il secondo -
sasso della Mantesca - risulta spezzato.
Secondo la leggenda
Zenobi, vescovo di Firenze nel IV secolo, percorreva
l'appennino convertendone gli abitanti al Cristianesimo.
Il Diavolo infuriato lo incontrò sulla via Romana mentre raccoglieva
adepti e lo sfidò.
Chi avesse raggiunto la cima del monte per primo portando sulle
spalle un enorme masso avrebbe vinto la sfida e, dimostrata la
sua superiorità, avrebbe regnato su quelle terre.
Detto questo il Diavolo si caricò sulle spalle un masso di dimensioni
enormi e iniziò a correre su per la montagna.
A Zenobi non restò altro da fare che accettare la sfida, e raccomandandosi
a Dio si fece il segno della croce e si caricò anch'esso sulle
spalle un enorme masso.
Il segno della croce tolse le forze al Diavolo che iniziò a barcollare,
mentre Zenobi procedeva spedito portando il suo sasso sulla punta
del mignolo.
Quando Zenobi riuscì a sorpassare il Diavolo, questi fu quasi
schiacciato dal suo sasso e per non morirvi sotto fu costretto
a gettarlo.
Il sasso cadde nei pressi della Mantegna si ruppe.
Indignato per la sconfitta il Diavolo sparì poi fra le fiamme.
Zenobi continuò il suo
camminò assieme
al popolo fino a raggiungere la cima della salita e qui posò il
suo sasso ancora integro, convertendo così a Cristo tutta
la gente della montagna.
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Fontanelice

Le origini del nome
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Secondo una leggenda popolare
un giovane di nome Eliceo si avventurò lungo la valle del Santerno
che all'epoca era disabitata.
Nell'attraversare un fitto bosco incontrò una bellissima
ninfa e se ne innamorò.
La legge del bosco però proibiva qualsiasi legame tra ninfe
e uomini stabilendo pene severe per chiunque avesse osato trasgredirle.
Purtroppo i due giovani furono scoperti e sottoposti al giudizio
delle creature del bosco che decretarono per la ninfa la perdita
dell'immortalità e per il ragazzo la morte.
I due amanti disperati riuscirono però a far impietosire i giudici
che tramutarono la pena dando loro la facoltà di
tramutarsi in una pianta, un sasso o un'erba.
Il ragazzo
scelse di farsi tramutare in un leccio, mentre la ninfa, per
restargli sempre vicino, scelse di trasformarsi
in una sorgente che sgorgasse ai piedi del leccio.
E' da questa leggenda che deriverebbe il nome di Fontanelice (Fontana
e Elice)
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Torriana

Azzurrina
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Il Castello di Montebello
e La leggenda di Azzurrina
La piccola Guendalina,
figlia del feudatario Ugolinuccio Malatesta, in un pomeriggio
tempestoso del 1385, nel giorno del solstizio d'estate, rincorrendo
per le stanze della fortezza la sua palla di pezza, svanì misteriosamente
nel nulla.
Nonostante le assidue ricerche non fu mai più ritrovata.
Secondo la leggenda, ogni cinque anni, nei giorni del solstizio d'estate, nelle
stanze del castello riecheggia il suo pianto.
Ribattezzata Azzurrina per i suoi occhi azzurri e per i suoi capelli chiari con
riflessi azzurrognoli.
Il castello, è stato ed è tutt'ora meta di studiosi dell'occulto,
di medium ed esperti di fantasmi.
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Il ballo angelico
di
Maiolo

La distruzione
del castello
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La rocca di Maiolo ed il borgo sottostante furono distrutti la notte del 29 maggio 1700.
Narra la leggenda
che alcuni abitanti di Maiolo fossero dediti al ballo angelico, così chiamato perchè la nudità dei partecipanti, senza vergogna e pudore, era come quella degli angeli.
Questa pratica si svolgeva nelle stanze del castello e vi partecipavano giovani e vecchi, maschi e femmine, consumando la notte fra canti e risa.
In una notte con la luna piena, durante una di queste feste erotiche, apparve ai presenti un angelo che ammonì i partecipanti promettendo una terribile punizione se si fossero ripetuti altri balli.
Alcuni abitanti non resistettero a parteciapare ad un nuovo ballo angelico e l´ira divina si scatenò.
Fra tuoni e scrosci di pioggia, un fulmine spaccò il monte, distruggendo il castello, case e palazzi, uccidendo uomini e animali.
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L'Alpe della Luna

Origine di un nome
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Il conte Manfredi di Montedoglio conobbe Rosalia, figlia del signore e podestà di Colcellalto, e se ne innamorò perdutamente, amore però ostacolato dalla famiglia del giovane.
Nonostante questo però Manfredi si recava spesso a Badia Tedalda per incontrare Rosalia.
Una sera di luna piena Rosalia svelò al giovane innamorato il segreto dell´Alpe della Luna.
"Quando la Luna sembra appoggiata all´Alpe, se uno potesse toccarla tutti i suoi desideri sarebbero esauditi. Inoltre si narra che sull´Alpe siano nascosti immensi tesori, ma che nessuno sia mai riuscito a scovarli.
L´Alpe appartiene infatti alla Luna e lei uccide chiunque osi avvicinarsi per trafugare i suoi tesori".
Il giovane decise di andare sull´Alpe per toccare la Luna e impossessarsi delle sue ricchezze, in modo che poi nessuno avrebbe più potuto opporsi al loro matrimonio. La fanciulla senza esitare lo seguì.
I due innamorati, sellati i cavalli, partirono insieme, ma non ritornarono più.
Da allora si racconta che nelle notti di luna piena sull'Alpe errano due giovani a cavallo con le mani protese in alto nel disperato tentativo di toccare la Luna.
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Firenzuola
L'osteria bruciata
realtà o leggenda?
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Il passo dell'osteria bruciata è un valico appenninico conosciuto fin dal tempo degli Etruschi.
Alto solo 917 metri è uno dei valichi più bassi e i crinali che risalgono da Scarperia e da Firenzuola ne rendono anche abbastanza agevole l'accesso.
Dominio della famiglia Ubaldini avversaria del comune di Firenze, fu abbandonato quando i Fiorentini fecero deviare le strade per i passi della Futa e del Giogo.
Poi in un giorno imprecisato la malfamata Osteria fu data a fuoco.
Resta comunque uno dei più celebri passi dell'Appennino, anche se oggi non è più transitato da strade vere e proprie ma è diventato la meta di frequenti escursioni e l'incrocio di itinerari alpinistici.
Attorno a questa antica via di comunicazione aleggia la leggenda di una malfamata osteria dove i viandanti erano attesi, in altri tempi, da una tristissima sorte.
I poveri pedoni che con gran fatica riuscivano a raggiungere il crinale tra le vallate della Sieve e del Santerno, trovano proprio sul valico una locanda che a prima vista poteva apparire davvero un agognato punto di ristoro. Ma gli usi di quella osteria, sempre secondo la truculenta leggenda, erano tali da far rimpiangere ai pellegrini di non essersi tenuti alla larga da tanto orribile albergo.
Nella notte poteva capitare che i viandanti fossero uccisi per uno scopo che non sfigurerebbe davvero come motivo ispiratore di un film dell'horror: le loro carni servivano da vivanda per i clienti del giorno successivo.
Tratto da un articolo di Nereo Liverani pubblicato su La Nazione il 27/8/1985
La localizzazione precisa e i ruderi dell'osteria che ha dato il nome al passo non sono mai stati esattamente localizzati.
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